
Ditelo coi fiori. Così si suggeriva a chi volesse manifestare i sentimenti col “linguaggio” simbolico attribuito ad essi. E se invertissimo le parti? Cioè, rivolgessimo le nostre parole al regno verde? Ditelo ai fiori, allora. Già perché comunicare con quanto di vegetabile ci possa essere non solo pare sia possibile ma, forse, sarebbe opportuno se non addirittura doveroso. Parlare alle piante, insomma, fa bene loro. E sembrerebbe che esse gradiscano non solo una chiacchiera qualunque ma che venga letto loro qualcosa. Letteratura, poesia o che? Chissà se lo scoprirà, ma non solo questo ovviamente, uno studio multidisciplinare che mette al centro le potenzialità, nel campo della ricerca, delle più avanzate applicazioni di Intelligenza Artificiale (IA). Una indagine scientifica che ha un cuore e, soprattutto, una testa tutta lucana.

Antonietta Varasano, ricercatrice del Consiglio nazionale delle Ricerche (CNR), originaria di Nova Siri (MT), è una mente brillante dedita alla scienza e all’insegnamento universitario e che negli ultimi anni sta dedicandosi, nello specifico, alle applicazioni della IA. Una materia, quest’ultima, che padroneggia dal 2004 e che è strumento chiave delle sue ricerche, specie appunto di quest’ultima. Sarà per una rifiorita, per stare in tema, sensibilità ambientale a farle esplorare nuovi canali di “comunicazione” con la natura? Si consideri solo che già da tempo i risultati di diversi altri esperimenti, che stanno impegnando ricercatori di tutto il mondo, hanno dimostrato la “sensibilità” del regno verde alla musica, dunque ai suoni. Pertanto, anche la parola e le letture rientrerebbero a pieno titolo, meritando uno studio.
«Ero bambina e mi sorprendeva vedere mio padre che parlasse alle piante di casa – ricorda la dott.ssa Varasano –. Sì, mi diceva che usando un tono gentile, indice di prendersene cura, crescevano meglio insieme al fatto di accarezzarne le foglie, lavarle. “Loro sanno ascoltarti, conoscono il suono della voce”, lui aggiungeva. La cosa, in verità, mi faceva un po’ sorridere, anche se ritenevo che fosse comunque una cosa seria. Chiaramente non è che mio padre si mettesse a fare discorsi o che si attendesse un dialogo, sia chiaro. Questo ricordo me lo porto da allora legato anche alla considerazione che fosse un modo certamente empirico e senza pretese, che però a modo suo dava piccoli risultati e indicazioni pratiche. Del resto, ricerche internazionali lo dimostrano ampiamente quanto le piante siano sensibili ai suoni, anche se non ci sono evidenze sulle loro capacità di ascolto o addirittura di comprensione da parte dei vegetali. Che le piante sentano non è inteso come lo facciamo noi esseri umani o gli animali in genere. Dovremmo dire, piuttosto, che le loro percezioni sonore potrebbero avvalersi di recettori meccanici, cioè di strutture simili a peli o che possano comportarsi come una membrana, e quindi capaci di percepire alcuni tipi di vibrazioni come quelle, appunto generate dal suono».
La ricercatrice lucana ricorda ancora che «nel 2014 da uno studio su piante di arabetta è risultato che distinguevano le vibrazioni prodotte dal vento rispetto a quelle di un bruco mangia-foglie: reagivano rilasciando livelli più alti di una sostanza velenosa protettiva. Così pure il “suono” dell’acqua fa anche sì che le radici si orientino in base alla sua provenienza e solo dopo si passa al “bere” in base all’umidità del suolo. Altre piante, poi, produrrebbero più polline in risposta al ronzio di api e bombi impollinatori, fenomeno che risulta disturbato dall’inquinamento acustico causato dall’uomo. Non a caso il progetto di ricerca che mi vede coinvolta al momento, in stretta collaborazione con il prof. Gregorio Andria del Politecnico di Bari, punta allo sviluppo di sensori virtuali, non basati su modelli matematici o statistici, ma su un modello di Intelligenza Artificiale. Sto infatti implementando algoritmi basati sull’impiego di reti neurali a grafo (GNN) e reti generative avversarie (GAN), che permettono di modellare le interazioni complesse tra variabili ambientali, piante e fattori urbani, poiché i sistemi biologici non si sviluppano in modo isolato ma come nodi di una rete interconnessa. I ricercatori del Politecnico di Bari, coordinati dal prof. Andria, si stanno occupando dello sviluppo della “chatbot”, cioè di un programma che simula una conversazione, un assistente virtuale che utilizza l’IA, così che si possa dialogare con la pianta per acquisire dati in base alle variazioni riconducibili all’inquinamento o alle situazioni varie e stimoli acustici in genere. Puntiamo a far sì che la chatbot si avvii e vada in conversazione senza che ci sia l’uomo a richiederlo. Per comunicare le loro “esigenze” le piante usano segnali elettro-chimici, per cui si potrebbe avere una conversazione rudimentale arrivando poi a creare un sistema conversazionale indipendente il quale a sua volta potrebbe fare l’ulteriore passo di utilizzare con un sintetizzatore vocale per “parlare”».
E arriviamo alla lettura di brani: «Sono a conoscenza di esperimenti all’estero – spiega la ricercatrice – in cui sono state fatte ascoltare alle piante registrazioni di voci di varie persone che leggevano brani, ad esempio, da “Sogno di una notte di mezz’estate” di Shakespeare come pure da “L’origine delle specie” di Darwin addirittura dalla sua pronipote Sara Darwin. Curiosità a parte, c’è da ritenere che i riscontri avuti siano da connettere all’intonazione e al tono usati, alla cantilena del suono delle parole non, ovviamente, a cosa è stato detto».
Come procede il progetto? «Il modello che ho implementato va oltre ciò che noi acquisiamo dai sensori e punta al potere informativo della mole smisurata di dati, poiché con l’intelligenza artificiale di tipo generativo possiamo individuare pattern nascosti, spazi latenti, cioè informazioni che l’uomo non è in grado di estrapolare neppure con i metodi statistici, leggendo proprio quelle informazioni che altrimenti sfuggirebbero e restituendo una rappresentazione più vicina alla realtà ecologica».


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