Siamo nel pieno della “terza guerra mondiale a pezzi” come era stata definita da Papa Francesco. Dalla guerra distruttiva ancora in corso in Ucraina alla falsa tregua nel conflitto tra Palestina e Israele, dove continuano le stragi di civili. Nello stesso tempo, ci sono altri terribili conflitti nel mondo: la guerra in Siria, la tragica situazione in Afganistan, l’orribile situazione di Haiti e del Sud Sudan, dove accadono situazioni di una tale atrocità che avrebbero bisogno della stessa attenzione, sostegno e aiuto. Poi ci sono paesi come l’Iran in cui la soppressione dei diritti umani, la mancanza delle libertà civili e l’efferata e violenta repressione contro le donne, non può essere taciuta perché è anch’essa una guerra che uccide e a farlo è un regime autoritario.
In questo quadro generale e per quello che sta accadendo in questi giorni, va messa in evidenza la situazione tragica e oppressiva delle donne, degli studenti e del popolo in Iran. Sono trascorsi tre anni da quando Jina Masha Amini, una giovane donna kurda in vacanza a Teheran coi suoi genitori, è stata arrestata dalla polizia morale per il velo non messo bene e poi massacrata di botte e uccisa. Aveva 22 anni. Da lì scoppiò una incredibile rivolta delle donne in tutto il paese contro il regime oppressivo e sanguinario dall’ayatollah Ali Khamanei. In quella occasione fu uccisa un’altra giovane donna, Hadis Najafi.

C’è voluto l’arresto della giornalista italiana Cecilia Sala per riportare l’attenzione sulle condizioni delle donne, e non solo. Fortunatamente la giornalista è stata liberata, ma non è cambiata la situazione per le altre donne prigioniere nel carcere di Evin e per le tre attiviste curde, prigioniere politiche, Verishe Moradi, Pakshan Azizi e Zeinab Jalalian, condannate a morte.
Le proteste in Iran sono portate avanti soprattutto da giovani, disoccupati, lavoratori e lavoratrici precarie e studenti. Le proteste intrecciano lotte contro l’impoverimento, contro il dominio maschile e teocratico, contro l’oppressione razzista esercitata dal regime sulle minoranze curde e beluci. C’è il rischio, però, In questa situazione, che alle minacce interne ed esterne che assediano la protesta, l’insurrezione attuale venga repressa con soluzioni politiche che non cambiano nulla.
E’ la quinta insurrezione dal 2017; l’ultima, iniziata esattamente il 28 dicembre 2025, vede il paese nuovamente attraversato da una febbre di proteste diffuse. Gli slogan “Morte al dittatore” e “Morte a Khamenei” risuonano nelle strade in almeno 222 località, distribuite in 78 città e 26 province. Non si tratta solo di proteste contro la povertà, l’aumento vertiginoso dei prezzi, l’inflazione e l’espropriazione, ma è un’insurrezione contro un sistema politico completamente marcio. La vita è diventata insostenibile per la maggior parte della popolazione, in particolare per gli operai, le donne, le persone queer e le minoranze etniche non persiane. Ciò dipende non solo dal crollo della valuta iraniana dopo la guerra dei dodici giorni, ma anche dal collasso dei servizi sociali di base, dai continui blackout, dall’aggravarsi della crisi ambientale (inquinamento atmosferico, siccità, deforestazione e cattiva gestione delle risorse idriche) e dalle esecuzioni di massa (almeno 2.063 nel 2025).

Tutti questi fattori hanno contribuito a un peggioramento drastico delle condizioni di vita. La crisi sociale costituisce il fulcro delle proteste attuali, e il loro orizzonte ultimo è rivendicare migliori condizioni di vita. Però, queste lotte oggi sono compromesse o addirittura vanificate dall’annuncio di Trump di un intervento militare a sostegno dei manifestanti od anche solo di un negoziato con il regime criminale. Infatti, come le sanzioni internazionali comminate all’Iran sono state la leva per rafforzare l’oligarchia al potere dandole un vantaggio rispetto alle rivendicazioni sociali interne al paese, così l’atteggiamento imperialista intrapreso dal governo statunitense in Venezuela ha indirettamente dato forza alla parte reazionaria che si opponeva al regime preesistente frustrando le istanze di liberazione e di autodeterminazione politico-sociale che pur erano presenti nel paese.
In questo momento milioni di donne e uomini iraniani stanno sfidando la brutale repressione del governo e il suo tentativo di chiudere ogni comunicazione interna ed esterna, affinché non si sappia ciò che realmente sta accadendo. Questa è la situazione: “Il gruppo per i diritti umani “Hrna”, con sede negli Stati Uniti, ha dichiarato di aver verificato la morte di 658 persone, tra cui 69 membri delle forze di sicurezza, e l’arresto di 10.694 manifestanti dal 28 dicembre, primo giorno di proteste in piazza. Altre fonti non verificate parlano di un numero di contestatori uccisi quattro volte superiore, specie nelle aree più remote” (Avvenire – di Nello Scavo – 13 gennaio 2026). Continua a salire il bilancio delle vittime della repressione si stimano 12 mila morti. L’Onu si dice “inorridito” dalle violenze, l’Ue si appresta a nuove sanzioni contro il regime degli ayatollah.
Tutti noi dovremmo sentirci coinvolti con iniziative di solidarietà a sostegno delle donne e tutto il popolo iraniano, avendo come riferimento il documento “Sulla Fratellanza Umana, per la Pace Mondiale e la Convivenza Comune”, firmato ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019 da Sua Santità Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb, in occasione del viaggio apostolico negli Emirati arabi uniti.
Del predetto documento è opportuno evidenziare alcuni passi che sono molto specifici per le problematiche in atto in Iran e per le quali occorrerebbe un atteggiamento più solidale da parte delle comunità cristiane:
“La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani.”… “È un’indispensabile necessità riconoscere il diritto della donna all’istruzione, al lavoro, all’esercizio dei propri diritti politici. Inoltre, si deve lavorare per liberarla dalle pressioni storiche e sociali contrarie ai principi della propria fede e della propria dignità”. “È necessario anche proteggerla dallo sfruttamento sessuale e dal trattarla come merce o mezzo di piacere o di guadagno economico”.
Infine, sembra opportuno riportare, sempre dello stesso documento firmato da Papa Francesco ad Abu Dhabi, un altro passo che risulta quanto mai opportuno richiamare in questo momento perché comporterebbe delle azioni da parte delle diplomazie dei governi e dalle istituzioni internazionali (come previsto dalla Carta delle Nazioni Unite e i Patti internazionali sui diritti civili e politici e sui diritti economici, sociali e culturali). Cionondimeno presuppone anche azioni da parte delle comunità cristiane occidentali almeno nella forma della manifestazione di solidarietà a questi popoli che soffrono e lottano per ottenere una qualche forma di autodeterminazione: “Altresì dichiariamo – fermamente – che le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue. Queste sciagure sono frutto della deviazione dagli insegnamenti religiosi, dell’uso politico delle religioni e anche delle interpretazioni di gruppi di uomini di religione che hanno abusato dell’influenza del sentimento religioso sui cuori degli uomini per portali a compiere ciò che non ha nulla a che vedere con la verità della religione, per realizzare fini politici e economici mondani e miopi”.


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