Esattamente un anno fa la Santa Sede pubblicava Antiqua et Nova, un documento sull’Intelligenza Artificiale (IA), passato forse inosservato fuori dai circuiti specialistici, che esortava “quanti hanno l’incarico di trasmettere la fede (genitori, insegnanti, pastori e vescovi) a dedicarsi con cura e attenzione a tale urgente questione.”
Non si tratta di un testo tecnico, né di una presa di posizione contro la tecnologia ma piuttosto di una riflessione di ampio respiro “allo scopo di assicurare che lo sviluppo e l’uso dell’IA rispettino la dignità umana e promuovano lo sviluppo integrale della persona e della società.”
Oggi l’intelligenza artificiale, di cui si iniziò a parlare negli Stati Uniti fin dal 1956 e la cui diffusione è andata di pari passo con lo sviluppo della tecnologia informatica, è entrata in modo pervasivo e non sempre trasparente nel mondo del lavoro, nella scuola, nella medicina e nella comunicazione.
Il nodo centrale del documento restava e resta la distinzione tra intelligenza artificiale e intelligenza umana, non una distinzione quantitativa, ma qualitativa: l’IA può elaborare enormi quantità di dati, riconoscere schemi, fare previsioni, eseguire compiti ma non comprende il significato di ciò che fa.
L’essere umano, invece, non si limita a calcolare, ma comprende, sceglie, risponde; se l’intelligenza viene ridotta a calcolo, anche l’uomo rischia di essere ridotto a dato, profilo, statistica.
Affidare agli algoritmi il compito di scegliere, valutare, prevedere, ci sottrae alla fatica del giudizio ma è una tentazione pericolosa perché inseguire il progetto “più efficienza, meno responsabilità ” conduce, prima o poi, a rinunciare anche alla libertà.
È quanto richiamava Papa Leone XIV il 17 giugno scorso: “In questo scenario, la dignità dell’umano rischia di venire appiattita o dimenticata, sostituita da funzioni, automatismi, simulazioni. Ma la persona non è un sistema di algoritmi: è creatura, relazione, mistero.”
Rivolgendosi in quella occasione ai Vescovi italiani il Santo Padre aggiungeva: “Senza una riflessione viva sull’umano – nella sua corporeità, nella sua vulnerabilità, nella sua sete d’infinito e capacità di legame – l’etica si riduce a codice e la fede rischia di diventare disincarnata.”
Nell’ intervento del 5 dicembre 2025, in occasione della Conferenza su IA e cura della casa comune, il Papa ha messo in guardia da un rischio spesso sottovalutato da famiglie, educatori ed insegnanti, l’impatto dell’IA sulla formazione dei giovani: “La possibilità di accedere a vaste quantità di dati e di conoscenze non va confusa con la capacità di trarne significato e valore. Quest’ultima richiede anche la disponibilità a confrontarsi con il Mistero e con le domande ultime della nostra esistenza, realtà spesso emarginate e persino irrise dai modelli culturali e di sviluppo prevalenti.”
Di qui l’invito rivolto agli adulti: “Sarà fondamentale consentire ai giovani di apprendere a utilizzare questi strumenti con la loro personale intelligenza, aperti alla ricerca della verità, a una vita spirituale e fraterna, allargando i loro sogni e l’orizzonte delle loro decisioni mature.”
È il tema dell’educazione che torna potentemente di attualità in questo tempo in cui assistiamo a drammatici episodi di violenza, anche fra minori, e all’aumento degli episodi di autolesionismo tra adolescenti.
In una società dove le relazioni vengono meno, filtrate da sistemi automatici, e dove l’incontro è sostituito dalle interfacce digitali anche i legami sociali tendono a disgregarsi.
Il rischio non è solo quello di una società più controllata o più efficiente, ma è quello di una società più fragile, dove il moltiplicarsi dei provvedimenti restrittivi, dei divieti o degli strumenti regolatori, pure necessari, non è sufficiente a contrastare l’impoverimento dell’umano e la perdita del senso del vivere.
Colpisce, in questo contesto, il suggerimento della Chiesa: nessun allarmismo, nessuna demonizzazione della tecnologia e nessun ingenuo entusiasmo; piuttosto la sua è una voce che, in un mondo che corre verso l’automazione totale, invita a rallentare per pensare e richiama alla responsabilità, in particolare quella di adulti ed educatori.
Quando questi si coinvolgono stabilmente, offrendo la loro amicizia ai più giovani nei luoghi della vita quotidiana (famiglia, scuola, lavoro), non mancano segni di speranza.
Ecco cosa ha scritto un’adolescente al termine di una vacanza ad Assisi proposta ad un gruppo di studenti durante le feste di fine anno: “Torno a casa con un pò di cultura in più perché Assisi è un gioiello d’arte che toglie il fiato ma soprattutto torno a casa con nuove amicizie; ho scoperto che non serve conoscersi da una vita per volersi bene, serve solo avere il cuore aperto come l’abbiamo avuto noi in questi giorni”.
È forse questa la vera rivoluzione silenziosa: la scoperta del gusto del vivere.


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