L’11 febbraio è il giorno in cui, in maniera particolare, ci dobbiamo ricordare dei malati e della malattia, sia per renderci conto che siamo tutti fragili sia per rinnovare l’impegno ecclesiale a non dimenticare, tutto l’anno, coloro che soffrono. Esserci in quel momento è un modo di annunciare il Vangelo, ecco, e dire: “Io sono qui con te” – che è il nome di Dio.
Così l’arcivescovo alla Stampa al termine della celebrazione da lui presieduta nell’Ospedale di Matera nell’intensa mattinata dell’11 febbraio, 34a Giornata Internaizonale del Malato.
Intensa mattinata al Madonna delle Grazie
Una mattinata densa in Ospedale per l’arcivescovo Benoni, accompagnato da fra Sergio e dal diac. Terenzio, cappellano e aiuto‑cappellano, nei reparti di Medicina, Malattie infettive, Ginecologia e Pediatria.
Tanti gli incontri vis-à-vis del vescovo con pazienti e familiari, anche con alcuni malati oncologici e portatori di patologie particolari che mons. Ambarus ha avvicinato. E’ il difficile ministero della consolazione, che ci interpella tutti.
Pochissime le parole, ma tutte appropriate. Tanta l’umanità evidente in questi momenti, tantissime le benedizioni. Non è mancato spazio per gli incontri con il personale medico e amministrativo.
Poi, il momento tanto atteso della celebrazione nella gremita cappella “San Giuseppe Moscati”. Don Pasquale Giordano e fra Sergio Tagliente, i diaconi Giuseppe Fiorentino, Terenzio Cucaro e Giuseppe Centonze hanno affiancato il vescovo nella celebrazione. Presente anche a questo moemento una rappresentanza dell’Unitalsi, oltre ai volontari che ogni domenica fanno servizio tra gli ammalati e al personale ospedaliero.




Nell’omelia, mons. Ambarus ha riletto il primo miracolo di Gesù a Cana, l’acqua trasformata in vino, sottolineando che le sei giare, almeno 120 litri, mostrano che il Signore non dona a misura, ma “in sovrabbondanza”, portando gioia e pienezza di vita, proprio ciò che manca nelle nostre vite quando arrivano malattia, stanchezza e fatica spirituale.
Il vino, ha ricordato il Vescovo, è la “chicca” del pasto: pane, olio e acqua soddisfano il necessario, ma il vino è il segno della gioia, della pienezza, della festa. “A Cana finisce il vino e gli sposi rischiano la figuraccia: è l’immagine di quando anche noi camminiamo con le riserve, i vuoti interiori, la mancanza di salute e di relazioni, la solitudine legata alla malattia”.
Sono tre gli atteggiamenti da vivere secondo mons. Ambarus:
- accettare che, prima o poi, il vino finisca, che la gioia possa venir meno;
- considerare quante volte Maria, senza che ce ne accorgiamo, è lei che ci assiste e ci rimette davanti a Gesù;
- offrire al Signore la nostra debolezza, la nostra pochezza, chiedendo che trasformi la nostra vita, la sostenga e ci guarisca.
Riconoscere la fragilità – “la vita è la prima malattia che porta alla morte” – non è pessimismo, ma realismo che apre alla speranza e rinnova l’impegno comunitario di cura verso i malati nel corpo e nello spirito e verso chi ha perso la gioia di vivere.
E quindi l’amministrazione ai presenti dell’unzione degli infermi.
Alla fine della celebrazione, la testimonianza di Antonietta Raco, la 72a miracolata per intercessione della Madonna di Lourdes, che riportiamo di seguito.
Consolazione e commozione tra gli ammalati della RSA “Brancaccio”
Nel pomeriggio, un momento significativo si è svolto nella RSA “Mons. Antonio Brancaccio”, dove il vescovo ha incontrato gli ammalati della casa di riposo.
Alle 16:30, nella cappella, sulle note dell’Ave di Lourdes, si è aperta la solenne celebrazione: un’Eucaristia sentita e partecipata, intima e raccolta, pur nella moltitudine di gente della struttura.
Una liturgia solenne anche per la presenza di numerosi ministri: accanto al vescovo, il diac. Giuseppe Centonze, il cappellano del Brancaccio, don Donato Dell’Osso, il Presidente del Consiglio di Amministrazione della Fondazione “Mons. Brancaccio”, mons. Pierino Amenta, e don Vito Andrisani, che ormai vive nella casa di riposo.
Gesti di autentica carità e parole di conforto hanno accompagnato la celebrazione, con la capacità del vescovo di dialogare con i “nonnini” presenti per spezzare la Parola del giorno.

Anche nel pomeriggio è stato proclamato il brano delle “nozze di Cana”, in cui Maria si fa presente al Figlio per avvertirlo della miseria dei figli: “Non hanno più vino”. Previene così gli sposi da una “figuraccia, prima che loro stessi si accorgano del problema”.
“Anche a noi capita di ‘andare ad acquetta’, quando ci coglie il non senso o la malattia. E anche noi siamo interpellati a porgere quest’acqua al Signore e a metterci sotto il manto di Maria”. L’acqua del Vangelo, sottolinea mons. Ambarus, è “la mia pochezza, la mia povertà, i miei limiti, anche il mio male, compiuto o subito, quel che noi abbiamo”, che se consegno al Signore gli consento di trasformare in vino.
“Il meglio deve ancora venire”, ha sottolineato il vescovo agli anziani, richiamando il vino migliore servito alla fine a Cana: “Vivere da credenti significa esser certi che il Signore non si sia dimenticato di me, che ancora mi deve rivelare la parte migliore dell’esistenza, qui o nella vita eterna. Non siete nella fase calante”.
L’unzione degli infermi: non viatico ma grazia che guarisce nel corpo e nello spirito
Efficace l’invito del vescovo all’unzione subito dopo l’omelia: “Chiunque di noi ha delle situazioni di grande sofferenza riguardo al corpo, allo spirito – dolori interiori, oltre che dolori o sofferenze del corpo –, chieda oggi al Signore di venire a visitarlo e guarirlo. Ci mettiamo davanti al Signore e gli diciamo: Signore guariscimi, Signore consolami, mi metto sotto la tua grazia, ti chiedo di venire a visitarmi”.
E tutti – molti nella commozione che è dono della Grazia – hanno accolto la proposta di celebrare questo sacramento che il Vescovo che personalmente amministrato raggiungendo uno per uno tutti i presenti per portare l’olio della consolazione che permea il corpo e lo spirito.


Una presenza calda quella del nostro pastore, che al termine della celebrazione non ha mancato di far visita al centro socio‑educativo “Santa Luisa de Marillac” delle Volontarie Vincenziane, ubicato in altri locali del complesso del “Brancaccio”, dove vengono seguiti alcuni bambini e ragazzi con bisogno di affiancamento nello studio.
L’Unitalsi ravviva nelle comunità la sensibilità per gli ammalati
“Abbiamo vissuto con molta fede queste giornate – racconta Paola Festa, presidente Unitalsi‑Sottosezione di Matera – ricordando Lourdes, nostra ‘casa’, e ravvivando il desiderio di poterci tornare”.
La sera di martedì 10 febbraio gli Unitalsiani – volontari e ammalati – sono stati nella Parrocchia di San Giacomo, dove hanno animato il rosario; don Egidio Musillo, assistente diocesano, ha presieduto l’Eucaristia. Presenti anche gli Amici della Grotta di Lourdes, che proprio a San Giacomo fanno base. Una bella celebrazione partecipata. La riflessione ha legato validamente il messaggio del Papa per la 34ª Giornata del Malato al passo evangelico proclamato (Mc 7,1‑13) sul comandamento di Dio – l’Amore – da preferire rispetto alla tradizione degli uomini: vive l’Amore il buon Samaritano, protagonista del messaggio del Papa, e come il Samaritano si piegano sul malato i volontari di tante associazioni. L’invito: fare rete nel sovvenire alle esigenze degli ammalati; il rischio: non cogliere, nella fretta, la presenza del malato.


L’indomani l’Unitalsi era presente nella Parrocchia di Maria Madre della Chiesa, dove ancora don Egidio, prendendo spunto sempre dal passo evangelico del giorno (Mc 7,14‑23) – “sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro” – ha parlato della guarigione del cuore, più urgente di quella del corpo: a Lourdes il primo messaggio è di penitenza e Maria chiede a Bernadette di pregare per la conversione dei peccatori. E solo 72 sono le guarigioni certificate del corpo. Nell’occasione è stata amministrata l’unzione degli infermi, un gesto sempre più famigliare e pregno di significato; lungo il perimetro della chiesa si è svolta una processione dietro l’effigie della Madonna di Lourdes, portata proprio dagli Unitalsiani.
L’unzione è stata amministrata contemporaneamente anche nella Parrocchia di San Giacomo, che ha radunato numerosi fedeli, giunti pure da altre comunità. Ha presieduto don Nino Martino, di casa a San Giacomo, perché vi ha vissuto il suo diaconato. Una partecipazione intensa ha creato un bel clima orante; la comunità ha atteso l’unzione, nella consapevolezza che sempre più si va affermando che l’olio medica le ferite del corpo e dello spirito e che questo sacramento non è proprio del momento terminale dell’esistenza: in molti vi si sono accostati. Particolarmente sentita la presenza della Madonna, sul suo baldacchino, nel giorno della sua festa, preparata da una novena che ha coinvolto l’intera parrocchia. Sentito il desiderio di uscire in processione, nonostante il freddo, ma grazie alla tregua della pioggia al termine della celebrazione, dietro la statua della Vergine di Lourdes portata per le vie del quartiere nella processione aux flambeaux.


Quali bisogni per i nostri ammalati? Sanità lucana: l’allarme Gimbe mette a nudo le criticità
La Giornata del Malato riporta l’attenzione sulle condizioni di quanti hanno bisogno di cure per condurre una vita dignitosa. Una riflessione che contrasta con i dati sulla sanità lucana. Nel 2024, secondo il rapporto Gimbe 2025, circa 60mila persone in Basilicata hanno rinunciato a visite specialistiche o esami: un numero che fotografa un disagio crescente e un sistema che fatica a garantire l’accesso alle prestazioni.
Il tema dei LEA, i livelli essenziali di assistenza, conferma le criticità: la Basilicata risulta inadempiente e scivola al 17° posto tra le regioni, peggiorando il punteggio rispetto al 2023. I dati relativi al 2023, analizzati nel 2025, registrano un calo complessivo di 19 punti rispetto al 2022, collocando la regione tra quelle in maggiore difficoltà e confermando il divario Nord‑Sud.
Non meno rilevante la questione degli interventi previsti dal PNRR: delle 19 Case di comunità e dei 5 Ospedali di comunità programmati i lavori sono avviati ma nessuno è ancora operativo. L’assessore regionale alla Salute, Cosimo Latronico, ha definito il rapporto Gimbe “una fotografia del passato”, rivendicando il lavoro di riorganizzazione in corso e richiamando la complessità del problema, legato anche all’accessibilità economica e alle disuguaglianze territoriali.
Resta però aperta la domanda su quali misure concrete la Regione intenda adottare per garantire cure di qualità a chi non può permettersi prestazioni a pagamento e come garantisca un impegno qualificato del personale sanitario in servizio.
Per il 2025, Gimbe inquadra la Basilicata come una regione in cui il diritto alla salute è compromesso da lunghe attese, carenze strutturali e necessità di investimenti, in un contesto nazionale già segnato dal sottofinanziamento. I cittadini vivono quotidianamente questa situazione: rinunciare a curarsi è una tragedia silenziosa che rischia di aggravarsi senza decisioni tempestive.
Colpisce inoltre il paradosso di una regione ricca di risorse – petrolio, gas, acqua, agricoltura di qualità, patrimonio ambientale – che, in rapporto al numero di abitanti, avrebbe potuto raggiungere livelli più alti di occupazione e qualità della vita. Le potenzialità non mancano, ma i risultati non sempre sono all’altezza.

Facoltà di Medicina in Basilicata?
Nel dibattito sulla sanità lucana si inserisce anche l’istituzione della Facoltà di Medicina, finanziata con 3 milioni di euro per il primo anno e 4 milioni per quelli successivi. Una scelta che apre interrogativi: si è pensato davvero che l’apertura di un corso di laurea possa, da sola, migliorare la sanità regionale? E la Basilicata potrà competere con atenei più strutturati, che continuano ad attrarre la maggior parte dei giovani lucani che per il 73% vanno a studiare fuori sede? Forse la scarsità del bacino di utenza studentesca avrebbe dovuto far desistere, visto anche l’esiguo numero di studenti iscritti. Aumentare i posti o aprire nuovi corsi non risolve automaticamente la carenza di medici.
Infatti, sono 12.208 i ragazzi e le ragazze che si sono immatricolati in una regione diversa da quella di residenza nell’anno accademico 2023/2024. Ad analizzare gli spostamenti interregionali degli studenti universitari è stata Skuola.net che ha elaborato i dati del Ministero dell’Università e della Ricerca, consegnando alla Basilicata un triste primato di regione con un tasso di migrazione universitaria tra i più alti d’Italia.
Il tema si intreccia con quello del numero chiuso e della durata del percorso formativo: sei anni più la specializzazione, il ciclo universitario più lungo in assoluto. E, inoltre, la professione richiede aggiornamento continuo. Ma l’aspetto qualificante della professione medica che ne garantisce la qualità è la capacità di valutazione critica, la consapevolezza del proprio ruolo e una relazione di cura che non può essere improvvisata. Qualità, non quantità. Senza un sistema sanitario capace di formare questa consapevolezza e dare una ragione ai giovani professionisti di restare, il rischio è quello dell’insignificanza e che la nuova facoltà formi medici destinati a lavorare altrove.
La sfida non è solo accademica: è organizzativa e culturale. Richiede una visione di lungo periodo che metta al centro la qualità dei servizi, la stabilità del personale e la capacità di trasformare la formazione in un investimento reale per il territorio. Perché la sanità non si regge solo sui numeri, ma sulle persone che la rendono possibile.
Ci piace concludere con le parole che il nostro arcivescovo ha consegnato alla stampa, al termine della celebrazione da lui presieduta la mattina dell’11 febbraio al Madonna delle Grazie:
Il tema della giornata di quest’anno che Papa Leone ci ha dato è il samaritano
che si china e dedica il tempo, la passione, l’energia, il denaro
per prendersi cura di chi è schiantato dalla vita.
Facciamo sempre troppo poco se pensiamo ai bisogni dell’umanità di oggi.
Di fronte ai rigurgiti dell’‘ognuno pensi per sé’ dell’individualismo o dell’indifferenza, come diceva Papa Francesco, bisogna darci una mossa,
essere più attenti e propensi verso gli altri che il curare il proprio orticello.

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