Guardare alle seconde generazioni non come a un problema da gestire, ma come a una risorsa decisiva per costruire una cultura del dialogo, dell’integrazione e della pace. È stato questo il filo conduttore del convegno svoltosi a Matera il 16 marzo 2026, primo appuntamento del percorso Matera, confini di pace. Educati dal dialogo per costruire la cultura della pace, promosso dall’Arcidiocesi di Matera-Irsina attraverso il Parco Culturale Ecclesiale Terre di Luce, nell’anno di Matera Capitale Mediterranea della Cultura e del Dialogo 2026.

L’incontro, introdotto da don Michele La Rocca, ha inaugurato un itinerario che accompagnerà il territorio fino al mese di novembre con circa venti iniziative tra incontri, laboratori, momenti artistici e attività formative. Al centro, l’idea dei laboratori del dialogo: spazi concreti di confronto nei quali scuole, associazioni, realtà del terzo settore, famiglie immigrate e cittadini possano condividere storie, tradizioni, esperienze e domande, generando una rete educativa capace di promuovere pratiche reali di accoglienza e convivenza.
Don Michele ha richiamato in particolare il tema della povertà educativa e relazionale, già affrontato da diverse esperienze presenti sul territorio. Tra queste, il progetto Portofranco, attivo nella comunità dell’Addolorata, che offre aiuto allo studio gratuito a circa ottanta ragazzi, di cui una parte proveniente da famiglie straniere. L’attenzione alle seconde generazioni – i figli di famiglie immigrate nati o cresciuti in Italia – diventa così un modo per leggere più a fondo le trasformazioni della città e per riconoscere in questi giovani una risorsa per il dialogo interculturale.
Nel suo saluto, mons. Benoni Ambarus ha collocato il tema dentro l’orizzonte più ampio dell’anno dedicato a Matera Capitale Mediterranea della Cultura e del Dialogo. Il dialogo, ha osservato, appare oggi una parola sempre più fragile, quasi caduta in disuso, mentre proprio nelle situazioni più difficili occorre insistere sull’incontro tra persone, popoli e culture. Quando la cultura dominante si percepisce come superiore e riduce le altre diversità a minorità , si creano insicurezza, senso di inferiorità , frustrazione e rabbia. Per questo, ha sottolineato l’arcivescovo, Chiesa e società sono chiamate a una responsabilità profetica: leggere in anticipo le dinamiche del presente, prendersi cura della polis e ricompattare la società a partire dal piccolo, dai luoghi educativi, dalle comunità , dalle relazioni quotidiane.

La relazione principale è stata affidata alla prof.ssa Francesca Farruggia, docente di Sociologia dell’inclusione all’Università La Sapienza di Roma e segretaria generale dell’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo, accompagnata dalla ricercatrice Giorgia Pelosi. La riflessione ha preso le mosse dalla ricerca sui nuovi italiani nella diocesi di Roma e nelle diocesi del Lazio, un lavoro avviato nel 2022 e costruito, come ha spiegato la docente, dando tempo all’ascolto prima ancora che alla pubblicazione dei risultati.
Il titolo scelto per la presentazione, Io sono due persone, nasce da una testimonianza raccolta nel corso della ricerca e restituisce con forza la condizione interiore di molti giovani di seconda generazione. Una ragazza nigeriana, ha raccontato Farruggia, si definiva italiana a scuola e con gli amici, ma nigeriana in famiglia e nella comunità di origine, fino a sentirsi troppo nigeriana per gli italiani e troppo italiana per i nigeriani. È qui che si colloca una delle questioni decisive: l’identità di questi giovani non è una scelta secca tra due appartenenze, ma una somma complessa, una doppia appartenenza che può diventare ricchezza se accompagnata e riconosciuta.
La professoressa ha insistito su un punto centrale: l’integrazione non può essere intesa come semplice somiglianza. Non basta che i giovani di origine straniera parlino come i coetanei italiani, ascoltino la stessa musica o vestano allo stesso modo. Una società può dirsi davvero inclusiva quando consente loro di mostrarsi diversi senza sentirsi giudicati. L’integrazione, dunque, è bidirezionale: non chiede solo a chi arriva o a chi nasce in famiglie migranti di adattarsi, ma domanda alla comunità di accoglienza di lasciarsi interrogare e trasformare.

I dati presentati aiutano a comprendere la portata del fenomeno. In Italia i cittadini stranieri regolarmente residenti sono circa 5,4 milioni, pari al 9,2% della popolazione; il 29% è costituito da seconde generazioni e l’11,6% degli studenti ha cittadinanza non italiana.
In Basilicata emerge un vero paradosso: a fronte di una previsione di contrazione demografica del 22,5% entro il 2050 e di un forte decremento della popolazione, cresce la presenza straniera residente. Matera, da sola, assorbe il 50,7% dei residenti stranieri regionali. Nelle scuole lucane, inoltre, gli iscritti stranieri sono aumentati del 52,6% nel decennio 2014-2024, mentre gli studenti nati in Italia nello stesso gruppo sono cresciuti del 153,3%, con origini principali da Albania, Romania e Marocco.


La ricerca illustrata dalla prof.ssa Farruggia si è articolata in due fasi. La prima, qualitativa, ha previsto interviste, focus group e ascolto diretto dei giovani e delle comunità ; la seconda, quantitativa, ha coinvolto 1.083 giovani tra italiani e nuovi italiani nel territorio del Lazio. Il campione ha permesso di distinguere tra giovani con background migratorio integrale, figli di entrambi i genitori stranieri, giovani con background parziale, figli di coppie miste, e giovani autoctoni. Questa distinzione è decisiva perché evita letture generiche e consente di cogliere sfumature diverse nel modo di vivere identità , scuola, famiglia, amicizie e appartenenza religiosa.
Uno dei passaggi più significativi riguarda l’identità . Per i giovani con background integrale, sentirsi legati alla cultura d’origine non esclude il sentirsi profondamente italiani. La ricerca ha mostrato una sostanziale sovrapposizione tra chi si sente vicino alla cultura di origine e chi si sente vicino alla cultura italiana: l’identità , ha spiegato Farruggia, non è un gioco a somma zero. Anche le famiglie sostengono questa doppia appartenenza, incoraggiando da un lato il mantenimento delle tradizioni d’origine e dall’altro l’integrazione nella società italiana.

Resta però aperto il nodo della cittadinanza. Pur in presenza di una forte auto-identificazione culturale italiana, quasi la metà dei giovani con background integrale non possiede la cittadinanza. Tra questi, circa tre quarti vorrebbero richiederla. Le motivazioni sono in parte pratiche – viaggiare, partecipare a gite scolastiche, accedere ad alcune opportunità lavorative – ma anche profondamente identitarie: ottenere la cittadinanza significa sentirsi riconosciuti alla pari dei coetanei italiani.

Ampio spazio è stato dedicato alla famiglia, descritta come luogo di devozione, appartenenza e negoziazione. Molti giovani vivono un forte attaccamento ai genitori, ma nello stesso tempo sperimentano un ribaltamento dei ruoli: sono spesso loro ad accompagnare gli adulti nelle pratiche burocratiche, nelle traduzioni, nei rapporti con la scuola e con le istituzioni. Questa responsabilità precoce può diventare un peso invisibile, soprattutto quando si somma alla fatica di conciliare valori familiari, desiderio di autonomia e appartenenza alla società italiana.

La scuola emerge come il primo spazio di parità , ma anche come il luogo in cui si concentrano molte fragilità . È a scuola che nascono la maggior parte delle amicizie ed è lì che gli insegnanti diventano spesso figure decisive. Tuttavia, il 30% dei giovani intervistati dichiara di aver subito discriminazioni nel contesto scolastico, soprattutto per origini straniere, aspetto fisico o colore della pelle. Il picco di vulnerabilità si registra alle scuole medie, età in cui la percezione della diversità può diventare più dolorosa e meno mediata dalla maturità relazionale.

Un altro elemento emerso riguarda le reti amicali. Mentre molti giovani italiani tendono ad avere gruppi di amicizia omogenei, i giovani con background migratorio integrale sviluppano reti più fluide, miste e diversificate. Questa capacità di attraversare mondi diversi, di mediare tra lingue, culture, abitudini e appartenenze, è stata indicata come una delle risorse più preziose delle seconde generazioni. Non sono semplicemente destinatari di politiche di integrazione, ma soggetti capaci di generare legami e di insegnare alla comunità adulta una grammatica nuova della convivenza.

Particolarmente rilevante, per un contesto ecclesiale, è il ruolo delle comunità religiose. La ricerca mostra che per i giovani con background migratorio integrale la religione conserva una forte vitalità come spazio di identità , continuità e relazione: il 59,5% la considera molto importante e il 42,9% si definisce credente praticante, percentuali nettamente più alte rispetto ai coetanei italiani. Le parrocchie e le comunità religiose, anche quando non coincidono con l’appartenenza confessionale di tutti i giovani coinvolti, sono percepite come luoghi di accoglienza, rifugio, socialità e riconnessione con le proprie radici.

Da qui la provocazione più forte per Matera e per la Chiesa locale: costruire pace non significa limitarsi a parlare di pace, ma creare luoghi in cui il dialogo accada realmente. Luoghi in cui i giovani possano raccontarsi, riconoscersi, scoprire di non essere soli; luoghi in cui le famiglie possano essere accompagnate; luoghi in cui la scuola, la comunità ecclesiale e il territorio imparino a collaborare. La futura scuola di pace evocata da don Michele La Rocca non appare allora come un progetto astratto, ma come la possibile maturazione di un cammino già iniziato: un laboratorio stabile nel quale educazione, ascolto, cittadinanza e fraternità possano incontrarsi.
In una città che si prepara a vivere il 2026 come Capitale Mediterranea della Cultura e del Dialogo, il convegno ha indicato una strada precisa: il Mediterraneo non è soltanto un confine geografico, ma un luogo simbolico in cui si decide se le differenze diventeranno motivo di separazione o occasione di incontro. Le seconde generazioni, con la loro doppia appartenenza e la loro capacità di abitare più mondi, possono diventare il ponte più concreto per una pace che non resta dichiarazione, ma prende forma nella scuola, nelle parrocchie, nelle famiglie e nelle relazioni quotidiane.
Dopo l’intervento della prof.ssa Francesca Farruggia, supportato da un ricco corredo di slides (scaricabili cliccando sul link), è seguito un dibattito di approfondimento sui temi trattati, con domande e riflessioni nate soprattutto dal mondo della scuola, dell’educazione e delle realtà ecclesiali presenti.
Le conclusioni sono state affidate a Lindo Monaco, presidente del Parco Culturale Ecclesiale Terre di Luce, e alla prof.ssa Cinzia Moliterni, Direttrice dell’Ufficio diocesano di Pastorale scolastica, che hanno illustrato il modo in cui le sollecitazioni emerse potranno tradursi in un percorso concreto sul territorio.
Lindo Monaco ha presentato il quadro generale del contributo che la Chiesa di Matera-Irsina intende offrire a Matera Capitale Mediterranea della Cultura e del Dialogo 2026. Dopo l’esperienza del 2019, centrata sul tema del cammino, il nuovo percorso assume la forma di un itinerario orientato a una meta precisa: la pace, intesa come fraternità tra i popoli.


Cinzia Moliterni ha poi indicato la possibile traduzione operativa dei laboratori del dialogo: l’idea è quella di farne esperienze concrete di fraternità nei contesti scolastici, parrocchiali e associativi, a partire dall’ascolto, dalla conoscenza reciproca e dalla valorizzazione di ciò che ciascuno porta con sé. La condivisione delle tradizioni familiari e culturali – dal cibo ai racconti, dai giochi alla musica – può diventare una via semplice ma efficace per favorire l’incontro tra persone, famiglie e comunità .
Il percorso sarà proposto in particolare agli insegnanti, ai dirigenti scolastici, alle comunità parrocchiali e alle realtà già impegnate sul territorio, con l’intento di avviare ora i primi passi e riprenderli poi a settembre in modo più strutturato. L’obiettivo è tessere reti tra scuola, Chiesa, associazioni, Caritas e comunità locali, perché la ricchezza emersa dal convegno non resti solo una riflessione, ma diventi processo condiviso e visibile nella città .




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