È dentro questa realtà, dove la parola pace sembra una parola quasi impronunciabile. che la comunità cristiana è chiamata a vivere.
Padre Bashar Fawadleh, parroco latino del villaggio, racconta di incursioni ormai quasi quotidiane, incendi, terreni devastati, strade chiuse. «Tutta la gente qui ha paura», ha detto. Il 9 agosto perfino l’esercito israeliano ha dichiarato Taybeh zona militare chiusa ai non residenti israeliani nel tentativo di arginare le violenze.

È la cronaca molto cruda di questi giorni che rende ancora più provocatoria la domanda che attraversa la lettera pastorale del cardinale Pierbattista Pizzaballa alla sua diocesi di Gerusalemme: come stare da cristiani dentro una situazione così?
Pizzaballa guarda alla realtà e non offre consolazioni facili. Sa che le ferite sono profonde, che il conflitto non finirà presto e non nasconde le responsabilità, le ingiustizie, la necessità della denuncia. Già mesi fa, parlando proprio degli attacchi a Taybeh e ad altri villaggi palestinesi, denunciava vandalismi contro case e automobili e una situazione nella quale le persone non sanno più a chi rivolgersi per ottenere giustizia.
Ma la domanda cristiana non può fermarsi alla denuncia: «Che cosa il Signore ci chiede in questo momento?». Il conflitto, scrive Pizzaballa, non è semplicemente una parentesi da attendere che passi: è diventato il luogo nel quale la Chiesa è chiamata a vivere la propria missione.
Ed è qui che, dentro una terra senza tregua e senza pace, affiora qualcosa di sorprendente.
Continuano ad esserci scuole nelle quali ragazzi di comunità diverse crescono insieme; ospedali nei quali cristiani, musulmani ed ebrei curano e sono curati fianco a fianco; opere sociali che servono chi ha bisogno senza chiedergli prima da quale parte venga. Alle famiglie viene chiesto di raccontare anche la propria storia dolorosa senza consegnare ai figli l’odio. Ai sacerdoti di essere uomini capaci di «ascoltare, incoraggiare, ricucire». Ai religiosi e alle religiose di continuare quella presenza che, anche durante la guerra, ha significato pregare, servire, condividere fino in fondo la sorte della gente.
Non si tratta di una pace immaginaria costruita ignorando le ingiustizie. Pizzaballa ricorda che le responsabilità non sono tutte uguali e che la forza, anche quando venga ritenuta necessaria nel breve periodo, non può offrire da sola una soluzione duratura.
La profezia cristiana consiste piuttosto nell’impedire che il dolore produca inevitabilmente altro dolore, che l’appartenenza diventi necessariamente esclusione.
È una profezia che dalla Terra Santa raggiunge altri luoghi segnati dalla guerra e dalla violenza, dove continuano ad apparire esperienze di riconciliazione e di incontro. Ma arriva anche molto più vicino a noi.
Perché conosciamo anche noi, pur in condizioni incomparabilmente diverse, la logica che divide il mondo tra “noi” e “loro”. La conosciamo nelle comunità, nella politica, nei luoghi di lavoro, talvolta nelle famiglie.
La riconosciamo quando la prima domanda rivolta all’altro non è più chi sei, ma «da che parte stai?», quando una ferita diventa risentimento e le proprie ragioni impediscono perfino di ascoltare quelle dell’altro.
Per questo la pace comincia molto prima di un trattato.
Comincia quando si parla con l’altro e non soltanto dell’altro. Quando si custodisce la memoria senza trasformarla in vendetta. Quando si prova a ricucire ciò che sembra definitivamente spezzato. Quando il perdono, senza dimenticare né giustificare il male, riesce a interrompere la catena dell’odio.
I cristiani di Terra Santa non sono osservatori esterni del conflitto. Pizzaballa ricorda che appartengono alla stessa storia di israeliani e palestinesi. Non sono chiamati semplicemente a fare da ponte tra due parti, ma ad essere sale, luce e lievito dall’interno di quella società.
A Taybeh oggi hanno paura. Le famiglie vedono minacciate le loro case e le loro terre. Padre Bashar chiede alla Chiesa universale di non dimenticarle.
E proprio qui la parola di Pizzaballa acquista tutto il suo peso.
La pace non c’è ancora. La tregua neppure. Non sappiamo quando arriveranno.
Ma si può decidere di non lasciare il campo all’odio.
Si può continuare a educare, curare, servire, ascoltare, ricucire.
E soprattutto si può fare ciò che, in certe circostanze, diventa già una forma elementare e radicale di costruzione della pace: restare.


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