Alla solenne concelebrazione eucaristica ha preso parte l’intera Conferenza episcopale di Basilicata: il vescovo diocesano, mons. Vincenzo Orofino; l’arcivescovo metropolita di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo, mons. Davide Carbonaro; l’arcivescovo di Matera-Irsina e vescovo di Tricarico, mons. Benoni Ambarus; l’arcivescovo di Acerenza, mons. Francesco Sirufo; e il vescovo di Melfi-Rapolla-Venosa, mons. Ciro Fanelli. Presenti anche numerosi sacerdoti, autorità civili e militari e fedeli.

La celebrazione si inserisce quest’anno nel 50° anniversario della nuova configurazione della diocesi di Tursi-Lagonegro. «Ricordare una data – ha osservato Pizzaballa – non significa semplicemente guardare indietro; significa riconoscere il cammino compiuto, ringraziare per ciò che il Signore ha operato e domandarsi quale sia oggi la chiamata rivolta a questa Chiesa».
Prendendo spunto dalla festa della Natività della Beata Vergine Maria, il patriarca ha sottolineato lo stile discreto con cui Dio entra nella storia.
«La salvezza del mondo comincia con la nascita di una bambina. Dio non entra nella storia con la forza, ma chiedendo accoglienza. Non occupa uno spazio, ma cerca un cuore libero». Un richiamo particolarmente significativo, ha spiegato, in una cultura spesso segnata dalla logica della forza e della potenza.

Al centro dell’omelia anche il tema della fede davanti alle ferite e alle contraddizioni della storia. Maria e Giuseppe, ha affermato Pizzaballa, mostrano che «la fede non elimina l’incertezza, ma permette di attraversarla»: non offre sempre risposte immediate davanti a guerre, ingiustizie e morti, ma aiuta a «starci dentro con uno sguardo diverso».
Il pensiero del patriarca è andato quindi alla Terra Santa e in particolare a Gaza. «La terra di Maria è oggi profondamente ferita», ha detto, ricordando famiglie distrutte e bambini privati della scuola e di una vita normale.
Pizzaballa ha messo in guardia dal rischio di ridurre l’altro «a una categoria, a un nemico», fino a non riconoscerne più «il volto e il dolore».
Eppure, ha aggiunto, anche dentro la violenza continuano ad emergere «piccoli segni» di umanità: persone che curano i feriti senza chiedere a quale popolo appartengano, comunità che condividono il poco che possiedono, famiglie che rifiutano di educare i figli all’odio.
Pizzaballa ha inoltre ringraziato la Basilicata per la vicinanza dimostrata alla Terra Santa, «soprattutto nei tempi duri», sia dalla Chiesa sia dalle istituzioni civili. La sua presenza ad Anglona, ha spiegato, vuole essere «un segno di questa comunione», nell’incontro tra la Chiesa di Gerusalemme e quella di Tursi-Lagonegro. «Abbiamo bisogno della vostra preghiera, della vostra vicinanza e della vostra capacità di non dimenticarci quando l’attenzione del mondo si sposterà altrove».
Guardando al futuro della diocesi dopo il cinquantesimo anniversario, il patriarca ha infine affidato a Maria l’auspicio di una comunità «capace di generare, non soltanto di conservare», radicata nel territorio e insieme aperta alla comunione universale, vicina soprattutto a chi attraversa i momenti più difficili della vita.
«La nascita di Maria – ha concluso – ci ricorda che Dio può iniziare qualcosa di nuovo anche quando noi ancora non lo vediamo».



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