“Raccontami dentro”: il carcere tra dignità, perdono e possibilità di ricominciare

A Matera l’incontro con il cardinale Enrico Feroci e Zef Karaci. Al centro lo sguardo sulla persona, l’accoglienza di chi esce dal carcere e la forza di relazioni capaci di aprire una possibilità nuova.

Non identificare una persona con il male che ha commesso. Conoscere prima di giudicare. Costruire relazioni capaci di accompagnare chi è detenuto e, più ancora, chi torna alla libertà. Sono alcuni dei temi emersi a Matera nell’incontro “Raccontami dentro”, aperto da fra Gianparide Nappi, cappellano della Casa circondariale di Matera, con gli interventi del cardinale Enrico Feroci e di Zef Karaci.

Proprio fra Gianparide Nappi, introducendo la serata, ha spiegato il doppio significato racchiuso nel titolo: raccontare ciò che accade “dentro” il carcere, ma anche ciò che accade dentro di noi quando la storia di un’ altra persona cambia il nostro modo di guardare la realtà.

Feroci: «Se non si conosce non si ama e non si serve»

Il cardinale Feroci, per anni direttore della Caritas diocesana di Roma, ha indicato il criterio che ha maturato durante la sua esperienza pastorale: «Se non si conosce non si ama e non si serve». Il carcere rischia infatti di rimanere una realtà lontana, sulla quale è facile esprimere giudizi senza conoscere le condizioni concrete delle persone che vi vivono.

Feroci ha richiamato anche le difficoltà materiali vissute dai detenuti più poveri che, specie in mancanza di una rete familiare, restano poveri anche dentro il carcere, privi spesso degli indumenti e di altri beni essenziali. Da qui la necessità non solo di iniziative di aiuto, ma anche di una comunità capace di accorgersi di questi invisibili.

Riprendendo le parole di Papa Francesco ai cappellani delle carceri, il cardinale ha ricordato che «nessuna cella è così isolata da escludere il Signore» e che il detenuto non può essere considerato una persona da scartare. Il perdono cristiano, ha aggiunto, non consiste nel fingere che il male non sia accaduto, ma nell’offrire una possibilità perché chi ha sbagliato possa riprendere a vivere.

Una questione che diventa ancora più delicata al termine della pena, quando chi esce dal carcere può ritrovarsi senza relazioni, casa o punti di riferimento.

Karaci: «Tu non sei il male che hai fatto»

La testimonianza di Zef Karaci, che ha trascorso oltre 17 anni in carcere, ha occupato la parte centrale dell’incontro con il racconto non tanto della propria vicenda giudiziaria quanto degli incontri che lo hanno portato a cambiare il modo di guardare sé stesso e gli altri.

Uno di questi avvenne dopo un episodio di violenza. L’uomo che Karaci aveva picchiato tornò da lui non per vendicarsi, ma per abbracciarlo: «Tu non sei il male che hai fatto». Karaci non accettò quell’abbraccio, ma da quel momento non riuscì più a dormire tranquillo. A poco a poco cominciò a interrogarsi su ciò che stava vivendo: «Il mio cuore non sono mai riuscito a corromperlo, non è mai sceso a patti con me».

Nel carcere di Como, altri incontri segnarono passaggi decisivi nel suo percorso. In un laboratorio di grafica pubblicitaria sperimentò la possibilità di essere accolto senza essere continuamente ricondotto al proprio passato: «Dopo pochi giorni mi sentivo voluto bene». Fu lì che gli venne proposto Il senso religioso di don Luigi Giussani. Dopo un iniziale rifiuto, la lettura divenne occasione per interrogarsi sulla libertà, non più intesa semplicemente come possibilità di fare ciò che si vuole, ma come esperienza che può nascere dentro un rapporto vero. «È un rapporto ciò che libera», ha sintetizzato.

Don Roberto Malgesini e un perdono che non cancella il male

Decisiva fu l’amicizia con don Roberto Malgesini, sacerdote della diocesi di Como che operava anche in carcere. Karaci ne ha ricordato anzitutto la semplicità. Al loro primo incontro, essendosi presentato semplicemente come “Roberto”, lo aveva scambiato addirittura per un detenuto. Da allora nacque con lui un’amicizia destinata a segnare profondamente la sua vita.

Karaci ha raccontato un episodio che gli fece comprendere fino in fondo cosa fosse il perdono. Durante una lite tra detenuti, don Roberto intervenne e venne colpito con un pugno. Avrebbe potuto denunciare l’aggressore, ma chiese invece di incontrarlo. Al giovane che, in lacrime, gli chiedeva perdono, don Roberto rispose con parole che Karaci non avrebbe più dimenticato: «Tutto quello che stai dicendo non è mai accaduto… non è neanche un sogno, è un incubo. Ma se non vuoi vivere l’incubo, svegliati».

Da quell’esperienza Karaci ha ricavato una formula diventata centrale nel suo racconto: «Per-dono: mi dono per non perdere. Vince chi abbraccia più forte».

Karaci ha ricordato un altro tratto di don Roberto: non trascinava nessuno, ma restava accanto alla persona rispettandone i tempi e la libertà. «Quando tu vuoi, ci alziamo insieme», diceva.

Don Roberto Malgesini fu ucciso a Como il 15 settembre 2020 da una delle persone senza fissa dimora che aiutava. Karaci lo aveva incontrato appena due giorni prima. Alla notizia della morte, Karaci racconta di aver protestato con Dio: perché lui, con tutto il male compiuto, era ancora vivo, mentre don Roberto, che aveva sempre cercato il bene degli altri, non c’era più?

Negli anni successivi, raccontare quell’amicizia è diventato anche un modo per custodirne la memoria e riconoscerne i frutti. A don Roberto Karaci ha dedicato due libri: Don Roberto Malgesini. «Vai e prendi loro per mano» e Don Roberto Malgesini. Non c’è inizio senza perdono.

Proprio attraverso il racconto di quella storia, Karaci ha detto di aver compreso più profondamente quanto una vita donata possa continuare a incidere anche dopo la morte. «I santi ce li abbiamo accanto», ha osservato, ricordando quanto sia facile riconoscerne il valore solo quando non ci sono più.

«Lì c’è un cuore che batte»

Nel dialogo con il pubblico è emersa la domanda su cosa possano fare concretamente le comunità. Karaci ha risposto tornando al punto essenziale: dietro ogni detenuto c’è una persona, con desideri, ferite e attese che non vengono cancellati dal reato commesso. «Lì c’è un cuore che batte», ha detto, precisando che riconoscere questa umanità non significa assolvere né negare le responsabilità, ma accompagnare un cammino che richiede tempo.

A confermare quanto il carcere resti poco conosciuto all’esterno è stato anche un ispettore della Polizia penitenziaria, forte di trent’anni di servizio che ha richiamato la necessità di persone disposte a entrare negli istituti e a costruire relazioni con chi ci vive. Riprendendo il suo intervento, Karaci ha ricordato che la realtà carceraria non riguarda soltanto i detenuti, ma anche gli agenti e quanti, a diverso titolo, ne condividono ogni giorno la vita.

Proprio sul valore della relazione e della fiducia ha richiamato alcune esperienze carcerarie brasiliane fondate su un percorso educativo e prive di guardie armate. Ha raccontato di un detenuto, noto per essere evaso da numerosi istituti di massima sicurezza, che in una di queste strutture non tentò più la fuga. Alla domanda sul perché, rispose: «Dall’amore non si fugge».

Mons. Ambarus: tornare alle storie delle persone

Nell’intervento conclusivo mons. Benoni Ambarus ha invitato a riconoscere il rischio di una lettura della realtà costruita attraverso categorie che finiscono per sostituirsi alle persone: la povertà interpretata come colpa, il migrante soltanto come pericolo, il detenuto come individuo da scartare, la malattia come peso.

Per Ambarus, il modo per sottrarsi a queste semplificazioni è tornare alle storie delle persone. Il racconto di una vita concreta, ha osservato, può fare breccia nelle letture ideologiche e costringere a guardare la realtà nella sua complessità.

Infine, ha invitato a recuperare tempo per le relazioni e l’ascolto, sottraendolo anche al flusso continuo di messaggi, social e impegni che riempiono le giornate. Le testimonianze autentiche, ha aggiunto, possono essere uno di quei «cibi buoni» capaci di nutrire la vita e cambiare nel tempo il nostro sguardo sulla realtà.

Il video integrale dell’incontro “Raccontami dentro”

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