Dalla memoria alla notizia, il racconto di una comunità

Alla prima edizione del Premio nazionale di giornalismo “Mario Trufelli”, svoltasi il 1° ottobre a Tricarico, Erasmo Bitetti è intervenuto sul tema “Dalla memoria alla notizia, il racconto di una comunità”. Pubblichiamo di seguito il testo del suo intervento.

Il titolo che mi è stato affidato mette in relazione tre parole: memoria, notizia, comunità. E suggerisce una direzione precisa: non dalla notizia alla memoria, ma dalla memoria alla notizia.

Di solito pensiamo alla memoria come a ciò che resta dopo che i fatti sono accaduti. Ma può succedere anche il contrario: che un’immagine, una voce, un fatto del passato aiutino a comprendere meglio qualcosa del presente.

Una comunità è fatta anche di luoghi, esperienze e storie che hanno lasciato un segno. La memoria ne conserva le tracce e può diventare, per il giornalista, uno strumento per porre domande su ciò che è cambiato, su ciò che resta, su ciò che ancora incide sulla vita di una comunità. Ma, come tutte le fonti, la memoria va interrogata.

Mario Trufelli (a destra) insieme all’amico Amelio Roccamonte (Salerno, 1978)

Mario Trufelli era mio zio ed è stato una presenza costante nella mia vita, dentro un legame familiare molto stretto. Dopo la sua morte abbiamo ritrovato nel suo studio un ricco archivio digitale personale: una piccola parte della vastissima produzione giornalistica, composta da servizi, interviste e contributi che aveva scelto di conservare e ai quali è ragionevole pensare attribuisse un valore particolare.

Accanto a questi, una grande quantità di appunti scritti a mano – scalette, domande, nomi, riferimenti – documenta il rigore con cui preparava i suoi interventi.

Rivedendo quella raccolta mi ha colpito soprattutto una cosa: Mario partiva spesso da ciò che poteva sembrare già noto — una storia, una persona, un documento, un luogo — e riusciva a coglierne un aspetto inatteso.

In un breve frammento conservato nell’archivio è Mario stesso a raccontarsi e a parlare del suo paese.

Nel modo in cui parlava di Tricarico ricorre una parola significativa: lo definiva un paese «ricco di valori umani, ricco di situazioni, ricco di stupori».

La parola stupore dice molto del suo sguardo: anche ciò che gli era familiare poteva ancora sorprenderlo e diventare materia di racconto.

Lo stesso atteggiamento affiora nel ricordo dei suoi inizi nel giornalismo. Quando Angelo Narducci gli propose di scrivere per Il Popolo, Mario raccontava di essersi chiesto: «Di che cosa? Su che cosa?». E di essersi risposto: «Della Basilicata, di quel che sapevo».

Quelle parole non indicavano un ripiegamento sul già noto. Dicevano piuttosto quanto fosse importante, per lui, partire da una realtà vissuta abbastanza a fondo da riconoscerne storie, persone e cambiamenti.

Nei suoi servizi si avverte spesso il desiderio di andare oltre il fatto per incontrare le persone. In uno di essi Mario parla di «occasione dell’incontro»: il fatto di cronaca diventa il punto di partenza per ascoltare una persona e lasciare che sia quell’incontro ad allargare il racconto.

Carlo Levi (a sinistra) e Mario Trufelli (1964)

Tra i materiali ritrovati, un servizio mi sembra particolarmente eloquente.

Nel 1963, dieci anni dopo la morte di Rocco Scotellaro, Mario realizzò un servizio sulla memoria ancora viva di lui a Tricarico. L’attacco era:

«Cinquemila fotografie dello stesso uomo sono troppe per un paese come questo».

Più che dalla biografia di Scotellaro, Mario parte da una suggestione forte, capace di rendere immediatamente percepibile la forza che quella memoria conservava nel paese. Da lì allarga il racconto fino a una considerazione più ampia:

«La storia dei contadini di Tricarico è la storia di molta parte del nostro Sud».

È qui che vale la pena soffermarsi: una memoria acquista rilievo giornalistico quando, attraverso un particolare, riesce ad aprire lo sguardo su una storia più grande.

Un altro modo in cui Mario attinge alla memoria per costruire una notizia emerge da un servizio dedicato al 2 novembre: una ricorrenza che, proprio perché ritorna ogni anno, sembra offrire poco spazio alla novità. Eppure Mario trova materia di racconto nelle consuetudini ancora vive in alcune comunità lucane.

Mario incontra una donna di ottantadue anni che apparecchia la tavola con pane, fichi secchi, mandorle e vino per il padre morto. Le domanda che cosa farà di quel cibo se il padre non verrà.

La risposta è semplicissima: «Ai poveri». E così sposta l’attenzione dal rito e dal ricordo del passato a ciò che, attraverso quel gesto, continua a vivere nel presente.

Mario osserva che quelle consuetudini vanno «al di là dei limiti del folklore».

Una tradizione può essere raccontata come nota di colore oppure guardata più a fondo, per cogliere ciò che continua a significare per chi la vive. In un gesto antico affiora ancora una forma di relazione, di condivisione, di comunità.

Nello stesso servizio Mario parla di «cronisti spesso frettolosi e indifferenti». La fretta fa passare oltre, l’indifferenza fa credere di aver già capito. Ed è qui che torna lo stupore: la disponibilità a lasciarsi ancora sorprendere dalla realtà.

Naturalmente ci sono momenti nei quali il giornalismo deve fare altro. Davanti a una tragedia, per esempio, non c’è tempo per cercare il significato profondo di ogni cosa.

Nel racconto del terremoto dell’Irpinia, soprattutto nei collegamenti da Balvano, Mario dà nomi, età, vittime, feriti, orari, notizie ancora incerte. Il linguaggio cambia. È giusto che cambi. Il primo compito, in quel momento, è dire ciò che sappiamo e distinguerlo da ciò che ancora non sappiamo.

Mario Trufelli ricorda il terremoto dell’Irpinia – video di 6 minuti

Il giornalismo vive anche di questi due tempi: quello rapido dei fatti e quello più lungo necessario per comprenderli.

Proprio in questi giorni è stato reso noto il tema della prossima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali: «Uno sguardo nuovo: prestare attenzione nell’era del clickbait». Come ha osservato Vincenzo Corrado, direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, oggi si tratta anche di «decidere di chi e di che cosa prenderci cura con il nostro sguardo».

E proprio qui la memoria può aiutarci a non ricominciare ogni volta da zero: ricordare che un problema ha una storia, che una promessa era già stata fatta, che un territorio aveva già attraversato una trasformazione simile.

In questa prospettiva, il ritrovamento dell’archivio di Mario Trufelli assume un significato particolare. Quei servizi, nati per raccontare l’attualità, oggi non ci mostrano soltanto com’era la Basilicata di allora.

Possono aiutarci a capire che cosa resta dei paesi raccontati, quale esito abbiano avuto le promesse di sviluppo, come siano cambiate le relazioni comunitarie, quali nuove marginalità siano emerse e quali voci rischino di restare fuori dal racconto giornalistico.

È così che questo archivio smette di essere soltanto una testimonianza del passato e continua a porre domande al presente.

Nel servizio su Rocco Scotellaro Mario parlava degli uomini e delle donne di Tricarico come di persone: «fedeli ad una memoria, ma anche a quella volontà di vita che Rocco Scotellaro risvegliò nei loro cuori e che oggi gli sopravvive».

La memoria non serve soltanto a conservare: diventa feconda quando ci aiuta a vedere meglio ciò che sta accadendo.

Forse è proprio allora che la memoria torna a farsi notizia.

Clicca sull’immagine per aprire la Playlist Youtube contenente una parte dei servizi ritrovati nell’Archivio digitale di Mario Trufelli

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