
Sebbene la solennità sia stata istituita solo un secolo fa l’appellativo è stato sempre utilizzato sin da tempi più remoti.
La festa di Cristo Re affonda le sue radici nell’enciclica “Quas Primas”, promulgata da Papa Pio XI nel 1925. In un’epoca segnata dall’ascesa di ideologie totalitarie e da profonde tensioni sociali, il Papa volle ricordare che nessun potere terreno può pretendere un dominio assoluto sull’uomo. Solo Cristo, “Re dell’universo”, è il punto di riferimento stabile per la vita personale e per la storia degli uomini.
Il messaggio della solennità odierna è chiaro: il Regno di Cristo non si identifica con i poteri di questo mondo.
È un Regno fondato sulla verità, sulla pace e sulla giustizia, come ricorda il dialogo con Pilato – “Tu sei re?” – nel vangelo di Giovanni che si proclamava in questa festività lo scorso anno. E il prossimo anno vedremo Cristo Re come il giudice che separa “pecore e capri” secondo il criterio della carità.
Quest’anno, invece, la liturgia ci presenta il sovrano del Regno dei Cieli che, dalla croce, esercita il suo potere più grande, quello del perdono: ai re non era dato non solo il potere di proclamare le leggi ma anche di dare la salvezza ai condannati e il buon ladrone fu il primo salvato.
Nel Vangelo di questa domenica la figura di Cristo Re ci appare in tutta la sua sorprendente contraddizione evangelica. Non troviamo la regalità secondo i criteri del mondo: al posto di una corona d’oro c’è una corona di spine; il trono è la croce, segno di condanna e non di potere; lo scettro è una semplice canna posta per scherno. Le sue vesti non sono ornate né preziose: un panno leggero copre appena un corpo ferito, lontano dal canone ideale dell’uomo perfetto celebrata dalla cultura classica.
Gesù si presenta così come l’“Ecce Homo” (l’uomo nella sua debolezza) e non come il “vir” (l’uomo potente, virile, appunto): questa immagine, così umile e così vera, diventa però anche la misura dell’uomo non secondo i canoni greci della bellezza e della forza ma secondo Dio: una regalità che si manifesta nel dono di sé, nella misericordia e nella forza che nasce dall’amore e che non misura in base alla forza ma alla debolezza.
Cristo diventa il nuovo “canone” con cui confrontarsi basato sulla pietà e sul dono rivoluzionando l’idea di regalità fatta di nuove “regole” e che “regge” – e chi conosce il latino vi riconosce la stessa radice di “regis” – il mondo con la sua giustizia e misericordia.
La regalità che ci viene presentata non è un potere che schiaccia, ma innalza; non domina, ma salva.

In origine la festa era collocata nell’ultima domenica di ottobre, all’interno del mese missionario, per sottolineare la chiamata dei cristiani a diffondere i valori del Regno nella società ma soprattutto con lo sguardo verso tutti i popoli che ancora non hanno conosciuto il Messia e il suo Regno.
Con la riforma liturgica di Paolo VI la celebrazione è stata spostata all’ultima domenica dell’anno liturgico, come naturale coronamento dell’intero cammino annuale della Chiesa: la storia dell’umanità e quella di ciascuno di noi trovano compimento in Cristo, Signore del tempo e della vita.
Celebrando Cristo Re, la Chiesa rinnova l’invito a guardare oltre le logiche del potere e delle contrapposizioni, per lasciarsi guidare da Colui che regna servendo e che giudica con misericordia. Una prospettiva che rimane sorprendentemente attuale, anche nel nostro tempo.
E che interpella ciascuno di noi: “Nell’anima dei giusti è presente il Padre e col Padre anche Cristo, secondo quell’affermazione: verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Ma questo regno di Dio, che è in noi, col nostro instancabile procedere giungerà al suo compimento, quando si avvererà ciò che afferma l’Apostolo del Cristo. Quando cioè egli, dopo aver sottomesso tutti i suoi nemici, consegnerà il regno a Dio Padre, perché Dio sia tutto in tutti” (Origine, “La preghiera”).

allestito a festa per la solennità di oggi (Foto Giuseppe Iannuzziello).

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