Dentro e fuori la scuola: Esclusi due volte. La povertà economica genera anche una povertà educativa

Il "Global Compact on Education" è l'invito lanciato da Papa Francesco (il 12 settembre 2019) per un’alleanza tra tutti coloro che operano nel campo dell’educazione e della cultura, al fine di cambiare il mondo attraverso l'educazione, l'arte, lo spettacolo, lo sport, etc., formando tutti, soprattutto le nuove generazioni, alla Fratellanza Universale.

Nel paese, l’Italia, che fa parte del G7, la povertà è in forte.  Anche l’ISTAT nello stesso mese di giugno, ha reso noto l’ultima indagine sulla povertà in Italia. I dati ci dicono che 2,2 milioni di famiglie vivono in povertà assoluta, pari a 5,7 milioni di cittadini. Si confermano i dati della Caritas, in più i dati dell’ISTAT mettono in evidenza che la povertà assoluta genera anche una drammatica povertà educativa. Tra le bambine e i bambini, le ragazze i ragazzi, la percentuale sale al 13,8%, una cifra che evidenzia in numeri il fallimento delle politiche di contrasto strutturale (La povertà in Italia – ISTAT Anno 2024, 2025). La condizione di povertà cresce anche nelle sue forme più dure: il 10,4% della popolazione vive in gravi condizioni materiali e sociali, con grosse difficoltà a poter accedere a beni essenziali: alimenti, iniziative culturali, connessione internet, (Cresce la popolazione a rischio povertà ed esclusione sociale, 2025 – Save the Children, Dati ISTAT).

Questi numeri ci parlano di storie di bambini e bambine che non possono leggere un libro a casa, di adolescenti che non hanno uno spazio per studiare, di adulti/genitori che rinunciano a cure o formazione. La conseguenza della povertà economica genera, come detto, povertà educativa, e questa, a sua volta, diventa privazione democratica: meno possibilità di esprimersi, di partecipare e di contare: di essere cittadini. 

Tra i giovani con meno di 18 anni, uno su dieci vive in contesti nel quale mancano libri, spazi di studio, stimoli o esperienze extrascolastiche (ISTAT, 2025). E dove questa povertà colpisce, la scuola spesso non riesce ad essere un argine, diventando, suo malgrado, per le indicazioni di assurde circolari, molto spesso ideologiche per scopi di propaganda politica, un luogo che amplifica le disuguaglianze. La povertà educativa non sono solo i voti o il rendimento, ma è assenza della possibilità di apprendere, incapacità di bambine e bambini di creare e partecipare alla costruzione del mondo. Per tutte queste ragioni, quando si parla di povertà educativa, è importante parlare di democrazia dell’educazione.

Quando le scuole si riducono a luoghi di trasmissione di saperi neutri o generici, chi non ha le possibilità culturali e economiche resta “indietro due volte: dentro e fuori la scuola”. Le ricerche, sia pedagogica che sociologica (quelle serie), che riguardano le classi sociali e le periferie, ci confermano da anni, che partecipazione e ascolto sono gli strumenti più efficaci per ridurre la disuguaglianza educativa. Nel 2025, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha pubblicato le nuove Indicazioni nazionali per la scuola dell’infanzia e il primo ciclo d’istruzione (MIM, Indicazioni nazionali 2025, 2025). Nel testo si legge la volontà di voler “contrastare le povertà educative” e “rafforzare l’inclusione”, ma la distanza tra le parole, gli strumenti e i fatti, resta ampia.

Molti studiosi e docenti hanno segnalato un limite grave: le politiche educative non possono essere cieche di fronte alla realtà sociale. Le ricerche, lo studio dei fatti, le analisi sulla vita dei cittadini, soprattutto i giovani, non sono solo numeri, ma prove che dovrebbero orientare obiettivi, metodologie e risorse. Non considerarli significa costruire una scuola, ad ogni livello, che non tiene conto di chi, oggi, è escluso.

Come è stato evidenziato in un articolo pubblicato su Educazione Aperta, il rischio è che il nuovo testo del MIM, “nomini la povertà senza ridefinire il potere educativo”, restando ancorato a una visione tecnico-disciplinare più che democratica (Educazione Aperta, “Fare il vuoto: la pedagogia delle nuove Indicazioni, 2025” – Si tratta di un testo di più di centocinquanta pagine, elaborate da una commissione presieduta dalla pedagogista Loredana Perla e che conta più di un centinaio di esperti, per lo più docenti universitari, mentre sono solo due le maestre di scuola dell’infanzia). Sembra normale che una indagine sulla scuola dell’infanzia veda il coinvolgimento di solo due maestre? Quali sono le conoscenze e le esperienze dei docenti universitari? Certo occorre la loro presenza ma ci dovrebbe essere un numero prevalente di maestre, considerato che oggi molte sono in possesso della Laurea in Scienze della Formazione Primaria.

È incomprensibile e dura da decenni una domanda: perché raccogliamo dati, facciamo ricerche, sperimentiamo pratiche di comunità, e poi nessuno le ascolta e le applica? Abbiamo un grande patrimonio di studi sulle povertà educative, sulla dispersione scolastica e come affrontarle, e nessuna le ascolta e le applica. Quello che è certo è che nel dibattito politico e ministeriale tutto questo sembra non esistere. Ogni volta che una scuola prova a lavorare in modo cooperativo, a costruire progetti, a fare rete col territorio, qualcuno la liquida come scuola alternativa poco seria. È un modo elegante per dire: non siete da considerare. Si continua a parlare di equità senza cambiare tutto ciò che la renderebbe possibile.

Contrastare la povertà educativa non significa soltanto fornire risorse economiche o strumenti tecnologici, ma riconoscere ogni soggetto portatore di parola e di diritto all’apprendimento. Una scuola democratica, quell’istruzione sancita nella nostra Costituzione, non è quella che distribuisce uguali contenuti a tutti, ma quella che crea le condizioni per la partecipazione, l’ascolto e la costruzione dei saperi. Quando le bambine e i bambini, le ragazze e i ragazzi, possono discutere, proporre e decidere, le differenze di partenza si riducono. Le esperienze di didattica partecipata, dimostrano che la democrazia, praticata quotidianamente, è la prima forma di lotta contro la povertà. Quando si capirà tutto questo? Quando la scuola sarà tenuta fuori da dispute ideologiche?

Può aiutare la lettura di un articolo di Youssef Taby per capire quali proposte sono ritenute urgenti e importanti per la scuola da parte di chi oggi governa. Proposta in contrasto con gli artt. 8-19 e 20 della Costituzione. Il problema dell’istruzione, purtroppo, non è mai stato affrontato seriamente dai vari governi che si sono alternati alla guida del Paese. Ognuno ha messo un suo tassello creando più problemi alla scuola invece di risolverli, dimenticando di coinvolgere ragazzi, maestre e insegnanti. La politica a tutti i livelli dovrebbe leggere i numerosi discorsi al mondo della scuola e dell’università, di Papa Francesco. Il suo rapporto con il mondo scolastico e universitario è stata una costante della sua vita da religioso, da vescovo e anche da papa, contribuendo a caratterizzare il suo magistero e i suoi gesti. Il suo pensiero è racchiuso nel “Patto educativo globale”, una iniziativa lanciata nel 2019 per creare un’alleanza tra tutti coloro che si occupano di educazione e cultura, con l’obiettivo di formare generazioni future più solidali e fraterne. Il Patto promuove un’educazione che favorisca pace, giustizia e accoglienza, rispondendo a una “crisi complessiva” della società, aggravata dal periodo della pandemia, e che metta al centro la persona, la cura del pianeta e la costruzione di un nuovo modello di sviluppo. Resta un esempio del cammino indicato alla Chiesa e non solo, fatto di processi da attivare, generazioni da far dialogare, sfide da accogliere senza paura.

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Marino Trizio

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