GIORNALI CATTOLICI – E’ la buona stampa, bellezza

Tra risorse sempre più limitate, crisi dell'editoria e disaffezione dei credenti alla Messa, la comunicazione religiosa continua a fare il suo mestiere: raccontare la realtà senza manipolarla, dare voce e mantenere in rete le comunità, esercitare un controllo sul potere.

Sono nati all’ombra dei campanili, la maggior parte più di cent’anni fa. E ancora oggi rappresentano “l’altra campana” dell’informazione italiana. Hanno tutti una fortissima identità cattolica: fedeli all’Annuncio leggono la realtà alla luce del Vangelo, senza mai manipolarla. Il loro editore è il vescovo o una congregazione religiosa, ma aborrono il clericalismo. E vantano un legame fortissimo col territorio, la loro vera forza. Stiamo parlando della “buona stampa”, come viene definita questa Via Lattea dell’informazione cattolica che va da Famiglia Cristiana e le altre testate della Periodici San Paolocome Credere, Jesus o Vita Pastorale al quotidiano Avvenire, alle testate missionarie (Mondo e Missione, il Messaggero di Sant’Antonio), dalle riviste del mondo ecclesiale come Tracce e Città Nuova fino ai periodici diocesani: una galassia di 189 organi di informazione tra settimanali, quindicinali, agenzie e testate on line (c’è anche un quotidiano, come vedremo), 500 dipendenti, due milioni e mezzo di lettori.

Il punto di riferimento di queste ultime è la Fisc (Federazione italiana settimanali cattolici), cui fa capo un mosaico di giornali dai nomi nati nel periodo del cattolicesimo popolare che ruota intorno alla Rerum Novarum di Leone XIII, con testate che riflettono quella straordinaria e agguerrita stagione di risveglio democratico dei cattolici di fine Ottocento, quando capiscono che senza stampa la Chiesa non regge l’urto del liberalismo, del socialismo, dell’anticlericalismo. Si chiamano La Guida, La Difesa, Il segno, L’Araldo, Gazzetta d’Alba, il giornale da cui il beato don Giacomo Alberione cominciò la sua esperienza fondazionale della Società San Paolo, editrice di Famiglia Cristiana. La parola “popolo” o “gente” ricorre spessissimo (La vita del popolo, La difesa del popolo, Il giornale del popolo, Gente veneta). Alcuni arrivano anche a 30 mila copie la settimana.

Questo straordinario e fondamentale contributo alla libertà di informazione del nostro Paese, sta vivendo una crisi dentro la crisi

La prima, che coinvolge l’informazione laica, è quella dell’editoria. La seconda è il travaglio della Chiesa: se alla Messa i banchi sono sempre più vuoti evidentemente le copie da vendere nei banchetti in fondo alla navata e nelle rivendite parrocchiali della cosiddetta “buona stampa” si assottigliano. Sono giornali che possono contare su poche persone e su una rete di collaboratori volontari distribuiti in tutti i paesi, anche dispersi tra i monti. Ma ci sono settimanali che sono ben strutturati con giornalisti e grafici, aziende editoriali a tutti gli effetti. Danno spazio a parrocchie, oratori, Caritas, scoutismo, associazioni.

Accanto all’informazione ecclesiale l’informazione generale la fa da padrona

Potremmo definirli «presidi di prossimità», come spiega Sergio Criveller, giornalista e amministratore del settimanale della diocesi di Treviso La vita del popolo. Fanno fatica, ma resistono, grazie anche ai contributi all’editoria della legge 70 del 2018. «Sono strumenti di una Chiesa in uscita, immersa nell’umanità concreta di ogni giorno, in mezzo alle situazioni sociali, sulle vicende di cronaca, nella gestione di problemi comuni, non tralasciando nessun aspetto, dalla vita ecclesiale allo sport locale, dalla scuola al lavoro alla viabilità, in grado di raggiungere un po’ tutti oltre ai soliti circuiti. Aggiungendo la professionalità di chi ci mette la faccia e la firma».

Uno di questi è La Guida, il settimanale diocesano di Cuneo, otto redattori e un centinaio di collaboratori. Tra edicole ed abbonamenti vanta un venduto di ben 23 mila copie, in un momento in cui “sua maestà” il quotidiano La Stampa galleggia sulle 40 mila (dati Prima Comunicazione).

È uno dei tanti esempi di periodici di successo, che le testate laiche concorrenti, in questi anni di chiusure e ridimensionamenti «non hanno visto arrivare», come si suol dire, snobbandoli con sopracciò laico, a volte sottovalutandoli come bollettini parrocchiali e accorgendosi troppo tardi che erano concorrenti vivi e vegeti, professionali, aggiornati ai nuovi tempi oltre che radicati da decenni. «La sua identità cattolica, che non vuol dire clericale, è chiara e sta sotto la testata. Ma la sua forza», spiega il direttore Massimiliano Cavallo, 52 anni, alla guida del periodico da 2025, «è il suo legame col territorio. Un legame talmente stretto che nel Cuneese, questa provincia arcigna e laboriosa che ha dato i natali a Nuto Revelli e Giorgio Bocca, si dice che se non sei nei necrologi della Guida non sei morto.

Un altro aneddoto divertente testimonia il legame del settimanale coi suoi lettori, che festeggia i suoi 80 anni con tre volumi illustrati

«C’è stato un anno in cui abbiamo dimenticato di mettere la notizia del cambio di ora legale. Il giorno dopo molti lettori non hanno spostato le lancette dell’orologio. E qualcuno si è presentato un’ora prima alla Messa…». Naturalmente, come per tutti, non mancano le difficoltà: la pubblicità, la difficoltà di diffondere copie nelle edicole e in parrocchia.

Altro organo di stampa glorioso della Fisc è il Cittadino di Lodi, nato come settimanale nel 1890 ma divenuto quotidiano nel 1989. Oggi ha una redazione di 13 giornalisti professionisti e una cinquantina di collaboratori ed è diretto dal quarantaquattrenne Lorenzo Rinaldi, che sottolinea, come tutti, il legame tra identità cattolica e copertura capillare del territorio, non solo del Lodigiano ma di tutta l’area a Sud di Milano: «Lo scopo è fare davvero un giornale di comunità».

Spesso si pensa che il giornalismo nazionale sia più complesso di quello locale ma non è affatto così. Nei giornali locali se scrivi male di qualcuno, di un assessore o di un semplice cittadino, il giorno dopo rischi di trovartelo in redazione o fuori dalla porta di casa.

C’è persino l’automobilista che si presenta per contestarti la dinamica dell’incidente raccontato in una breve: «Io la freccia l’avevo messa». Servono rispetto, professionalità, coraggio nell’affrontare il potere politico ed economico senza timori reverenziali. Merito dei vescovi, ovvero degli editori, che di solito lasciano fare. «Ce ne sono di illuminati, come i nostri. Abbiamo fatto fior di inchieste, molto pesanti, sulla Banca Popolare di Lodi, che era uno dei principali investitori pubblicitari del nostro giornale. Nessuno ci ha mai censurato. Certo, c’è il rispetto della dignità degli indagati ma quella è un’altra faccenda che attiene all’etica di tutti giornalisti», prosegue Rinaldi. «Ma ci sono anche vescovi indifferenti, che i giornali li hanno chiusi. Come è stato possibile che morisse il settimanale diocesano di Cremona?». Così come il Resegone, il glorioso settimanale di Lecco, fucina di ottimi giornalisti, che ha finito di vivere nel 2007.

E a proposito di coraggio trasferiamoci ad Agrigento, dove è presente L’Amico del popolo, uno dei più agguerriti settimanali diocesani della Sicilia

Fu fondato nel 1955 da un Piemontese, monsignor Giovan Battista Peruzzo, un sacerdote intrepido che osò sfidare la mafia del latifondo e sfiorò pure la morte in un attentato a colpi di lupara. La tradizione delle inchieste, ci dice Marilisa della Monica, 48 anni, la coordinatrice del settimanale, ha continuato fino ai giorni nostri, come quella che ha portato alla chiusura dell’ospedale psichiatrico lager di Agrigento, sullo sfruttamento dei migranti che raccolgono le arance di Ribera (l’inchiesta “Arancia nera”), sui nuovi volti di Cosa Nostra. L’Amico del popolo è stato in prima fila anche nello smascherare il verminaio dietro il servizio idrico integrato. Ma la realtà di questo periodico è che è una mosca bianca in una situazione complessiva, se si pensa che Della Monica è l’unica giornalista contrattualizzata di tutti i 13 giornali diocesani della Sicilia, basati praticamente sul volontariato.

Tutti i settimanali dispongono di un sito on line, ma le risorse finanziarie (poche) dipendono dalle edizioni cartacee. «Non riusciamo ancora a mettere i siti e i social in redditività. Inoltre, è difficilissimo il passaggio generazionale negli abbonamenti: i figli non raccolgono il testimone dei genitori, fedeli abbonati», spiega Francesco Zanotti, direttore del Corriere Cesenate.

Uno dei modi per combattere la crisi è quello di accorpare le testate, proprio come il Corriere Cesenate, che ha inglobato Il Piccolo di Faenza e il Risveglio di Ravenna. Tre redazioni, 11 giornalisti e un’unica realtà di oltre 10 mila copie, per tagliare i costi. Risultato: in alcune zone, come Faenza le testate laiche hanno chiuso, il Piccolo no. Sono le poste la peste nera, con i continui aumenti delle tariffe, per giornali che si basano sostanzialmente sulla fiducia degli abbonati. Ma Zanotti non si rassegna: «Abbiamo raccolto l’agguerrita eredità giornalistica di una Chiesa povera, quella della fine Ottocento e i primi del Novecento e ci facciamo intimorire dal dover cercare le risorse per poter restare in questa agorà? Reagiremo, il giornalismo cattolico ha sempre avuto le forze per resistere a qualunque crisi».

Di Francesco Anfossi da Famiglia Cristiana del 29 gennaio 2026

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

For security, use of Google's reCAPTCHA service is required which is subject to the Google Privacy Policy and Terms of Use.