
Anche quest’anno, come da tradizione, alle 11 del mattino i pellegrini di Ferrandina, Salandra, Grassano e dei paesi vicini sono saliti al Santuario di Altojanni per ritrovarsi davanti al santo anacoreta della Tebaide.
Non è la grande festa primaverile del dopo-Pentecoste, animata dal clima mite e dalla gioia collettiva: l’appuntamento invernale ha un carattere diverso, più raccolto e intimo. Il freddo, il vento e talvolta la pioggia rendono il pellegrinaggio ancora più sentito, quasi avventuroso, e accrescono il desiderio di entrare in chiesa per scaldarsi al cospetto del Santo. È un gesto antico che si ripete da quando la festa principale fu spostata al periodo pasquale proprio per evitare il freddo, e i disagi, dell’inverno.
La celebrazione eucaristica delle 11 è il cuore della mattinata. Al termine, secondo l’usanza, vengono benedetti i panini portati dai devoti dei vari paesi. Intanto continuano ad arrivare pellegrini in auto: chi non ha potuto partecipare alla Messa entra comunque in chiesa, si ferma qualche minuto, prega, bacia la statua e affida a Sant’Antuono le proprie intenzioni.

Subito dopo ci si ritrova nel refettorio del Santuario, dove ognuno condivide ciò che ha portato. È un momento semplice ma ricco di umanità. Non mancano i piatti tipici grottolesi: le Porcedùzz d’ Sant’Antuòn, frittelle dolci o salate da accompagnare con vino rosso o bianco; le pettole, le scarpette, i dolci rimasti dal Natale; e i piatti casalinghi come patate lesse con peperone crusco, formaggi e mozzarelle. Negli ultimi anni è diventata immancabile anche la “verdeic”, il vino bianco dolcissimo portato da Girolamo D’Aria, ormai parte integrante della festa. Un convivio genuino, che profuma di casa e di paese.
Nel pomeriggio la festa si sposta in paese. Alle 17.30 la statua di Sant’Antuono viene prelevata dalla chiesa di San Pietro, in questa edizione della festa invernale per la prima volta dopo 15 anni, per essere portata in Chiesa Madre, dove si celebra la Messa solenne. Dopo la celebrazione, la statua attraversa il centro storico in un breve giro processionale, prima di essere ricondotta nella chiesa di San Pietro, dove resterà fino alla festa di maggio. Non c’è banda: solo l’inno tradizionale, le cui strofe risuonano come un dialogo affettuoso tra il Santo e la sua gente, alternate al Rosario:
Evviva Sant’Antuono e Sant’Antuono evviva, evviva Sant’Antuono, sopa lu mont sta…
Sopa a sta chiana bella n sim jogg’ incuntrat p festeggià la perla d l’uocchj e di lu cor.
Sta chian già nghianamm quant’erm in da la fass cu latt su la mamma ng nnammurò d te.
Un momento di grande intensità spirituale, che rinnova il legame tra il Santo e la comunità.
La riapertura di San Pietro e il ricordo della festa estiva
Nella memoria collettiva resta ancora vivo il ricordo dei festeggiamenti di giugno, quando la chiesa di San Pietro – tornata al culto dopo un lungo restauro – ha accolto nuovamente il suo Santo, restituendo alla comunità il luogo simbolo della devozione per il suo patrono.
La riapertura, avvenuta sabato 7 maggio, ha visto mons. Salvatore Ligorio, già nostro arcivescovo, consacrare il nuovo altare e deporre le reliquie di San Potito, concesse da mons. Nicola Urgo grazie all’interessamento dell’arcivescovo Caiazzo, alla presenza di tutto il clero di origine grottolese, la comunità ha potuto ascoltare nuovamente.
Anche l’ultima edizione estiva ha registrato una grande affluenza: devoti da Ferrandina, Salandra, Grassano, Matera e Policoro; e toccante la presenza dei giovani grottolesi universitari fuori sede, più numerosi del solito. Suggestivo, come sempre, il passaggio notturno delle carovane dei pellegrini ferrandinesi che, scendendo dalla Madonna del Monte, attraversano Grottole per una sosta prima di raggiungere all’alba il Santuario di Altojanni, accolti dalla colazione preparata dal comitato feste.

Per la prima volta dopo quindici anni le campane di San Pietro sono tornate a suonare ed era vivo in tutti quel momento.
Lunedì 9 giugno: mons. Carbonaro: “Devozione popolare da evangelizzare”
Lunedì 10 maggio, dopo la Messa delle 11 celebrata da don Antonio Polidoro, la benedizione dei panini ha riunito i fedeli in un gesto semplice ma denso di significato. Il parroco ha invitato a condividere quel pane “anche con chi ha con noi qualche astio”, richiamando la forza riconciliatrice della festa. Nel refettorio del Santuario si è poi svolto il tradizionale convivio: ricotta, formaggi, baccalà e patate, peperoni cruschi, porcedduzz d’ Sant’Antuòn e altre tipicità portate dai pellegrini dei vari paesi.
La sera del lunedì è stata segnata dalla presenza dell’Arcivescovo Metropolita, mons. Davide Carbonaro, che nell’omelia ha tracciato un intenso ritratto spirituale di Sant’Antonio Abate, definendolo “un uomo innamorato di Dio, capace di attrarre e infiammare quanti ascoltavano il Vangelo dalla testimonianza della sua vita”. In un tempo come il nostro – ha sottolineato – “non basta essere onesti e osservanti, ma credibili e amanti, come lo fu Antonio”.


L’Arcivescovo ha richiamato anche la figura di Sant’Antonio di Padova, battezzato Fernando ma devoto dell’abate egiziano, indicandolo come modello di vita cristiana. Non è mancato un pensiero per Gaza, dove sorge il santuario di Sant’Ilarione, fondato proprio su indicazione di Antonio: un luogo che ancora oggi resiste sotto i bombardamenti. Da qui l’invito a pregare per quella terra ferita. Tra i temi centrali dell’omelia, mons. Carbonaro ha insistito sulla necessità di una “devozione popolare da evangelizzare”, capace di andare oltre l’emozione per ritrovare la sostanza della fede. Quindi, la processione sulla piana di Altojanni.

Martedì 10 giugno: don Angelo Gioia conclude le celebrazioni
Martedì mattina il Santuario ha accolto fedeli da Salandra, Grassano, Ferrandina e naturalmente da Grottole. Nel refettorio è stato consumato il pranzo comunitario, fino al primo pomeriggio, con le tipicità portate dai vari centri. Poi il Santuario chiude e la festa si sposta in paese.
A Grottole è festa anche per quanti non hanno potuto recarsi ad Altojanni. La statua viene portata in Chiesa Madre; quest’anno non sono mancati gli ospiti da Vietri di Potenza: “il Santo chiama”, dicono i fedeli. Sempre più spesso arrivano pellegrini da paesi nuovi, attratti da Sant’Antuono che è potente intercessore.


Alle 17 la banda ha introdotto il paese alla festa.
La Messa del martedì pomeriggio è stata presieduta da don Angelo Gioia, che ha offerto un’omelia fondata sul Vangelo del giovane ricco: “Cosa mi manca?”. Un invito a non accontentarsi nel cammino spirituale.
Prima della processione, anche a Grottole sono stati nuovamente benedetti i panini. Al rintocco delle campane è iniziata la solenne processione, resa ancora più suggestiva dai colori del tramonto. In prima fila i bambini, protagonisti discreti ma essenziali, hanno guidato alcune preghiere e dato voce alla semplicità della fede popolare. La banda ha eseguito la marcia Mosè fino all’ingresso del Santo nel centro storico, mentre il corteo avanzava tra il Rosario e le invocazioni di benedizione e liberazione dal male.

La benedizione degli animali
A Matera, la tradizione della benedizione degli animali – un tempo legata alla chiesa di Sant’Antonio Abate nel Sasso Barisano – oggi vive in forme nuove: diverse parrocchie, tra cui San Vincenzo de’ Paoli a La Martella, Maria SS. Addolorata e San Francesco da Paola a Matera, Mater Ecclesiae a Bernalda, hanno celebrato il rito, segno di una tradizione che evolve ma non si perde.



Parrocchia San Vincenzo de’ Paoli e Maria SS. Addolorata

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