Guerra in Iran: Abbiamo già visto dove porta questa strada

L’enorme operazione militare di questi giorni, e ancora in corso in queste ore, di Israele e Stati Uniti contro l’Iran riapre ricordi e ferite che conosciamo fin troppo bene. I popoli, chiedono una cosa semplice: vivere in pace, senza essere pedine di conflitti che non hanno scelto.

Premesso che l’Iran è retto da un regime criminale e sanguinario contro il suo stesso popolo, questa guerra dove l’abbiamo già vista? L’enorme operazione militare in corso di Israele e Stati Uniti contro l’Iran, riapre ricordi e ferite che conosciamo fin troppo bene. Il parallelo risale al 2003 con l’invasione dell’Iraq. Non è solo retorica. Ancora una volta parliamo di attacco preventivo, evocando, più o meno esplicitamente, il cambio di regime come soluzione.

E’ stata messa in moto, ancora una volta, una spirale che sta facendo deflagrare un’intera regione. La guerra in atto non è scoppiata a causa di una fatalità, è una scelta politica chiara e determinata. Una scelta che affonda le sue radici in una visione di potenza e dominio che, nel nome della sicurezza genera instabilità permanente. Interventi esterni che hanno distrutto interi paesi e popolazioni, indebolito i processi civili e soffocato le trasformazioni dal basso.

Lo abbiamo già visto in Iraq, in Siria, in Libia, in Afghanistan. Significa esporre milioni di persone a sofferenze imprevedibili oltre a negarne completamente l’autodeterminazione. Come cattolici non possiamo che condannare con forza e sostenere con determinazione le posizioni espresse da papa Leone XIV che, da una parrocchia della periferia romana, non ha potuto non far arrivare la sua preoccupazione per un mondo infiammato: “La violenza non è mai la scelta giusta”– ha detto – facendo eco a quanto già espresso all’Angelus: “La stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile”. Dinanzi alla possibilità di una “tragedia di proporzioni enormi”, l’accorato appello alle parti, “ad assumere la responsabilità morale di fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile!” (3/3/2026 Vatican News).

Questo nuovo attacco militare promosso dall’asse Usa-Israele, indebolisce drammaticamente i percorsi di liberazione e di cambiamento dal basso, gli stessi che nel 2011 e nel 2019 avevano animato le primavere arabe contro autoritarismi e ingiustizie. Ancora non abbiamo imparato che i diritti non si esportano con i bombardamenti.  Allo stesso tempo non possiamo accettare la narrazione mediatica dominante che invece di parlare di guerra usa la formula dell’attacco preventivo e fatica a pronunciare l’uccisione di bambine (180 in una scuola), civili, famiglie. Le parole hanno un significato e non ci si può nascondere come sempre parlando di danni collaterali.

A seguito di quanto è accaduto e sta accadendo, non possiamo che prendere atto dell’irrilevanza politica del governo italiano in questo scenario, rinchiuso prima in un silenzio assordante e poi della mancanza di una ferma condanna. Oltre ad assistere a dichiarazioni imbarazzanti dei ministri degli esteri e della difesa. Un Parlamento coinvolto con ritardo su quanto stava accadendo è un atto di enorme gravità, alla luce dell’Art. 11 della nostra Costituzione.

La nostra preoccupazione deve essere massima in riferimento ai Paesi in cui operiamo e con cui lavoriamo ogni giorno: oltre l’Iran e le monarchie del Golfo, la crisi ha coinvolto nuovamente il Libano e l’Iraq. E mentre l’attenzione internazionale si concentra su questo nuovo fronte, non bisogna dimenticare che a Gaza e in Cisgiordania si intensificano le violenze dei coloni israeliani e le operazioni militari (da 400 a 600 morti dopo la tregua). Il rischio è che una guerra oscuri l’altra, moltiplicando l’impunità di Stati Uniti e Israele.

Oggi assistiamo a contraddizioni drammatiche per quello che accade in Iran. La società iraniana è molto più complessa di come viene descritta in Occidente. C’è chi festeggia, chi è in lutto, chi ha paura. Ma non è uccidendo le alte cariche religiose, le guardie della rivoluzione islamica (pasdaran) che si smantella un sistema radicato in cinquant’anni. Il rischio è di precipitare in uno scenario di instabilità senza fine, come in Iraq o in Siria. E intanto le vittime sono civili. Sono già tantissime. Dobbiamo condannare con fermezza l’escalation militare in atto e ogni strategia di guerra volta a ridisegnare equilibri politici con la forza.

Dobbiamo inoltre condannare il disinteresse totale verso il diritto internazionale, ormai ridotto a carta straccia. Strumento giuridico costruito, con grande lungimiranza, per dirimere le controversie internazionali, per evitare la legge del più forte e l’uso strumentale dei territori e delle popolazioni come teatri di guerra per interessi imperialistici e coloniali. I popoli, chiedono una cosa semplice: vivere in pace, senza essere pedine di conflitti che non hanno scelto. Abbiamo già visto dove porta questa strada. Non possiamo accettare che la storia si ripeta, ancora una volta, con una terza guerra mondiale dalle proporzioni catastrofiche.

Una petroliera in attesa nel porto di Muscat, In Oman, dopo che l’Iran ha chiuso lo Stretto di Hormuz / REUTERS da Avvenire

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