Dopo l’esplosione del Covid 19 si era avvertita la necessità di trovare un modo immediato per individuare una zona franca, degli spazi capaci di metterci al riparo dal pericolo. È arrivata così la rivincita dei paesi e di tutti coloro che in maniera retorica per anni hanno dipinto quadretti romantici e pittoreschi della realtà del paese, che sembra possa avere senso solo se narrata con un tono epico ed ancestrale. Questo romanticismo, a tratti stucchevole, è solo una delle tante erronee narrazioni che ci distolgono dall’analisi delle criticità e, quello che è peggio, dalla loro soluzione. Ripensando a queste realtà, e ai nostri piccoli comuni della Basilicata, ci torna alla mente quello che Carlo Levi scriveva nel libro “Un volto che ci somiglia – Ritratto dell’Italia”: “Essi possono vedere qui, e, direi, sono costretti dalle cose a vederli, uniti in modo non dissolubile in ogni immagine, non solo il luogo, ma il tempo: un luogo che è il tempo; il tempo che è un luogo. Ritroviamo cioè, nell’aspetto dell’Italia, non soltanto le infinite realtà particolari, le innumerevoli vite individuali, e le città, i monti, gli alberi, i fiumi, i mari, le nuvole, le ricchezze, le miserie, i beni, i mali, le gioie, i dolori, la cronaca, i problemi, il tessuto dell’esistenza, tutto il multiforme e mutevole presente, ma tutta la memoria in un volto che ci somiglia”.
Levi descrive con efficacia la ricchezza e la bellezza del nostro Paese, non solo delle città più conosciute, ma di tutto il suo territorio: lo descrive come se stesse dipingendo e da questo dipinto viene fuori un’immagine di profonda attualità.
Oggi assistiamo alla descrizione e alla costruzione di una narrazione errata, falsata, di realtà decadenti e desolate, che nel loro intimo ancora aspettano un vento nuovo di cambiamento e di rivincita, un vento che sia quasi come il messia per i cristiani, una speranza o un’illusione che viene inchiodata di nuovo alla realtà stagnante e incerta. Una rivincita che, a quanto pare, non arriverà mai, come viene affermato nel “Piano Nazionale delle Aree Interne” quando si scrive “che mezza Italia dovrà essere accompagnata in un percorso di spopolamento irreversibile”.
Rispetto a tale decisione quali sono le condizioni dei piccoli comuni della Basilicata? Nell’inchiesta pubblicata nel novembre 2024 dal quotidiano Il Sole 24 ore si legge che 38 sono i comuni “ultraperiferici” della provincia di Potenza che rischiano la scomparsa. Sebbene l’elenco esatto e puntuale dei 38 nomi non sia stato pubblicato in un unico allegato esplicito, le aree maggiormente colpite, che includono la gran parte di questi comuni, appartengono alle zone del Mercure – Alto Sinni – Val Sarmento (21 comuni, quasi tutti potentini).
Inoltre il tasso di natalità in questi comuni, è inferiore alla media nazionale, con una riduzione del 36,1% tra il 2008 e il 2023. Analizzando quanto emerge dalla suddetta inchiesta, in questi comuni, gli abitanti, per raggiungere i servizi essenziali, impiegano un tempo medio di percorrenza che supera i 65 minuti. La provincia di Potenza è al 14° posto tra le province più colpite dallo spopolamento (oltre 100 comuni sotto i 5000 abitanti), dall’isolamento geografico e dall’invecchiamento demografico che, insieme alla carenza dei servizi essenziali (sanità, trasporti, scuole) e all’assenza delle infrastrutture digitali, hanno provocato un calo demografico regionale persistente (circa 4000mila abitanti in meno nel 2025), che mette a rischio la sopravvivenza stessa di molti borghi.
Per quanto riguarda la Provincia di Matera il Dipartimento per le Politiche di Coesione (Presidenza del Consiglio dei Ministri) ha elaborato la scheda Alta Montagna Materana che comprende i seguenti comuni, anche questi considerati ultraperiferici: Accettura, Aliano, Cirigliano, Craco, Gorgoglione, Oliveto Lucano, San Mauro Forte, Stigliano. Il dato più allarmante è sicuramente il calo demografico. Negli anni dal 1961 al 1991 gli abitanti sono passati da 26.287 a 17.937. Nel 2001 la popolazione è scesa a 14.649. Attualmente la popolazione residente risulta di 11.515, solo il 2% della popolazione lucana, in una porzione di territorio che è pari al 5,5%.
Come in tutte le altre aree interne dell’Italia non solo ci sono poche persone, ma sono soprattutto anziane. A fronte di un indice di vecchiaia della Basilicata pari a 154,1, più elevato rispetto al dato nazionale (148,7), nella montagna materana tale valore sale a 285,6. A Cirigliano, il paese più piccolo dell’area, su 350 abitanti ce ne sono 120 che superano i 65 anni per cui l’indice di vecchiaia risulta ancora più alto (476,9) e per ogni giovane ci sono cinque anziani.
Per dare un’idea del rapporto tra territorio e abitanti basta questo dato: a Craco ci sono meno di dieci abitanti per chilometro quadrato. In queste condizioni, senza seri interventi strutturali da parte delle autorità locali e nazionali, i suddetti Comuni sono destinati a scomparire nell’arco di pochi anni.
Intanto le politiche per contrastare lo spopolamento e il declino demografico, si veda la “Strategia Nazionale per il rilancio delle Aree Interne” (Snai), stentano a produrre risultati specie in Basilicata, dove l’impiego delle risorse pubbliche sembra non produrre alcun risultato.
Altri dati allarmanti sono stati rilevati dal Report della Svimez “Un Paese, due emigrazioni”, presentato in collaborazione con Save the Children: “Il Mezzogiorno continua a perdere giovani competenze qualificate, con una mobilità sempre più anticipata già al momento dell’iscrizione all’Università, che riduce strutturalmente le possibilità di rientro. Accanto a questa dinamica si afferma un fenomeno in rapida crescita: la mobilità “sommersa” degli anziani, i “nonni con la valigia”, che conservano la residenza al Sud ma raggiungono figli e nipoti emigrati al Centro-Nord. (dal sito SVIMEZ – (https://www.svimez.it/un-paese-due-emigrazioni-i-il-report-svimez-save-the-children/).
Se si vuole invertire la tendenza nei piccoli comuni, affinché non siano accompagnati in un percorso di “spopolamento irreversibile”, le iniziative da mettere in atto per contrastare i fenomeni di abbandono complessivo consistono nell’organizzare i servizi su scala sovracomunale: uffici pubblici, servizi legati alla tecnologia e alle comunicazioni, gestione degli appalti, funzioni urbanistiche, protezione civile, scuola, mobilità e con la istituzione di un servizio di trasporto pubblico consortile.
Un altro settore che i comuni dovrebbero gestire insieme è la rete dei servizi sanitari e socio-assistenziali (ospedale di comunità, infermiere di comunità, assistenza domiciliare, pronto intervento sociale).
Sembrerebbe più interessante e costruttivo il parere contenuto nelle proposte suggerite dai vescovi italiani a chiusura del convegno di Benevento sulle “Aree interne d’Italia”: «Chiediamo che venga esplorata con realismo e senso del bene comune ogni ipotesi d’invertire l’attuale narrazione delle aree interne, sollecitando politiche non rassegnate ma coraggiose, capaci di ridurre le distanze e di restituire voce e futuro alle comunità».
I vescovi scendono più nel dettaglio quando sostengono che «Si favoriscano esperienze di rigenerazione coerenti con le originalità locali e in grado di rilanciare l’identità rispetto alla frammentazione sociale; s’incoraggi il controesodo con incentivi economici e riduzione delle imposte, soluzioni di smart working e co-working, innovazione agricola, turismo sostenibile, valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici, piani specifici di trasporto, recupero dei borghi abbandonati, co-housing, estensione della banda larga, servizi sanitari di comunità e telemedicina».(VATICAN NEWS 26 agosto 2025)
Infine, vi è da sottolineare che la chiusura di presidi sanitari, di scuole e le carenze del trasporto pubblico locale rendono la vita quotidiana molto difficile, accelerando l’abbandono da parte delle nuove generazioni.
Nonostante le sue ricche risorse, a tutti note, la Basilicata si colloca tra le regioni più povere d’Italia, incidendo negativamente sullo sviluppo locale.Occorre allora una svolta. Rivedere e implementare la Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI) con interventi concreti per invertire la tendenza. Non per distribuire sussidi, ma per investire sul potenziale. Perché rigenerare significa portare scuola, sanità e mobilità, ma anche sostenere cultura, lavoro, legami sociali. Le risorse pubbliche devono andare dove si costruiscono beni comuni, futuro, non solo dove si tenta di rianimare funzioni perdute. La rigenerazione non può più essere la somma di tanti micro-progetti dispersi: occorre un’alleanza tra istituzioni, cittadini e imprese che si riconoscono nel destino del luogo.



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