Il Messaggio che Papa Leone ha pubblicato in vista della sessantesima Giornata per le Comunicazioni sociali riporta un’accurata analisi dei cambiamenti nel mondo dell’informazione, dell’impatto che ormai hanno i social e dell’intelligenza artificiale sulla quale questo giornale, qualche giorno fa, si è soffermato con un altro editoriale, al quale rimandiamo.
Qui piuttosto proviamo a seguire il Papa che nel suo Messaggio pone in sostanza alcune domande che interpellano la nostra persona e vanno anche oltre i cambiamenti in atto, particolarmente per quanto riguarda l’intelligenza artificiale e a come questa rappresenti, nel mondo in cui viviamo, una vera rivoluzione.
Infatti, tutto sta cambiando attorno a noi. Lo vediamo ogni giorno e il mondo dei media ogni giorno mette tutto questo davanti ai nostri occhi. È necessario pertanto chiedersi quale posizione deve assumere l’uomo, particolarmente il cristiano, di fronte a tali mutamenti. «La questione che ci sta a cuore» si legge nel Messaggio del Papa, «non è cosa riesce o riuscirà a fare la macchina, ma cosa possiamo e potremo fare noi, crescendo in umanità e conoscenza, con un uso sapiente di strumenti così potenti a nostro servizio».
Quindi, cosa potrebbe fare in questo senso l’uomo comune? Il Papa ci dice che, di fronte agli inevitabili rischi che comportano cambiamenti di questa portata, abbiamo una speranza; e si tratta di una speranza concreta, una speranza che è a portata di mano. Perché non riguarda altro che il nostro modo di essere e il modo di comunicare noi stessi.
Questa speranza è sostenuta da qualcosa di fragilissimo eppure insopprimibile; quel qualcosa che ci fa dire “io” – io sono, io desidero, io amo. Perché quel punto della coscienza umana che un tempo chiamavamo anima, è infatti qualcosa di insopprimibile, qualcosa che non può essere manipolato.
È, questo, un punto centrale perché attorno a questo punto silenzioso e fragile, che ne siamo consapevoli o meno, si sviluppa l’intera persona umana. Nel momento in cui si costituisce la persona, l’uomo diventa soggetto e non è più mero oggetto – un dato, diremmo oggi.
Con altrettanta immediatezza, l’uomo potrebbe dunque imporsi come un soggetto, come cioè qualcuno che vive da protagonista nelle circostanze che la vita pone; la persona, per sua natura, non è infatti qualcosa che possa essere facilmente trascinato da una parte o dall’altra, nemmeno ricorrendo a mezzi potentissimi come l’intelligenza artificiale.
In fondo, all’uomo basta soltanto metterci la faccia, per usare un’espressione di uso comune. Dice il Papa nel Messaggio: «Il volto e la voce sono tratti unici, distintivi, di ogni persona; manifestano la loro irripetibile identità e sono l’elemento costitutivo di ogni incontro».
L’intelligenza artificiale, per quanto grande sia la sua capacità di calcolo, per quanta rapidità possa avere nell’esaminare i fenomeni e giungere a determinate conclusioni, è però priva di quell’elemento “costitutivo di ogni incontro”.
Le macchine possono soltanto funzionare, ma non possono “incontrare”, non possono cioè attribuire alla persona che si incontra un valore, tanto meno un valore affettivo, in modo da stabilire una relazione personale.
L’esortazione del Papa è volta a non delegare alla realtà virtuale dei social e dell’intelligenza artificiale il dono dell’incontro, evitiamo – dice il Papa – di lasciarci derubare «della possibilità di incontrare l’altro, che è sempre diverso da noi, e con il quale possiamo e dobbiamo imparare a confrontarci. Senza l’accoglienza dell’alterità non può esserci né relazione né amicizia».
Nonostante il potere costituito possa usare questi strumenti come strumenti di dominio, la persona resta qualcosa di irriducibile e sfugge al dominio del potere. È questo che dà valore, dà dignità alla vita umana. «Non siamo una specie fatta di algoritmi biochimici, definiti in anticipo» ricorda Papa Leone, «Ciascuno di noi ha una vocazione insostituibile e inimitabile che emerge dalla vita e che si manifesta proprio nella comunicazione con gli altri».
Pertanto, secondo Leone XIV, «La sfida che ci aspetta non sta nel fermare l’innovazione digitale, ma nel guidarla, nell’essere consapevoli del suo carattere ambivalente. Sta a ognuno di noi alzare la voce in difesa delle persone umane, affinché questi strumenti possano veramente essere da noi integrati come alleati. Questa alleanza è possibile, ma ha bisogno di fondarsi su tre pilastri: responsabilità, cooperazione e educazione».
Il Papa ha quindi concluso: «Abbiamo bisogno che il volto e la voce tornino a dire la persona. Abbiamo bisogno di custodire il dono della comunicazione come la più profonda verità dell’uomo, alla quale orientare anche ogni innovazione tecnologica».

Proinséas, CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

Scrivi un commento