Il voto del popolo ungherese rilancia l’ideale di un’Europa unita

Non sarà facile per Peter Magyar riportare il sistema ungherese dentro accettabili parametri di democrazia ma questo voto, soprattutto quello dei giovani, non può essere tradito

Nel risultato elettorale ungherese, che ha visto la trionfale vittoria di Péter Magyar alla guida del paese, è evidente quanto sia diventato necessario passare a un diverso criterio di valutazione della realtà politica nel contesto dell’Europa unita. Infatti, non sarebbe giusto in questo caso limitarsi a registrare l’affermazione di un leader, come purtroppo si è soliti fare da un po’ di tempo, non soltanto in Italia, e come si legge nei primi commenti.

Perché quello che abbiamo visto in queste elezioni ungheresi è un protagonismo popolare travolgente, non è esagerato dirlo. Si è affermato un movimento di popolo, non abbiamo visto tanto l’affermazione di un leader. Senza nulla togliere, con questo, ai meriti di Péter Magyar ma proprio per cercare di cogliere la novità che la sua proposta politica ha voluto e saputo imporre in Europa. E cioè rendere un popolo protagonista del cambiamento.

Non è un leader il soggetto dell’azione politica, non deve esserlo; ma lo stesso popolo. Del resto, è proprio in questo che consiste la democrazia ed è proprio questo che distingue le democrazie dalle autarchie. Dobbiamo ringraziare il popolo ungherese per avercelo ricordato. Per aver richiamato che un paese può dire di essere governato democraticamente non soltanto se il governo gode di un consenso elettorale più o meno ampio, ciò che rende un paese democratico è piuttosto il fatto che si riconosce il popolo come il reale protagonista della scena politica.

L’augurio che facciamo, non soltanto all’Ungheria, ma all’Europa intera, a noi stessi cioè, è che questa novità non sia tradita. Si sente dire talvolta che l’Unione Europea sia soltanto la “cricca di burocrati di Bruxelles”. In realtà, in quello che è successo in Ungheria, possiamo vedere che dietro la bandiera europea c’è tanto altro. C’è molto di più, c’è un movimento popolare e c’è un ideale capace di infiammare un popolo. Soprattutto, c’è quel desiderio di amicizia tra i popoli, c’è l’intuizione di quei padri fondatori che avevano concepito questa realtà dell’Unione europea come espressione politica dell’amicizia tra gente di nazioni diverse.

C’è stato un tempo in cui l’Europa ha cercato, senza successo, la propria identità nelle cosiddette “radici comuni” come potevano essere le radici cristiane o gli ideali della rivoluzione francese. Anche tanti cattolici ci hanno creduto e non senza ragione. Ma ciò non è avvenuto. E forse, se non è avvenuto, è perché l’identità europea è qualcosa di ancora più radicale delle stesse radici. Forse ciò che definisce più propriamente l’identità europea è un’idea vecchia, antichissima, l’ideale dell’antica Roma che vedeva nei rapporti internazionali la possibilità di un rapporto di amicizia con un altro popolo, “amicus populi romani”.

Questo c’era nelle voci giovanili del popolo ungherese che accorreva nelle piazze, dissotterrando lo storico “Ruszkik haza!” – russi tornate a casa – della rivolta ungherese del ‘56. Allora era un grido di libertà rivolto non tanto ai russi, quanto ai carri armati russi. E che nemmeno oggi si rivolge al popolo russo, che certamente desidera essere libero, desidera liberarsi dall’oppressione come o forse più di altri popoli.

“Ruszkik haza!” è piuttosto un grido rivolto ai “siloviki” del Cremlino e alla loro “guerra asimmetrica” con la quale cercano in maniera subdola di sottomettere la libertà dei popoli europei. È un grido, come sappiamo, non soltanto ungherese, ma anche ucraino, bielorusso, georgiano. Un grido che ci fa sperare. Che almeno ha riacceso la speranza negli ungheresi, nei giovani soprattutto.

Non è chiaro fino a che punto ciò sia pienamente condiviso dal nuovo premier Péter Magyar che ha talvolta espresso sentimenti patriottici di chiusura. Il banco di prova su questo saranno i rapporti con l’UE. Giova ricordare a questo proposito che l’Ungheria, pur essendo parte dell’Unione, non rientra ancora nell’Eurozona, l’area della moneta europea.

Il popolo ungherese si è espresso comunque in maniera chiara e anche Ursula von der Leyen mostra di crederci se dice che da oggi «il cuore dell’Europa batte più forte in Ungheria». Per riportare la normalità in Ungheria, Péter Magyar dovrà affrontare un impegnativo lavoro di riforme e porre mano alla stessa legge elettorale che Orban aveva imposto nel disperato tentativo di restare al potere. L’ampia maggioranza presente in parlamento ha i numeri per fare le riforme e la speranza è che ciò sia fatto in tempi brevi.

Anche l’Europa, anche l’Unione Europea deve fare la sua parte. Sappiamo che l’Europa non ha un sistema di difesa in grado di tenere testa ai minacciosi appetiti delle grandi potenze. L’Europa non ha nemmeno confini naturali che possano proteggerla. Ma l’Europa ha una forza che può sorprendere. Lo abbiamo visto proprio in Ungheria: anche la voce popolare ha una forza dirompente.

Con questo voto si chiude un’epoca, non soltanto per l’Ungheria. Perde forza la tendenza ad affermare i sovranismi nazionali. Che in realtà sono tali soltanto a parole ma che poi finiscono per subordinare pesantemente le nazioni agli interessi delle maggiori potenze straniere.

Su questo, come si diceva, anche l’Unione Europea dovrà fare la sua parte. Dovrà per esempio liberarsi del vincolo dell’unanimità nelle decisioni comunitarie, unanimità che per esempio è stata la leva usata da Orban per rendere inefficaci le sanzioni contro la Russia nelle sue ambizioni di conquista in Europa e per bloccare i fondi a sostegno dell’Ucraina in guerra.

Il cambiamento che è avvenuto in Ungheria potrebbe consentire all’Europa di voltare finalmente pagina.

Magyar Péter e Orbán Viktor al Parlamento europeo
Commons Wikimedia
© Unione Europea 2024 – Alain Rolland

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