«Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo al ricordo di Sion». Questo versetto del Salmo 137 può essere forse la giusta chiave per comprendere quello che sta accadendo in Medio Oriente negli ultimi tempi. Potrebbe risultare una chiave di interpretazione attualissima e riferibile anche ai dolorosissimi eventi legati all’offensiva intrapresa il 28 febbraio scorso da Netanyahu, insieme alle forze americane, contro l’Iran.
L’operazione denominata “Roaring Lion” – leone ruggente – ha un chiaro riferimento biblico e precisamente alla fondazione di Israele, quando Giacobbe stabilì le dodici tribù d’Israele tra le quali fu individuata la tribù di Giuda, dalla quale sarebbe poi uscito, secondo la promessa, il messia. «Un giovane leone è Giuda» dice la Genesi. Dalla tribù di Giuda verrà Davide; e sarà da Davide che discenderà effettivamente il messia, Cristo.
Anche se gli ebrei non riconosceranno Cristo, è proprio nel Nuovo Testamento che si può trovare una sorprendente corrispondenza col lamento degli ebrei riportato nel Salmo 137 che qui abbiamo richiamato. «Non piangere» leggiamo nel testo profetico dell’Apocalisse, «perché il Leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, ha vinto», .
Ma di quale vittoria si tratta? Quale vittoria promette Dio al suo popolo? È la stessa vittoria che insegue oggi Netanyahu?
Come possiamo vedere, i riferimenti religiosi attorno al “leone di Giuda” e al suo ruggito, nell’operazione militare “Roaring Lion”, sono fortissimi e di straordinaria suggestione.
Sono, questi, aspetti che devono far riflettere attentamente, perché possono significare che in Iran si è di fronte a un conflitto ideologico-religioso. Che sarebbe, come si può ben immaginare, lo scenario peggiore.
Lungo i fiumi di Babilonia, il popolo di Israele piangeva sulla sua condizione di deportati, di perseguitati. E piangeva di nostalgia “al ricordo di Sion”, al ricordo della Terra Promessa che gli ebrei avevano dovuto lasciare, tradotti in catene. Nella deportazione babilonese del 587 a.C., al popolo ebraico era successo proprio questo, era successo di essere strappato dalla propria terra.
Alla luce di tutto ciò, del legame cioè di Israele alla terra, appare interessante il contributo di riflessione che è stato offerto dal nostro arcivescovo nel corso dell’omelia al ritiro di quaresima di Comunione e Liberazione, tenuto a Matera presso l’auditorium Sant’Anna.
Secondo mons. Benoni Ambarus, infatti, il passo biblico sulla vocazione di Abramo andrebbe precisato meglio, rispetto alla versione riportata comunemente per esempio in alcuni canti, dove è accreditato il testo «Esci dalla tua terra e va’ dove ti mostrerò». In realtà, qui la “terra” promessa ad Abramo sarebbe qualcosa di molto diverso rispetto a una semplice estensione territoriale, a una banale unità fondiaria sulla quale insediarsi. Nel momento della vocazione di Abramo, ciò che viene promesso ad Abramo, secondo mons. Benoni, è piuttosto il suo stesso cuore, è la conquista di una libertà personale e non è certo un sovranismo politico. E il viaggio che viene indicato di intraprendere ad Abramo non è altro che un viaggio verso se stesso.
Nella celebrazione eucaristica tenuta al ritiro della Fraternità di CL, l’arcivescovo di Matera ha fatto notare quello che Dio vuol dire veramente ad Abramo. È come se Dio dicesse: «Vai verso te stesso, Abramo, ancora devi misurare le profondità e le potenzialità del tuo cuore, ancora devi sperimentare che cosa significa fidarti di me nella tua vita».
A leggere la Sacra scrittura, è evidentissimo quello che riferisce mons. Ambarus, quale sia davvero la promessa del Signore: «vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne». È questo cuore nuovo, è questa nuova coscienza, è la conquista di una vera libertà la terra che è stata promessa. Forse che quegli ebrei che vivono lontani dai Territori, forse che gli ebrei della diaspora hanno ricevuto da Dio qualcosa in meno rispetto a quanti sono fisicamente a Gerusalemme?
Si dirà che questa è una lettura cristiana, che scaturisce esclusivamente dalla rivelazione del Nuovo Testamento. Ma non è così. E che non sia così non lo rivela soltanto la Bibbia cristiana, ma la stessa storia della salvezza, la storia del popolo d’Israele.
Lo spiegava bene Martino Diez al Centro Culturale di Milano nel momento stesso, il 28 febbraio, in cui partiva l’operazione “Roaring Lion” di Netanyahu. Un’operazione combinata con l’amministrazione Trump e precisamente, secondo quello che si apprende, per decisione del vice presidente Vance, anche lui sostenitore, come è noto, di una lettura fortemente ideologico-religiosa degli eventi storici.
Nella guerra in corso in Iran, che la si voglia definire attacco preventivo o meno, da parte dei contendenti che si fronteggiano sul campo – iraniani, israeliani e americani – sciaguratamente, si è caricato l’evento bellico di significati religiosi. Per quanto sia evidente che la fede non possa essere ridotta a ideologia, non deve meravigliare che persista in taluni tale deformazione del sentimento religioso. Soprattutto quanto vi sono spinte in questo senso da parte di chi esercita il potere.
Martino Diez è professore associato di lingua e letteratura araba presso l’Università Cattolica di Milano ed è, inoltre, direttore scientifico della Fondazione Internazionale Oasis, un centro studi fondato dal cardinale Scola quando era patriarca di Venezia.
Come si diceva, non soltanto nel Nuovo Testamento, ma anche nella Bibbia ebraica si può leggere il superamento dell’idea della sovranità territoriale del popolo d’Israele. Perché secondo Diez, quando finalmente dopo settant’anni il popolo ebraico fece ritorno dalla deportazione, si accorse che nella Terra Promessa nulla era più come prima e che non si poteva far ritornare la situazione com’era prima, non si potevano far tornare indietro le lancette dell’orologio.
Sebbene l’orologio di Netanyahu sia rimasto fermo a Babilonia, a venticinque secoli fa, la storia implacabilmente va avanti. E quanto drammaticamente, quanto tragicamente vada avanti, lo vediamo in questi tempi.
Anche secondo il cardinale Pizzaballa, riferisce Diez, sarebbe necessaria una rilettura di alcuni passi della Bibbia; non è lecito eludere questo compito culturale da parte dei cristiani. Nel Nuovo Testamento è possibile osservare il superamento di un nazionalismo legato alla terra; vediamo che Gesù non accetta di farsi rinchiudere nelle categorie del messia politico, deludendo anche gli apostoli che fino all’ultimo momento avevano sperato questo.
Secondo quanto dichiarava Martino Diez al Centro Culturale di Milano, questo lo si osserva anche nella Bibbia ebraica. Dopo l’esilio babilonese ciò diventa evidente. Chi è tornato indietro, settant’anni dopo, avrà pensato inizialmente di poter spostare indietro le lancette della storia e ricostruire quello che c’era prima. Invece, in quel momento le cose prendono un’altra piega. Emerge l’ebraismo di Esdra, lo scriba, che non è più legato alla terra ma alla Legge, cioè all’osservanza personale.
Ritornare da Babilonia, dunque, ha significato sicuramente per il popolo ebraico ritornare alla terra. Ma con un legame che non è come prima, con uno stretto legame a un’identità politica. Questo emergerebbe con sufficiente chiarezza nella Bibbia ebraica, come emerge con chiarezza in quegli ebrei che per esempio fanno capo alla cosiddetta “Smol Emuni” e che contestano il nazionalismo ormai dominante in Israele. «La Bibbia ebraica» dice Diez, «contiene già gli anticorpi a una lettura fondamentalista. Basta leggerla tutta, compreso i profeti posteriori degli ultimi libri».
Come cristiani, bisogna ricordare che Dio continua a guidare il suo popolo e che sotto la sua guida la storia continua ad andare avanti. Non dobbiamo assolutamente lasciare che la storia del popolo ebraico sia determinata dall’orologio fermo di Netanyahu e soci. E alle loro immagini bellicose. Perché la posta in gioco non è la difesa di un’identità politica, in gioco è invece la possibilità di vivere la vita con un cuore nuovo.
Per questa vita nuova è necessario sacrificare i propri pregiudizi e aprirsi a una più vera visione della vita. Abramo si mostrò disponibile addirittura a sacrificare suo figlio. Senza questa disponibilità, Abramo non avrebbe scoperto cosa realmente gli chiedeva il Signore. Gli chiedeva il superamento di vecchie logiche perché, accettando la sfida del sacrificio, facesse esperienza di una vera paternità. Di una vita vera.
Al ritiro spirituale degli amici di Comunione e Liberazione, che per una felice coincidenza era dedicato proprio al tema del sacrificio, mons. Benoni dice: «Siamo sempre in cammino e in un cammino di crescita, di trasformazione. Anche Dio deve ancora manifestare la parte migliore nella nostra vita. Proprio in questo tempo, per ciascuno di noi personalmente, anche come Chiesa, in cui sembrerebbe che stia avvenendo una fase di stasi, di grandi problematiche, anche come società, l’invito è rimettersi in movimento».


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