È uscito, per i tipi di RnS, “Sorella politica” di Lindo Monaco. Già il titolo di questo libro basterebbe a stimolare la curiosità. Perché, si chiederà il lettore, Monaco attribuisce alla politica una familiarità che, certamente, si fa fatica a riconoscere? Perché chiama la politica “sorella”?
L’autore fa vedere come, nonostante i cittadini si allontanino sempre più dalla politica, questa in realtà irrompe nella nostra quotidianità, con tutta la sua invadenza; ce l’abbiamo proprio dentro casa, come si dice. Fuggire dalla politica, disinteressarsi della politica, dunque, oltre che inutile è anche poco ragionevole.
Nel presentare questo libro al lettore, potrebbe essere interessante fare intanto una premessa che non sembra di poco conto. È certamente una felice coincidenza che Lindo Monaco pubblichi “Sorella politica” in questo momento. Siamo infatti oggi nel pieno delle celebrazioni per la ricorrenza dei 1700 di quel Concilio di Nicea che si tenne in un’epoca molto simile alla nostra, quando tutto crollava e dello sconvolto ordine mondiale non rimaneva ormai più nulla.
Il Concilio di Nicea è ricordato principalmente, e giustamente, per l’eredità spirituale che ci ha lasciato, a cominciare dalla professione di fede. Ma quel concilio ebbe anche un’importanza storica di assoluto rilievo. Era quella la prima volta che la Chiesa si presentava agli occhi del mondo come un soggetto pubblico, giuridicamente riconosciuto, e come un soggetto istituzionale significativo. Proprio per questo l’imperatore Costantino aveva insistito con decisione che il concilio si tenesse. Perché, sulle rovine dell’impero romano, la Chiesa “una e cattolica” poteva costituire il pilastro della nuova società o almeno una profezia capace di recuperare l’eredità della romanità perduta. Questo aveva intuito l’imperatore Costantino.
Anche nel libro di Monaco, che guarda al presente e al futuro, si può cogliere l’idea di rilanciare con decisione una voce profetica capace di ricostruire la casa comune – espressione che, come si sa, è particolarmente cara all’autore. Del resto, anche a Nicea era tutto racchiuso in una dimensione profetica, in un “già è non ancora”; non era certo, la Chiesa di allora, la compiuta struttura della nuova società.
Ancora era allora tutto in nuce. Lindo Monaco propone a questo proposito un’immagine molto bella e che calza molto bene con quello che vuole dire, l’immagine biblica del ramo del mandorlo di cui parla il profeta; “Cosa vedi, Geremia?” fu chiesto al profeta; un ramo di mandorlo, rispose.
«Il ramo di mandorlo, lo sappiamo tutti» commenta Monaco, «è il primo che si risveglia dalla fredda stagione, e talvolta fiorisce quando ancora il gelo è pungente. Fin dall’antichità il mandorlo è stato un simbolo di promessa proprio per questa sua precoce fioritura. Quello che vide Geremia non fu un fiore sbocciato tra i profumi e i colori della primavera, quando la natura si esprime con magnificenza, forza e libertà, ma un fiore che fiorisce nel momento più duro dell’anno: l’inverno».
Queste parole sono inserite in un capitolo che ruota attorno al magistero di un papa e alle sue encicliche, il magistero di papa Francesco. Forse perché questo passaggio è stato scritto durante il pontificato del papa argentino. Eppure, quanta sintonia possiamo trovare anche con l’attuale pontefice. Anche papa Leone ha richiamato questa immagine dell’albero spoglio durante l’inverno, quando ha proposto la spiritualità di fra Lorenzo della Resurrezione. Il quale raccontava di aver percepito la presenza di Dio in tutta la sua evidenza in una giornata d’inverno, quando all’età di diciott’anni si era ritrovato a osservare un albero. Era un albero spoglio, che aveva perso tutte le foglie e che, all’apparenza, poteva dare l’impressione di un albero secco. Fra Lorenzo aveva capito che non bisogna fermarsi all’apparenza delle cose ma che bisogna interrogarsi sul destino delle cose. Gli fu evidente che in quell’albero la fioritura era incipiente, che la sua era come la rappresentazione della speranza di una rifioritura. Perché a questo era destinato quell’albero. Perché ciò che definisce veramente un albero è questo destino e non la caducità delle sue foglie.
Nel paesaggio invernale che ci circonda, nel buio dei nostri tempi, con l’aridità che vediamo in ogni cosa, con il freddo che ci penetra nelle ossa, pensiamo dunque a quel ramo di mandorlo e allo sguardo profetico di Geremia. Se viene voglia di lamentare l’aridità, le difficili condizioni in cui ci troviamo, facciamolo pure. Anche Geremia lo faceva, non a caso si parla di geremiadi. Purché non soffochiamo quella speranza a cui tutto attorno a noi, perfino gli alberi, ci rimanda.
Non soffocare la speranza significa principalmente non fermarsi alle fragilità, alle debolezze, alla “caducità delle foglie”; al peccato, alla corruzione. Guardiamo perciò a tutto con questa speranza, anche alla politica; scacciamo la tentazione di pensare – un pensiero difficile da scardinare – che la politica sia destinata alla corruzione. Guardiamo al ramo del mandorlo. Almeno i cristiani dovrebbero farlo.
E qui dobbiamo necessariamente inserire una nota dolente. Lindo Monaco ci perdoni se approfittiamo dell’uscita del suo libro per parlare di questo; per denunciare questo. Almeno i cattolici dovrebbero fare qualcosa per recuperare la speranza, perché la vita politica sia alimentata dalla speranza. Purtroppo non sempre lo fanno.
Quante volte abbiamo letto nel Vangelo quello che Gesù dice ai suoi: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente». Il sale serve a dare il sapore. Ma il sale non serve soltanto a questo. Una volta il sale si usava per conservare gli alimenti ed evitare che andassero a male.
Se c’è malessere nella vita della società – diciamolo pure francamente – è perché i cattolici si sono ritirati dalla società, dalla vita pubblica, dalla politica. Il sale ha perso sapore. Se c’è corruzione nella politica e nella vita della società, non ci si può limitare a stigmatizzare la corruzione. Perché purtroppo la corruzione, come per gli alimenti, è un processo inevitabile, se manca il sale. Perché se c’è corruzione è anche perché i cristiani non sono più “il sale della terra”. E che non lo sono più lo si vede dal fatto che tutto poco alla volta si corrompe.
Ma non è questo il nostro destino, non siamo stati destinati alla corruzione. «La creazione infatti» scriveva san Paolo ai Romani, «è stata sottoposta alla caducità – non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta – nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio».
Il fenomeno dunque del ritiro dei cattolici dalla vita politica italiana, dopo che per mezzo secolo ne sono stati i protagonisti, è un vero tradimento del Vangelo. Accogliamo dunque questo invito di Lindo Monaco a riaccostarci alla politica. Non certamente per puntellare un sistema che rischia di crollare – e il rischio è forte – ma per dilatare la speranza che lo Spirito suscita sempre, in ogni uomo e in ogni momento storico.
Cosa possono dare, quindi, i cattolici al mondo della politica? Cosa possono testimoniare? Una cosa soprattutto: la loro appartenenza alla Chiesa. Quello che i cattolici possono donare alla società intera è principalmente quella loro unità che viene generata dalla maternità della Chiesa. L’unità dell’appartenenza alla Chiesa costituisce un popolo; e in questo essere popolo, in questa unità di popolo è l’origine della democrazia e del bene comune. Soltanto un popolo infatti, in virtù della propria unità, è capace di riconoscere in un bene il bene comune.
Soprattutto questo devono dare i cattolici, ma questo non è tutto. Lindo Monaco ricorda a questo proposito il Discorso di Benedetto XVI ai partecipanti alla plenaria del Pontificio Consiglio per i laici, tenuto a Roma il 15 novembre 2008, quando chiedeva ai cattolici impegnati nella politica, di essere “coerenti con la fede professata” e di avere “rigore morale, capacità di giudizio culturale, competenza professionale e passione di servizio per il bene comune”.
Dunque, non si tratta di lanciare slogan, si tratta di dedicarsi allo studio, si tratta di applicarsi, di lavorare; di essere perseveranti e responsabili. E di essere consapevoli della responsabilità della memoria di Cristo, colui che tutto preserva dalla corruzione.
C’è da fare il passo decisivo, “il passo della speranza” lo chiama Lindo Monaco nella conclusione del suo libro. Come ci insegna Charles Péguy in quei magnifici versi dedicati alla speranza. Che questo poeta immagina come la sorella minore che viene condotta per mano dalle virtù maggiori, come sono la fede e la carità. Sembra che la speranza sia condotta dalle sorelle maggiori e invece, paradossalmente, è lei che le trascina. Lasciamo che la speranza ci prenda per mano e ci guidi verso la meta. Fare politica significa proprio camminare con questa speranza, perché ciò che la speranza ci fa desiderare possa essere, con gli strumenti della politica, concretamente raggiunto.


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