Ci sono documenti nei quali viene esposto compiutamente il magistero dei pastori, ma ci sono altri scritti che possono aiutare efficacemente a cogliere la sensibilità personale dei pastori. Ricorda il Vangelo: «le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce». Si segue il pastore non soltanto per quello che egli dice ma anche perché, semplicemente, se ne sente il richiamo, si riconosce la sua voce, la particolare sensibilità, l’inconfondibile accento.
Per questo, un giornalista tedesco ha voluto chiedere un giorno a papa Leone se potesse indicare un libro, un qualcosa nel quale trovare traccia della sua particolare sensibilità di pastore. E il papa ha segnalato questo libro: “La pratica della presenza di Dio” di fra Lorenzo della Resurrezione.
Fra Lorenzo, al secolo Nicola Herman, raccontava di aver percepito la presenza di Dio in tutta la sua evidenza in una giornata d’inverno, quando all’età di diciott’anni si era ritrovato a osservare un albero. Era un albero spoglio che, all’apparenza, poteva dare l’impressione di un albero secco. Cosa ci poteva essere di così attraente in un albero spoglio, in un paesaggio invernale? Se si guardano le cose per come si presentano, probabilmente non ci sarebbe niente di attraente; ma se si guarda a ciò che rappresenta il destino delle cose si può vedere qualcosa di diverso.
In quell’albero che osservava, il giovane Nicola poteva vedere che nonostante apparisse secco, appena trascorso l’inverso avrebbe cacciato fuori i primi germogli e poi sarebbe rifiorito in tutta la sua bellezza. Perché a questo era destinato quell’albero. Perché ciò che definisce veramente un albero è questo destino e non la caducità delle sue foglie.
È come se a quell’albero spoglio fosse stata fatta una promessa, la promessa di una rinascita. Quell’albero sembrava testimoniare una promessa che la sua natura benevola di albero gli attribuiva. Sembrava cioè fosse testimone di una speranza. Di una speranza che però era una speranza certa; certamente, infatti, la primavera sarebbe arrivata.
Non sappiamo però se il giovane Nicola poté gustare quella volta l’atteso spettacolo della fioritura dell’albero in primavera. Perché allora tutta l’Europa era percorsa da rumori di guerra. Nicola Herman era nato nel 1614 a Hérimenil nella Lorena, in quella regione francese che era proprio al confine con i territori dei tedeschi, in quel momento storico fortemente ostili.
La Guerra dei Trent’anni fu una guerra di religione. Un po’ in tutte le guerre si cerca, in maniera pretestuosa, una motivazione religiosa; ma quella dei Trent’anni fu davvero una guerra di religione. Dopo la riforma protestante di Lutero, tante regioni europee, adottando il principio “cuius regio eius religio”, erano state sottratte alla giurisdizione dei sovrani legittimi. Per ottenere l’autonomia, era sufficiente infatti che un principe dichiarasse di aver aderito alla riforma luterana per avvalersi di tale prerogativa.
Da un certo punto di vista, più grave era la situazione in Francia dove i calvinisti, ai quali tra l’altro diversamente da altri protestanti non era nemmeno riconosciuta la facoltà di fare appello al suddetto principio, avevano spinto tale autonomia al punto da avere anche un proprio esercito; costituivano dunque un vero Stato nello Stato.
La Francia cattolica reagì con decisione. Evidentemente allora la Francia si considerava ancora la “figlia primogenita” della Chiesa di Roma. Si sentiva ancora erede del carisma di Santa Giovanna d’Arco che, in un’altra sanguinosissima guerra, aveva difeso la minacciata integrità territoriale e l’integrità della fede francese. Inoltre, la Francia sentiva di essere ancora una roccaforte cattolica inespugnabile se aveva potuto dare rifugio ai papi durante la “cattività avignonese”.
Questa digressione può essere forse utile a capire perché il giovane Nicola aderirà con entusiasmo – come capiterà qualche secolo dopo a un altro cattolico francese, Charles Péguy – all’idea di andare soldato. Certamente una fede disarmata non era nelle sue corde giovanili. Tanto che, fatto prigioniero dai tedeschi, una volta liberato chiese con insistenza di tornare a combattere. Venne però ferito piuttosto gravemente; e questa volta dovette ritirarsi veramente. Tutto il suo entusiasmo non sarebbe servito alla causa cattolica alla quale avrebbe voluto votarsi.
Diversamente da quello che avvenne in tante nazioni europee, in Francia si riuscirà ad arginare almeno parzialmente il diffondersi della riforma luterana. Nonostante gli esiti favorevoli della guerra, prese vigore però un pensiero spiccatamente anticattolico che da quel momento in poi, poco alla volta, diventerà dominante in tutta la Francia. Questo dovrebbe almeno far riflettere sull’utilità, o meglio sull’inutilità delle guerre.
Un senso di frustrazione deve essersi allora insinuato nel cuore di Nicola, per il suo insuccesso, se il pensiero tornò prepotentemente a quell’albero spoglio che a diciott’anni lo aveva tanto colpito, quell’albero che paradossalmente gli aveva suscitato tanta ammirazione e nel quale forse vedeva ormai se stesso.
Fu comunque proprio allora che la presenza di Dio si fece sempre più evidente nell’aridità della sua vita, un’aridità che lo accompagnerà per sempre. Si mise alla ricerca di un lavoro e lo trovò come inserviente a casa di un ministro del governo francese. Venne però subito licenziato perché rivelatosi maldestro e non ritenuto quindi all’altezza del compito di servire nella casa di un ministro.
Nonostante l’amarezza che delusioni come queste potessero procurargli, si accorse che la memoria di quell’albero spoglio che attendeva la primavera gli richiamava insistentemente la presenza di Dio che egli immaginava come la reale compagnia di un amico sempre al suo fianco.
Intanto veniva accettato come fratello converso nel convento parigino dei Carmelitani Scalzi di La Rue de Vaugirard, dove aveva seguito uno zio che era monaco nello stesso convento e che era diventato nel frattempo la sua guida spirituale.
Nemmeno qui fu accolto però nel migliore dei modi. Allora i conversi non erano nemmeno ammessi alla preghiera comune e dovevano applicarsi ai lavori più umili, senza per questo essere esonerati dalla recita delle orazioni cui toccava provvedere nel poco tempo libero che rimaneva loro, spesso soltanto nelle ore notturne.
Nicola fu per tanti anni addetto a lavori per i quali sentiva purtroppo una naturale avversione, come servire la cucina del convento o eseguire lavori di calzoleria. Cominciò a sperimentare la letizia anche in quella mortificazione, sostenuto – come si è detto – dalla misteriosa compagnia della presenza divina. Troverà tanta consolazione in questo lavoro verso cui provava avversione che, come scrisse un suo biografo con un punta di ironia, «era molto più unito a Dio nelle sue occupazioni ordinarie che quando le lasciava per gli esercizi di ritiro, dal qual ritiro di solito usciva con molta aridità spirituale».
Bisogna dire che questa pratica della presenza di Dio, come solitamente si chiamava, non era sempre vista di buon occhio dalla Chiesa. Non raramente infatti, tale pratica si rapportava al mistero divino come fosse puro spirito, trascurando la concretezza della mediazione di Cristo, della Chiesa, dei sacramenti, di una guida spirituale. Fu questa una tendenza che diede vita al cosiddetto movimento quietista, all’epoca di Nicola Herman molto diffuso.
Si trattava di pericolose tendenze che però non potevano in alcun modo influenzare il converso Nicola né potevano turbare chi viveva in una comunità di carmelitani dominata da quel carisma così rassicurante di santa Teresa d’Avila che le faceva dire: «nada te turbe, nada te espante, solo Dios basta». Evidentemente, nella vita cristiana, la garanzia di essere sulla strada giusta non viene tanto dal seguire una tendenza religiosa giusta ma dall’essere nel luogo giusto e nel volersi legare a esso.
Ciò rese Nicola Herman, ormai fra Lorenzo della Resurrezione, libero di seguire il suo cuore. Perché sapeva che ci avrebbe pensato la comunità a correggere eventuali errori, correzioni che infatti non gli venivano risparmiate nemmeno un po’.
In ogni circostanza, fra Lorenzo poteva applicarsi alla presenza di Dio, di un Dio amico e confidente, che, come amava dire, «consideravo sempre accanto a me, spesso anche nel fondo del mio cuore, cosa che mi diede una così alta stima di Dio che soltanto la fede era capace di soddisfarmi su questo punto. […] E la mia anima, che fino a quel momento era sempre in pena, provò una profonda pace interiore, come se questa fosse nel suo centro e in un luogo di riposo. Da quel momento, lavoro davanti a Dio semplicemente con fede, con umiltà e con amore e mi applico con cura a non fare nulla, a non dir nulla e a non pensare a nulla che possa dispiacergli. Spero che, quando avrò fatto tutto ciò che avrò potuto, egli farà di me ciò che gli piacerà».
Le grandi dispute teologiche che scuotevano allora la Chiesa, sorte con Lutero, non toccavano il Carmelo, dispute di cui pare nemmeno i rifondatori dell’ordine, per esempio San Giovanni della Croce, fossero al corrente, come ha osservato Antonio Maria Sicari nel commento al Divino cantico, dedicato a questo grande mistico. Nonostante ciò, osserva Sicari, la spiritualità carmelitana fu di fatto un’efficace risposta alle posizioni assunte da Lutero.
Se il Dio di Lutero era un Dio lontano che destina arbitrariamente gli uomini alla salvezza o alla perdizione e si erge a loro giudice, San Giovanni della Croce inserisce invece la vita umana all’interno della stessa relazione trinitaria, in un rapporto di amore, dove la carità è il fattore dominante l’esistenza. Lutero mostrava orrore verso la carità; «sia maledetta la carità» diceva, riducendo la vita cristiana al principio “sola fides” e declassando con questo il valore delle altre virtù della speranza e della carità. Scrive Sicari che di fronte alla scandalosa maledizione della carità pronunciata da Lutero, «perfino i suoi accaniti difensori (come ad esempio O. Pesch) sono costretti a definire “mostruose” queste parole, anche se poi tentano in ogni maniera di giustificarle».
Se, come si è detto, le questioni teologiche poste da Lutero non erano all’attenzione di san Giovanni della Croce, Dottore della Chiesa, possiamo bene immaginare quanto poco potessero agitare un umile cuoco del convento di La Rue de Vaugirard, come fra Lorenzo della Resurrezione, mentre era intento a rigirare le frittate sui fornelli. Eppure, quanto sono eloquenti le parole di questo religioso; quanta dolcezza vi si ritrova e quanto lontana sia questa dolcezza dalla severità di Lutero.
«Questo Re» scrive fra Lorenzo riferendosi a Dio, «ben lungi dal castigarmi, mi abbraccia amorevolmente, mi fa mangiare alla sua mensa, mi serve con le sue mani, mi offre le chiavi dei suoi tesori e mi tratta in tutto e per tutto come suo prediletto». Il frate avverte di essere oggetto dell’infinita tenerezza di Dio, al punto da sentire la necessità di ricambiare questo sentimento. In una sua lettera, possiamo infatti vedere cosa scrive al destinatario dello scritto: «Si ricordi di ciò che le ho raccomandato, cioè di pensare spesso a Dio durante il giorno, durante la notte, in ogni sua occupazione, nei suoi esercizi di pietà, persino durante i suoi svaghi. Egli è sempre accanto a lei e con lei, non lo lasci solo. Lei considererebbe scortese lasciare solo un amico che venisse a farle visita: perché abbandonare Dio e lasciarlo solo? Non lo dimentichi, dunque!»
Questa era la pratica della presenza di Dio indicata da fra Lorenzo. E abbiamo visto quanto appassionato fosse il suo rapporto con il mistero divino al quale, perfino nel momento della morte – come disse – chiedeva «la grazia che mi facesse sempre contento». Questo Mistero gli era andato incontro e si era fatto amico, questo mistero era Gesù Cristo. La “pratica” di fra Lorenzo consisteva semplicemente nel riconoscerlo e nel fare memoria di questa confortante presenza amica.
Come scrive Leone XIV nell’introduzione al libro di fra Lorenzo, «tutta l’etica cristiana si può davvero riassumere in questo fare memoria continuamente del fatto che Dio è presente: Egli è qui. Questa memoria, che è qualcosa di più di un semplice ricordo, perché coinvolge i nostri sentimenti e affetti, supera ogni moralismo e ogni riduzione del Vangelo a un mero insieme di regole, e ci mostra che davvero, come Gesù ci ha promesso, l’esperienza dell’affidamento a Dio Padre ci dà già il centuplo quaggiù».
La pratica della presenza di Dio di Fra Lorenzo della Risurrezione, a cura di Maria Rosaria Del Genio (Libreria Editrice Vaticana, pp. 160, euro 11), con la prefazione di Papa Leone XIV


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