Un anno importante per la Chiesa universale
È stato il Giubileo, che ci ha visti “pellegrini di speranza”, l’evento centrale dell’anno liturgico che oggi si chiude. “Anno santo”, meglio dire, per richiamare la santità a cui quest’anno ci ha interpellato: l’indulgenza è uno strumento di grazia che invoca pur sempre la nostra libertà, il nostro desiderio di distacco dal peccato. La Diocesi si è recata in pellegrinaggio a Roma dall’1 al 3 maggio, ma c’è ancora tempo – tempo di Grazia, tempo per pentirsi, tempo per ricominciare: “kairos”. Tempo per noi stessi, alla fine… – sino al 28 dicembre, giorno in cui il Giubileo si chiude in Diocesi, o sino al 6 gennaio, giorno in cui si chiudono le porte sante a Roma, per ottenere l’indulgenza per sé o per qualche caro defunto. Magari c’è tempo per compiere ancora una volta le “pratiche giubilari” per un’anima bisognosa, per l’anima più dimenticata di cui non conosciamo nemmeno il nome.

La morte di Papa Francesco l’altro evento che ha segnato quest’anno: terminava il lunedì di Pasqua, a 88 anni, la parabola terrena del primo papa gesuita, che veniva “dai confini del mondo”. Un pontificato profetico, oltre che intenso, che di sé ha fatto tanto parlare. Sinodalità, “Chiesa in uscita”, cura della “casa comune”, fratellanza universale le espressioni chiave dei 12 anni di Bergoglio. Che con la sua innata capacità comunicativa ha scolpito slogan indelebili nei cuori di tanti. E poi, l’8 maggio, la fumata bianca delle 18:07 e l’”Habemus Papam”: è Leone XIV il nuovo successore di Pietro, primo pontefice agostiniano, americano come il suo predecessore (ma Prevost è del nord). La pace, “disarmata e disarmante” e l’unità (“In Illo uno unum” il motto, mentre “Una caro” l’ultimo documento che ha il pontefice ha predisposto) sinora i cardini del governo leoniano. Un temperamento diverso, ma una continuità di temi: se Francesco aveva scritto la “Dilexit nos”, dal cuore di Leone è nata la “Dilexi te”; la sinodalità, l’ambiente, l’intelligenza artificiale, l’attenzione alle povertà i punti che sinora anche Leone ha affrontato.
Per la Chiesa Italiana l’inizio di un nuovo corso che raccoglie i frutti cammino sinodale
Terminava il 17 ottobre il camino sinodale delle Chiese in Italia. Quattro anni di confronto, proposte, ascolto, discernimento, confluiti nel documento “Lievito di pace e di speranza”, che 850 votanti hanno approvato mozione per mozione quasi all’unanimità. Presente anche la delegazione della nostra Diocesi, assieme all’arcivescovo Benoni Ambarus. Il 19 e 20 novembre l’Assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana, è stata chiamata a individuare le priorità pastorali per costruire una Chiesa sempre più sinodale, missionaria e fraterna.
Cercare – non solo accogliere – tutti, e in particolare i “senzatetto spirituali”, come li ha definiti il Presidente della CEI, il card. Zuppi, per annunciare loro il kerigma.
Così mons. Ambarus ha sintetizzato i due giorni di Assemblea, sottolineando che “in questi due verbi prende concretezza il cammino che ci attende”.

Un passaggio di testimone anche per la nostra Chiesa locale
Accorreva numeroso nell’Auditorium della Casa di Spiritualità Sant’Anna il popolo di Dio materano-irsinese il 7 gennaio, convocato dal vescovo attraverso il vicario generale, per una notizia importante. Dopo nove anni lasciava la Diocesi l’arcivescovo Antonio Giuseppe Caiazzo.
Ho sentito la voce di Dio, come ad Abramo, che mi chiamava e mi diceva: “Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò” (Gen. 12,1)
le parole del saluto commosso che rivolgeva “don Pino” alla nostra Chiesa, annunciando la partenza per Cesena-Sarsina. E l’1 marzo il saluto ultimo in una celebrazione affollatissima nella Cattedrale che con lui aveva riaperto i battenti dopo 13 anni di restauro.

Mentre il 18 giugno veniva nominato il nuovo pastore, mons. Benoni Ambarus, “don Ben”: 50 anni, primo vescovo non italiano alla guida di una Diocesi del nostro Paese, dal 2021 vescovo ausiliare di Roma per la diaconia della carità, già Direttore di Caritas Roma. Il “pastore dei poveri” in tutte le sfaccettature che la povertà oggi assume: la solitudine, l’esclusione della società, la reclusione nelle case circondariali, la lontananza da casa come migranti, le vittima dei debiti (nonché della piaga dell’usura) e delle dipendenze del mondo d’oggi. “Omnia quae habuit misit” (“Tutto quello che aveva mise”, dall’episodio evangelico dell’obolo della vedova) il motto episcopale di mons. Ambarus, giunto a Matera per guidare questa Chiesa con realismo concreto, nel segno dell’ascolto dei suoi collaboratori, nel desiderio di un fattivo servizio e non senza un’abbondante dose di spiritualità.

Un nuovo tempo e anno liturgico
È l’Avvento il tempo liturgico che inizia con i primi vespri oggi. Alla lettera “venuta”, l’Avvento è tempo di attesa e preparazione alla sua “venuta”.
Attesa del Natale di cui ogni anno facciamo memoria, sì, ma – come nella solennità di Cristo Re abbiamo avuto modo di riflettere – tutto il mondo è in cammino verso la sua “seconda venuta”: la “parusìa”, in cui Cristo tornerà come Re glorioso, misericordioso, come il Vangelo di domenica scorsa lo ritraeva (“Oggi sarai con me in Paradiso”, erano le parole che Cristo rivolgeva dalla croce al buon ladrone). Un Gesù che attendiamo nella quotidianità della vita, ma nell’Avvento in particolare.
L’Avvento è tempo di conversione per accogliere colui che viene, come ci si prepara all’arrivo di una persona importante. E quel che dobbiamo preparare “nell’attesa della sua venuta” è il nostro cuore.

(Padre Costantino Ruggieri, Annunciazione; l’immagine che impreziosisce il Lezionario)
E infine l’Avvento è tempo di vigilanza: non ci capiti che ci sfugga tra la folta folla della nostra vita di scorgere l’ospite che dobbiamo accogliere, ospitare, onorare. Tanti Gesù ci si fanno prossimi nell’oggi della nostra vita ed è facile non riconoscerli: “Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi. Disprezzato e reietto dagli uomini” (Is 53, 2b). Potremmo chiederci anche noi: “È Lui colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?” (cf Lc 7,23).
Maria, Giuseppe, Giovanni, Isaia sono i personaggi che la liturgia ci propone in questo tempo.
E con l’Avvento, nel pomeriggio di oggi inizia un nuovo anno liturgico, sintesi della storia della salvezza.
Un anno che di domenica in domenica, seguendo il racconto dell’evangelista Matteo (inizia un nuovo ciclo liturgico: ripartiamo con l’Anno “A”) è parabola della storia.
Ed è tempo opportuno, “kairos” ancora, per rispondere alla sua chiamata di salvezza. Partendo con nuove motivazioni, entusiasmo, grinta.

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