La malattia arriva senza preavviso e modifica radicalmente lo sguardo sulla realtà.
Nel mio caso ha prodotto un effetto inatteso: mentre il corpo si indebolisce, l’attaccamento alla vita cresce. Non in modo sentimentale, ma concreto. Ogni giorno assume un peso specifico. Ogni mattino non è scontato. La vita smette di essere uno sfondo implicito e si rivela per ciò che è: un bene ricevuto.
Vivere in una condizione segnata dall’attesa — fatta di controlli, sospensioni, speranze misurate — conduce a una consapevolezza netta: non è la quantità dei giorni a determinare il valore della vita, ma la loro qualità.
Non è uno slogan, né una consolazione astratta. È esperienza vissuta. Un tempo breve, se abitato con dignità, relazioni autentiche e lucidità, vale più di un tempo lungo ridotto a sopravvivenza meccanica o isolamento.
Parlo da dentro questa realtà. Vivo un cancro metastatico al quarto stadio. Per questo il mio non è uno sguardo ideologico, né una presa di posizione astratta. Non intendo giudicare chi, nel dolore estremo, arriva a desiderare la morte. Tuttavia, non posso ignorare il modo in cui casi limite vengono spesso elevati a paradigma generale, fino a orientare il dibattito pubblico, presentando l’eutanasia come risposta ordinaria e quasi inevitabile. Questa semplificazione rischia di oscurare una realtà complessa, personale, profondamente differenziata.
L’esperienza clinica e umana mostra che oggi esistono alternative concrete. La medicina contemporanea non è soltanto cura o accanimento terapeutico. Può essere accompagnamento, sostegno, attenzione alla persona nella sua interezza. Esistono terapie di supporto e, quando necessario, cure palliative che non prolungano la vita a ogni costo, ma la rendono vivibile. Questo percorso non è auspicabile in sé, ma può essere sostenibile e rispettoso della dignità della persona fino alla fine.
Su questo punto, anche la storia recente della Chiesa offre indicazioni chiare. La lunga malattia di Giovanni Paolo II ha mostrato in modo concreto che rifiutare l’accanimento terapeutico non significa rinunciare alla vita. Negli ultimi anni accettò il limite senza inseguire cure sproporzionate, scegliendo di non anticipare la morte ma nemmeno di contrastarla a ogni costo. Custodì la vita rispettando la persona.
Questa linea è stata chiarita con rigore da Benedetto XVI, che ha distinto in modo netto tra il dovere di curare e l’obbligo morale di evitare trattamenti sproporzionati. Non tutto ciò che è tecnicamente possibile è eticamente dovuto. Quando una cura non offre benefici reali alla persona, sospenderla non equivale ad abbandonare il malato, ma a continuare a prendersene cura in modo diverso.
Anche Papa Francesco ha ribadito questa prospettiva, richiamando il valore delle cure palliative come risposta autenticamente umana e cristiana: non strumenti per affrettare la morte, ma forme di accompagnamento che alleviano il dolore e custodiscono la relazione fino alla fine.
In questo quadro si inserisce il riferimento alla fede cristiana, non come consolazione facile, ma come criterio. Il Vangelo non promette di eliminare la sofferenza, né offre spiegazioni semplificanti. Afferma però che la dignità della vita non dipende dall’efficienza, dall’autonomia o dalla qualità percepita dell’esperienza. La vita è sacra perché ricevuta, non perché performante. Per questo non è interamente disponibile, nemmeno quando pesa.
Chi vive la malattia grave scopre presto che un solo giorno in più non è irrilevante. È significativo. Ma scopre anche che quel giorno deve avere qualità. Non può ridursi a una sopravvivenza disumanizzata. Deve restare tempo umano: tempo di relazione, di presenza, di riconoscimento reciproco. Qui emerge una tensione evidente con una cultura che tende a misurare il valore della vita in base alla funzionalità o allo stato emotivo contingente.
La fede cristiana, in questo contesto, non elimina la paura né attenua la fatica. Contribuisce però a evitare una riduzione utilitaristica della vita. Ricorda che la fragilità non annulla la dignità, che la dipendenza non è una perdita di valore, che l’essere accompagnati è parte integrante della cura. Nel messaggio evangelico, ciò che viene custodito non è la prestazione, ma la persona.
Chi soffre, nella maggior parte dei casi, non chiede di morire. Chiede di non essere lasciato solo. Chiede che il tempo che resta sia abitabile, accompagnato, rispettato. Da questa prospettiva emerge una responsabilità che riguarda tutti: la vita non si difende soltanto quando è forte, autonoma e produttiva, ma soprattutto quando pesa. È proprio allora che chiede di essere custodita.
Domenico Lazzaro: Docente di Filosofia e Storia presso il Liceo Classico “E. Duni”, Matera. Ex docente di Filosofia presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose e presso l’Istituto Teologico di Reggio Calabria

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