Prima di addentrarsi nell’analisi del territorio lucano, si rende necessario dare uno sguardo generale alle problematiche delle aree interne in Italia, partendo dal Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne (PSNAI) che si inserisce nella più ampia Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI) 2021-2027 del Dipartimento per le Politiche di Coesione.
Le ultime proiezioni ISTAT offrono un quadro preoccupante: entro il 2043, si prevede che oltre l’82% dei comuni delle aree interne perderà popolazione. I dati del 2024 mostrano già 358 comuni italiani a zero nascite, quasi tutti situati in queste aree. Inoltre, in questi comuni il rapporto tra over 65 e under 15 è circa 2,5 a 1, una disparità demografica che rende le zone particolarmente vulnerabili. Le aree interne non sono solo un problema da gestire, ma rappresentano un capitale strategico e produttivo in pericolo.
L’Istat segnala altre differenze che si trovano in molte voci di spesa: ad esempio, quella per il welfare, che riflette come uno specchio le discriminazioni territoriali, così distribuite: Mezzogiorno: 78 euro, Isole: 144 euro, Centro: 165 euro, Nord-Ovest: 162 euro, Nord-Est: 207 euro. Inoltre, la mancanza di presidio umano comporta anche rischi ambientali.
Secondo l’ISPRA, il 94% dei comuni italiani è a rischio idrogeologico, con le aree interne spesso più esposte. L’assenza di abitanti e di una gestione attiva del territorio rende difficile la prevenzione di frane e alluvioni. Lo stesso vale per il patrimonio forestale: nonostante la crescita dei boschi, la mancanza di gestione attiva li rende vulnerabili agli incendi.
Il fatto più grave è che nel PSNAI, viene affermato che mezza Italia dovrà essere accompagnata in un percorso di spopolamento irreversibile. Ciò significa che molti comuni delle aree interne lontani dai centri dove si concentrano i servizi essenziali vanno esclusivamente accompagnati in un percorso di declino e invecchiamento senza più speranze in una inversione di tendenza.
Nel Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne firmato dal ministro per le Politiche di coesione (e per gli Affari europei e il Pnrr) Tommaso Foti, i circa quattro mila comuni italiani, con una popolazione pari al 23% del totale nazionale, vengono definiti con una distinzione su quattro tipologie di obiettivi. Uno di essi, l’Obiettivo 4, così recita: “Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile. Un numero non trascurabile di Aree interne si trova già con una struttura demografica compromessa (popolazione di piccole dimensioni, in forte declino, con accentuato squilibrio nel rapporto tra vecchie e nuove generazioni) oltre che con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività. Queste Aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita”. Una affermazione, questa, decisamente esplicativa, grave e senza futuro, che sottolinea l’impossibilità di mettere in campo una strategia utile a favorire la resilienza o il ritorno di famiglie, di persone e di attività economiche o agricole.
In molti hanno invitato il Governo ad eliminare l’obiettivo incriminato per il bene del Paese, per la sua coesione alla quale tutti e tutte devono lavorare. Nelle cosiddette “Aree Interne” sono censiti circa 4000 Comuni italiani, ubicati in luoghi distanti dai centri, dove sono disponibili i servizi di sanità, istruzione e mobilità. Ci abitano circa 13 milioni di persone. Il dato sullo spopolamento conferma, alla fine del ciclo del Pnrr, che i divari interni nel Paese resteranno drammatici. In questi 4000 comuni non si realizzeranno più servizi, e sono il frutto di decenni di esclusione dall’agenda politica, sin dai primi anni Duemila.
Se le parole hanno un senso logico, il nuovo Piano del Governo dà per scontato e assodato che gran parte di questi quattromila comuni non abbiano più un futuro e debbano essere semplicemente aiutati a gestire una lenta agonia anagrafica e sociale, senza più investimenti, attivando un processo di dignitosa decadenza con servizi sociali che potranno fornire solo medicinali e badanti senza più opportunità, senza più speranza che la vita possa riprendere, senza più la possibilità di trattenere i giovani.
Moltissime le voci che si sono sollevate contro la decisione del Governo, ritenendola inaccettabile. Tra cui quella dei vescovi italiani, che al termine del convegno di Benevento sulle “Aree interne d’Italia” e a seguito dell’approvazione del PSNAI, hanno inviato una lettera a Governo e Parlamento, sottoscritta da 139 tra cardinali, arcivescovi, vescovi e abati, in cui è scritto: “…«i firmatari contestano la prospettiva delineata dal Piano strategico nazionale delle aree interne, che arriva a descrivere lo spopolamento come un processo ormai irreversibile, da accompagnare più che da contrastare»…«Chiediamo che venga esplorata con realismo e senso del bene comune ogni ipotesi d’invertire l’attuale narrazione delle aree interne, sollecitando politiche non rassegnate ma coraggiose, capaci di ridurre le distanze e di restituire voce e futuro alle comunità»…(Vatican News26 agosto 2025).
Dopo tutte le sollecitazioni ricevute, cosa dovrebbe fare il Governo? Come è stata elaborata e resa operativa l’Agenda Urbana Europea (interventi per trasformare le città in luoghi più vivibili, sostenibili e inclusivi, affrontando le sfide sociali, economiche e ambientali, in linea con l’obiettivo 11 dell’Agenda 2030)? Il Ministro Foti e il Vicepresidente della Commissione UE Fitto potrebbero elaborare finalmente una Agenda Europea e Nazionale per la Montagna e per le Aree interne. Solo così si potrebbe invertire la tendenza allo spopolamento e l’abbandono, rendendo il processo non irreversibile.


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