Nicea, la luce che illumina anche il nostro tempo

Dal 16 al 26 marzo 2026 il Salone degli Stemmi dell’Episcopio di Matera ospita la mostra “Luce da Luce. Nicea 1700 anni dopo”, curata dalla Pontificia Università della Santa Croce e dall’Associazione Patres. Dopo la presentazione al Meeting di Rimini nel 2025, l’iniziativa arriva a Matera nell’anno di Capitale mediterranea della cultura e del dialogo, proponendo una rilettura storica e culturale del Concilio di Nicea, evento di straordinaria portata storica non solo per la tradizione cristiana ma anche per la cultura del Mediterraneo.

C’è un valore anche simbolico nel fatto che uno dei primi contributi offerti dalla diocesi di Matera-Irsina all’avvio di Matera Capitale mediterranea della cultura e del dialogo 2026 sia una mostra dedicata al Concilio di Nicea. A prima vista potrebbe sembrare una scelta inattuale: perché tornare oggi a un concilio del IV secolo mentre il presente è attraversato da guerre, fratture sociali e disorientamento culturale?

La domanda è legittima ed è probabilmente la stessa che si porranno i visitatori della mostra il cui intento è proprio quello di far comprendere che Nicea non appartiene soltanto al passato della Chiesa ma pone una questione decisiva per il tempo presente.

Non deve meravigliare che fu l’imperatore Costantino I, dopo aver concesso ai cristiani la libertà di culto, a convocare, nel 325 d.C., il primo Concilio ecumenico della storia, mosso dal desiderio di preservare la pace sociale nell’impero, messa a rischio da una controversia di natura teologica.

In piena libertà di coscienza ed usando il metodo del discernimento sinodale, i padri conciliari affrontarono la questione decisiva per la fede cristiana: dare ragione del fatto che in Gesù Cristo Dio è realmente entrato nella storia per portare la salvezza a tutti gli uomini.

A quell’epoca era ancora viva la memoria della persecuzione di Diocleziano (284-305 dC), ultima di una lunga serie, durante la quale migliaia di cristiani avevano sacrificato la propria vita, resi certi dalla testimonianza degli apostoli e dei primi testimoni della fede.

Il Concilio di Nicea non prese le mosse da una speculazione di tipo dottrinale ma rimise al centro la domanda che Gesù aveva rivolto ai suoi amici: “E voi chi dite che io sia?”. Se Cristo, come dubitava il diacono Ario di Alessandro, non fosse stato vero Dio e vero uomo, allora la speranza cristiana sarebbe venuta meno, la salvezza ridotta a un’idea religiosa o a insegnamento morale.

Per questo il Credo niceno, riconosciuto e professato da tutte le confessioni cristiane, aiuta a comprendere il senso autentico dell’annuncio cristiano, un evento storico che, accaduto nel passato, permane nel presente e con la sua “pretesa” continua ad interrogare la libertà e la ragione dell’uomo.

Nell’orizzonte di Matera 2026, la memoria di Nicea parla pienamente al Mediterraneo, non solo come luogo geografico, ma come spazio in cui la cultura si fa dialogo e ricerca condivisa di senso.

Il tema “Terre Immerse”, scelto per Matera – Capitale Mediterranea della Cultura e del Dialogo 2026 trova una particolare risonanza nel video di presentazione della mostra “Luce da Luce”: l’immagine dell’antica Basilica di Nicea, oggi sommersa dalle acque del lago di Iznik in Turchia, diventa metafora eloquente di come ciò che appare lontano o sommerso continui in realtà a sostenere il presente.

C’è un altro aspetto che rende questa mostra particolarmente significativa: essa aiuta a comprendere che il dogma, spesso percepito in modo riduttivo come rigidità o imposizione, è in realtà nella tradizione cristiana la custodia di un fatto. Non nasce per soffocare la fede, ma per proteggerla dalle riduzioni. Le formule del Credo non “inventano” una verità nuova: cercano le parole più adeguate per dire la fede di sempre, quella legata all’incontro con Cristo e alla testimonianza apostolica.

In questo senso, la questione sollevata da Ario non è soltanto un episodio del passato. È il simbolo di una tentazione che ritorna in ogni epoca: rendere il cristianesimo più accettabile secondo i criteri dominanti, più compatibile con ciò che il mondo ritiene ragionevole, meno scandaloso, meno esigente.

Nicea ricorda che la fede non può essere ridotta a ciò che appare immediatamente comprensibile ma anche che la fede non si oppone alla ragione e non si sottrae alle domande che emergono nel corso della storia.

Va anche sottolineato che il dogma proclamato nel Credo niceno – Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre – non riguarda soltanto Dio ma riguarda anche l’uomo. Se Dio non è solitudine ma comunione, se in Dio l’essere è relazione e dono reciproco, allora anche l’uomo si comprende in modo diverso.

Le false immagini di Dio producono false immagini dell’uomo: molte delle patologie del nostro tempo, ricerca di potere, autosufficienza, dominio sugli altri, nascono proprio da una visione deformata della realizzazione personale.

In un tempo che moltiplica strumenti, linguaggi e connessioni, ma spesso fatica a dire per cosa vale la pena vivere, tornare a Nicea non è un esercizio nostalgico. È un gesto di responsabilità culturale. Significa riconoscere che il dialogo, per essere autentico, non può fare a meno della verità e che la cultura, per essere viva, non può perdere il rapporto con le sue sorgenti.

Forse è proprio questo il messaggio più attuale della mostra all’inizio di questo anno speciale per Matera: la luce non è soltanto alle nostre spalle, custodita in un passato da celebrare. È davanti a noi, come una possibilità ancora aperta. E una città che voglia essere davvero Capitale della cultura e del dialogo ha bisogno, prima di tutto, di questa luce.

Alcune immagini del Salone degli Stemmi che ospita la mostra “Luce da Luce. Nicea 1700 anni dopo”

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