Papa Francesco: Come gli antichi naviganti

Riceviamo e pubblichiamo un contributo di Mario Di Biase sulla importante ricorrenza di oggi: un anno dalla morte di Papa Francesco.

E’ trascorso solo un anno dalla morte di Papa Francesco e tutti avvertiamo un grande vuoto nel nostro animo, la  mancanza di una guida cui ci eravamo abituati a voler molto bene. Ci manca il suo sorriso, la sua disarmante umiltà, la sua capacità di farti sentire importante.

La storia ci dirà del suo pontificato in quanto gli insegnamenti hanno necessità di sedimentare negli animi dei fedeli e il suo pensiero di essere attuato nel vivere quotidiano poiché  “il tempo è superiore allo spazio”. Si tratta di avere pazienza.  Ciò nonostante, in questo triste anniversario, molti si pongono una domanda: chi è stato Francesco un riformatore, un Papa di rottura, un rivoluzionario nella continuità?

La Chiesa ereditata da Papa Francesco era lacerata, divisa, arroccata su se stessa, tanto da costringere il suo predecessore a dimettersi. La sua grande sfida, iniziata con piglio da gesuita,  è stata di abbattere il muro che rendeva le strutture ecclesiali lontane, ieratiche, autoreferenziali,  collocate su un piedistallo al di sopra di tutti pur in presenza di diversi scandali che ne minavano la credibilità.

Papa Francesco con felicissime intuizioni propose una Chiesa molto diversa: una “Chiesa ospedale da campo ed in uscita verso le periferie esistenziali del mondo in cui i pastori devono sentire l’odore delle pecore” per essere vicini al popolo di Dio! Sin dalla scelta del nome fece intuire che amava la semplicità e la povertà: “Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri”, esclamava con sincerità di cuore.

E’ stato un Papa che ha semplificato il protocollo dei riti liturgici, valorizzando l’accoglienza dei migranti e la fraternità fra i popoli, privilegiando il ritorno all’essenziale del cristianesimo: il Vangelo vissuto in purezza, la fede cristallina che si testimonia “sine glossa”, fatta di misericordia e di perdono senza condanne ed anatemi.  

Le resistenze al cambiamento e le critiche sono state tante, soprattutto da parte di coloro ancorati ai fasti della tradizione, ai  privilegi del buon vivere, all’essere serviti e riveriti, in una parola alla “mondanità spirituale” (De Lubac) che Papa Francesco  considerava il male peggiore.

Aveva lo sguardo rivolto al futuro, “andiamo avanti” ripeteva spesso anche quando iniziò a denunciare “la terza guerra mondiale combattuta a pezzi” rivelatasi poi una lettura profetica che il tempo ha confermato. Non aveva paura di compiere scelte coraggiose come l’apertura della Porta Santa a BANQUI (Africa) per l’anno santo della misericordia. Si era reso conto che la storia del cristianesimo svoltava verso il Sud del mondo dopo i due millenni segnati dalle Chiese Orientali ed Occidentali.

Proverbiali i suoi appelli alla pace, inascoltati dai potenti ma condivisi dal popolo: “la guerra è l’antitesi della creazione” era il suo motto preferito. Non ha mai lasciato solo il suo gregge: rimarrà indelebile nella nostra mente e nei libri di storia la sua solitaria preghiera, causa COVID, in piazza San Pietro in una piovosa serata di fine marzo. Infatti, diceva: “scesa la sera, fitte nebbie si sono addensate sull’umanità… impauriti e smarriti ci siamo riscoperti  bisognosi di confortarci a vicenda… nessuno si salva da solo… siamo tutti nella stessa barca”.

La sua eredità morale è tutta racchiusa nel messaggio pasquale del giorno precedente la sua morte: “quanto disprezzo per i deboli, gli emarginati, i migranti, preghiamo perché  non venga mai meno il principio dell’umanità”.

Sta a noi raccogliere il suo ultimo grido d’amore perché abbiamo ancora bisogno di Lui, come gli antichi naviganti delle stelle!

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