Ci sono libri che non si lasciano semplicemente presentare, perché chiedono prima di tutto di essere ascoltati. È accaduto con Sarò la tua voce. La storia di Dea e il dolore di una generazione di Mirna Mastronardi, al centro di un incontro nel quale la pagina scritta è diventata occasione per guardare in faccia il dolore giovanile, la fragilità delle relazioni educative e, insieme, la possibilità di una speranza che non nega la ferita ma la attraversa.
In questo libro c’è la confessione di una madre, il tentativo di dare voce a una figlia amata e perduta, una voce che, attraverso il racconto, si fa domanda, invito ad una responsabilità da condividere.

La serata si è aperta con l’ascolto di una canzone dell’artista argentino Victor Heredia Razón de vivir che ha introdotto al cuore della storia narrata: il desiderio di una presenza amica capace di sostenere il cammino umano dentro i deserti della solitudine, della mancanza e dello smarrimento. In questa cornice è emerso uno dei fili conduttori dell’incontro: il bisogno di una ragione per vivere, di un legame che sottragga l’esistenza al vuoto e restituisca respiro anche quando il dolore sembra sommergere tutto.
La prof.ssa Carmela Romano, teologa e scrittrice, ha portato la riflessione sul terreno educativo e sociale. Sarò la tua voce non è solo il racconto di una vicenda personale ma un testo capace di attivare processi, di provocare coscienze, di interrogare il mondo adulto. Nelle sue pagine emergono alcune delle ferite più profonde della condizione giovanile contemporanea: la solitudine, che cresce paradossalmente nell’epoca dell’iperconnessione, l’ansia da prestazione che trasforma l’errore in marchio identitario, il rapporto tormentato con il corpo, la paura del futuro e una diffusa invisibilità emotiva che lascia tanti ragazzi senza uno sguardo capace di riconoscerli davvero.
Più che cercare colpevoli occorre richiamarsi ad una responsabilità comunitaria: quando un adolescente soffre, non è mai questione privata, ma è domanda rivolta all’intera generazione degli adulti. Da qui l’insistenza su un punto decisivo: il libro non parla soltanto della morte, ma soprattutto di ciò che resta. Resta l’amore, resta la memoria viva, resta la possibilità che una voce spezzata diventi ponte per altri. In questa prospettiva, la sfida educativa non consiste nel presentarsi come adulti perfetti, ma come presenze affidabili, consapevoli di essere riferimento e chiamate a rispondere adeguatamente alla realtà.
Nel suo intervento mons. Benoni Ambarus ha invitato a soffermarsi sulla soglia che il dolore di un genitore che perde un figlio costringe ad abitare: uno spazio che appare contro natura, perché la perdita di un figlio sembra spezzare l’ordine stesso delle cose. Il vescovo ha sottolineato l’enormità di tale ferita e come la fede non cancelli il mistero della vita ma lo renda meno scandaloso offrendo un filo di luce nel buio, una possibilità di non soccombere all’assurdo.
La vita – ha aggiunto mons. Ambarus – è un mistero che non è mai interamente nelle nostre mani: come suggerisce il Vangelo quando anche avessimo fatto tutto quello che è in nostro potere dovremmo dire “Siamo servi”, servi degli altri, servi della vita, servi della vita anche dei nostri figli, dei ragazzi.
Dentro il mistero della vita, talvolta incomprensibile, la comunità cristiana è chiamata a testimoniare che la morte non può avere l’ultima parola.
Da questa consapevolezza nasce anche un compito concreto: “aggiungere vita agli anni, più che anni alla vita”. In questa luce, la trasformazione del dolore di Mirna in una missione a favore dei giovani appare, per mons. Ambarus, un segno forte di speranza.
Il dolore condiviso può diventare per qualcuno principio di consolazione, persino di rinascita. Non perché la ferita si chiuda, ma perché smette di essere soltanto buio e diventa responsabilità, compagnia, sostegno reciproco.
A questo orizzonte si è collegato anche l’intervento del cardinale Enrico Feroci, che ha collocato la vicenda di Dea dentro una crisi più ampia della società contemporanea. Accanto alle povertà materiali, ha indicato una povertà etica che svuota il senso della vita, indebolisce la speranza e sottrae futuro soprattutto ai più giovani. Quando vengono meno i valori fondamentali, la società non sa più custodire la persona e non riesce a offrire un domani credibile. Anche qui, la riflessione non si è fermata alla denuncia, ma ha riaperto l’orizzonte della speranza cristiana: il dolore resta, ma non è senza destinazione; la vita non si misura solo sulla durata, bensì sulla sua apertura alla pienezza di Dio.

Il momento più toccante è stato naturalmente quello della testimonianza di Mirna Mastronardi. Nel suo racconto il dolore ha preso il volto concreto di una quotidianità spezzata: una madre e una figlia legate da un affetto profondo, gesti semplici, tenerezze ordinarie, una presenza reciproca che dava forma ai giorni. Dal ricordo di quella vita condivisa è emerso il precipizio del lutto, con le domande laceranti che seguono ogni tragedia: perché, dove si è sbagliato, che cosa non si è riusciti a vedere? Ma proprio nel punto più basso della prova, il racconto non si è chiuso nella disperazione. Ha mostrato invece il lento maturare di una decisione: restare, dare un senso a ciò che sembrava senza senso, non lasciare che la bellezza di Dea fosse ridotta all’ultimo gesto.
E’ da questa consapevolezza che è nata l’associazione “Dea per sempre”, segno concreto di una maternità che continua in forma nuova. Non un rifugio nel ricordo, ma un cammino verso altri ragazzi, soprattutto quelli che vivono disagi taciuti, invisibili, inconfessati.
Nelle scuole, negli incontri, nei volti dei giovani che cercano ascolto e abbraccio, Mirna continua a cercare Dea e insieme a restituire ad altri la certezza di essere visti, riconosciuti, custoditi.
Il suo messaggio, maturato nel crocevia tra amore, perdita e fede, è tanto semplice quanto esigente: difendere l’originalità di ogni ragazzo, ricordargli che il suo valore non dipende dalla performance, dal giudizio altrui o dai modelli imposti dai mondi virtuali.
Il libro di Mirna Mastronardi si consegna così non solo come memoriale d’amore, ma come domanda rivolta a una comunità intera: siamo ancora capaci di accorgerci della sofferenza dei nostri ragazzi? Sappiamo offrire loro tempo, ascolto, legami veri, speranza credibile? In un tempo segnato da solitudini digitali, pressioni continue e povertà di senso, questa voce chiede di non voltarsi dall’altra parte. E proprio per questo merita di essere ascoltata fino in fondo.




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