
Con tale espressione Papa Leone XIV si è rivolto nell’omelia ai Mons. Stefano, Alessandro, Andrea e Marco quali nuovi Vescovi Ausiliari della Diocesi di Roma nella Santa Messa per le loro Ordinazioni episcopali.
È il 2 maggio 2026, nella Basilica di San Giovanni in Laterano, a Roma, in un passaggio Leone XIV recita:
Lasciate agire in voi lo Spirito di profezia
Essere consacrato Vescovo significa essere successore degli Apostoli. Essere inondati di Spirito Santo. Dare spazio alla profezia cioè dare spazio, dare la possibilità allo Spirito Santo di guidare la vostra vita tutta spesa per dare testimonianza a Gesù Cristo con l’annuncio del Vangelo, del Suo messaggio di amore, di verità, di pace e di salvezza. Questa deve essere la quotidianità di un Vescovo.
Come non ricordare la meravigliosa testimonianza del Venerabile Vescovo don Tonino Bello, avviato alla Santità?
È il dono della profezia che risveglia la fede, alimenta la speranza, accende la carità, sostiene la preghiera di lode, consola, ammonisce, guida, converte.
S. Paolo (1Cor.14,1) dice chiaramente: «Aspirate ai doni spirituali, specialmente alla profezia». E la profezia richiede preghiera, ascolto, obbedienza. Quando questi doni sono evidenti, quando sono sovrabbondanti sulla perenne tentazione di un vacuo presenzialismo, tutto riferito alla propria immagine, al culto della propria persona, alla mera gestione del potere, sempre più spingono lontano da quella santa inquietudine che deve pervadere un Vescovo, un Pastore, nella sua quotidianità, come affermava con decisione Papa Benedetto XVI nell’ordinazione episcopale di Mons. Fortunatus Nwachukwu, Nunzio Apostolico, oggi Segretario del Dicastero per l’Evangelizzazione.
E l’omelia di Papa Leone XIV chiaramente indica ai neo consacrati Vescovi, ma anche a tutti i Vescovi del mondo, pericoli e limiti:
Non accomodatevi nei privilegi che la vostra condizione potrebbe offrirvi,
(cfr. Mc 10,45)
non seguite la logica mondana dei primi posti,
siate testimoni di Cristo che è venuto non per essere servito ma per servire
Papa Leone XIV è stato Vescovo in Perù, nella diocesi di Chiclayo dal 2015 al 2023. Prima di diventare Papa, è stato missionario in Perù, Priore Generale degli Agostiniani, ha ricoperto il ruolo di Prefetto del Dicastero per i Vescovi e ha svolto gran parte del suo ministero pastorale e missionario in Perù.
Finché proprio un anno fa, l’8 maggio 2025, è divenuto Papa. Buon conoscitore delle condizioni di vita dei Vescovi di tutta la Chiesa, quello che afferma si vede che è frutto di una esperienza pastorale diretta.
Privilegi, logica mondana, primi posti, non per essere servito, ma per servire.
La conseguenza di questi limiti, di questi errori, di questa mancata testimonianza è l’impossibilità di poter essere un vero, un buon pastore!
Poi, alla fine del discorso fatto ai neo consacrati ha detto “NON FATEVI CERCARE, FATEVI TROVARE“
Sembra una frase lasciata cadere lì per caso, come un voler sussurrare qualcosa che si dice quasi in punta di piedi, per non disturbare. Sembra, ma non è così. È la chiave di volta dell’intera omelia, anzi è la sommatoria di tutte le raccomandazioni, i suggerimenti, gli inviti, le disposizioni, che il “Buon Pastore” nel Vangelo, il Papa, il Dicastero dei Vescovi – pronunciata con tanto garbo – rimane immediatamente in testa e te la ripeti per tutta la liturgia e oltre, finché non ne scrivi, non ne parli, non ne condividi valore e significato.
Immediatamente, in testa mi è ritornata prontamente la celeberrima frase di Papa Francesco “Siate pastori con l’odore delle pecore”, introdotta durante la sua prima Messa Crismale del 28 marzo 2013. Un indimenticabile inizio di ministero petrino scoccante!
Un invito diretto ai sacerdoti a non chiudersi in se stessi, o in sagrestia, ma a vivere in mezzo alla gente, al proprio gregge, chiamati a condividere la vita dei fedeli a lui affidati, a farsi impregnare dal loro odore. Provare per credere. Senza mezze misure! Un invito rivolto a quattro nuovi Vescovi ausiliari che giunge a tutti i Vescovi del mondo, a tutti i battezzati.
In tante omelie capita che non si riesce a “trattenere” la bellezza, la ricchezza, la profondità di certe affermazioni perché quella successiva, spesso, sovrasta le precedenti. Molti messaggi li riscopri se certi testi li rileggi e li mediti. Per fortuna, tutti i testi dei Papa sono scritti e ben leggibili.
Ma, quando il lessico, nelle omelie, è chiaro, diretto, esplicito, evidentemente frutto di un vissuto o di un ritmo che subito ti colpisce, non ti lascia, ti rimane in testa, torna la frase: “Non fatevi cercare, fatevi trovare”!
Penso a certe agende! Non invitano al dialogo con il tuo pastore, non ti fanno sentire la condivisione, men che meno la paternità! Spesso si rinuncia agli stessi appuntamenti! Spesso con segretari filtro, – funzionari o burocrati? – “eterni!”, inamovibili, da oltre quarant’anni, piccoli vescovi ombra!, pronti a… giustificare d’ufficio ritardi e tempi!
Come non ricordare l’incipit della Costituzione pastorale Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II che così parla dei discepoli di Cristo:
Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo…
(N. 1 Gaudium et Spes)
Questa omelia, può essere indicata come prototipo, un modello. Che dire della sua apertura?
«Stringendoci a Cristo, diventiamo una casa solida e accogliente». Altro che pietra scartata dai costruttori! Pastore che esce dai salotti o dalle sagrestie per andare nelle periferie esistenziali, per vivere una chiesa “povera e per i poveri”.
Un pastore che si fa trovare è meglio di uno che bisogna cercare. Ti dà certezza, sai dove sta, sai che puoi trovarlo, lo incontri con facilità, sa accoglierti, se vuoi, puoi anche pensare che ti sta aspettando per abbracciarti, accoglierti. Il Buon Pastore è colui che si mette alla ricerca della pecorella smarrita, non aspetta a casa di essere cercato. E la casa è come un castello, spesso, è una barriera, un impedimento all’accoglienza, alla vicinanza, alla condivisione.
Ricordo che, da piccolo e da grande, da sempre, sapevo, ero certo che, tornando a casa dai giochi con i compagni, dalla scuola, da un viaggio, dal lavoro, chi mi stava aspettando, chi era pronta ad accogliermi, chi avrei trovato, era mia madre. La trovavo sempre, anche senza dare un preavviso. Era felice di rivedermi, di riabbracciarmi, di rifocillarmi prontamente, senza che ne avessi fatto richiesta. Pronta ad ascoltarmi, a gioire, a sperare, a soffrire con me. Bastava incrociare il nostro sguardo e sentivi quanto eri amato. Che bello quel detto: “Il figlio muto, la mamma l’intende”. Vera corrispondenza di amorosi sensi.
«Stringendoci a Cristo, diventiamo una casa solida e accogliente»: così il Papa apre la sua omelia. Tutto parte da Lui, dalla Sua morte e dalla Sua Resurrezione. Non c’è altro percorso, o altro riferimento. Cristo è la pietra angolare, la casa che si costruisce sulla roccia. E poi, “Gesù ha camminato in mezzo a noi da profeta disarmato e disarmante, e quando è stato scartato, non ha cambiato stile!”
Ai Vescovi ausiliari, suoi stretti collaboratori, Papa Leone XIV ha lanciato un messaggio straordinario:
Fate in modo che i presbiteri, i diaconi, le religiose e i religiosi, le laiche e i laici impegnati nell’apostolato non si sentano mai soli.
Aiutateli a rianimare la speranza nei loro diversi ministeri e a sentirsi parte di una stessa missione.
Sappiate sempre, instancabilmente, motivare le persone e le comunità, richiamando con semplicità alla bellezza del Vangelo.
Come chiamati singolarmente, per nome, affidati a chi di noi deve prendersi solo tanta cura!





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