
Nel solenne spazio della Porziuncola, cuore spirituale della Basilica di Santa Maria degli Angeli ad Assisi, si è aperto ufficialmente l’ottavo centenario del Transito di San Francesco, ultimo approdo di un lungo itinerario commemorativo che dal 2023 ha progressivamente ripercorso i momenti fondativi dell’esperienza francescana: la Regola, il Natale di Greccio, le Stimmate, il Cantico delle Creature. Le celebrazioni, accompagnate dall’Anno Giubilare francescano indetto da Papa Leone XIV fino al gennaio 2027, non si limitano tuttavia alla dimensione liturgica o devozionale, ma riaprono piuttosto una riflessione storica e culturale sul modo in cui la figura del Poverello abbia modellato l’immaginario artistico europeo e costruito, nei secoli, una vera geografia della memoria. In questa prospettiva, la Basilicata emerge come uno dei territori più interessanti e meno indagati del francescanesimo meridionale, non semplice periferia spirituale di Assisi, ma luogo nel quale il messaggio francescano si è trasformato in linguaggio figurativo, organizzazione dello spazio urbano e patrimonio antropologico condiviso.
La storia dell’insediamento francescano in Basilicata presenta, già nelle sue origini, elementi di straordinaria peculiarità. Mentre nel Mezzogiorno gli ordini mendicanti si diffondevano rapidamente a partire dagli anni Trenta del XIII secolo, il territorio lucano rimaneva sostanzialmente refrattario alla nuova geografia conventuale. La ragione era strutturale prima ancora che religiosa: la regione risultava già attraversata da una densissima rete di monasteri italo-greci e benedettini che occupavano il territorio secondo una logica capillare e fortemente identitaria. In questa trama antica il francescanesimo riuscì a inserirsi solo più tardi, soprattutto attraverso il movimento osservante, quando la richiesta di un ritorno rigoroso alla povertà originaria generò una nuova stagione spirituale e artistica. I conventi di Venosa, Atella, Miglionico, Melfi, Tursi, Pietrapertosa e tantissimi altri, divennero dispositivi culturali attraverso i quali il linguaggio francescano penetrò nel tessuto sociale lucano, modificandone sensibilità, iconografie e persino modelli comportamentali. Alla fine del Settecento oltre cento comunità francescane punteggiavano il territorio regionale, contribuendo a forgiare l’identità collettiva.
È significativo che proprio in Basilicata si conservi una delle più suggestive sedimentazioni narrative dei miracoli post mortem di Francesco, attestati dal Tractatus de miraculis Beati Francisci di Tommaso da Celano. In questo testo, che costituisce una delle principali matrici della fortuna iconografica francescana, il miracolo di Pomarico assume un rilievo straordinario. Una donna rimasta sola piange la morte della figlia, il santo le appare in sogno promettendole la restituzione della bambina alla vita. L’episodio attraversa i secoli fino a incarnarsi materialmente nell’affresco cinquecentesco della chiesa di San Francesco a Pietrapertosa, opera di Ioannis Luce de Ebulo. Francesco, leggermente inclinato verso la madre e la fanciulla resuscitata, introduce nello spazio pittorico una tensione umana quasi giottesca, mentre la linearità delle forme e il controllo volumetrico rimandano a una cultura figurativa ancora attraversata dagli echi del Gotico Internazionale. L’opera rivela soprattutto un dato essenziale: la provincia lucana non recepisce passivamente il modello assisano, ma lo traduce in una grammatica locale, adattandolo alla propria sensibilità narrativa e al proprio paesaggio emotivo. La stessa presenza, nel centro storico di Pomarico, della cosiddetta Casa del miracolo mostra quanto il racconto agiografico sia diventato elemento concreto di costruzione identitaria. La pietra murata con il simbolo francescano delle braccia incrociate davanti alla croce costituisce un segno di appropriazione dello spazio urbano da parte della memoria francescana.
Anche gli altri miracoli lucani attribuiti all’intercessione del santo sembrano inscriversi in questa medesima dinamica di “territorializzazione della memoria”. A Venosa una donna affetta da una gravissima malattia alla gola viene guarita, a Potenza il canonico Ruggero recupera la salute subito dopo la morte del santo. Ma è soprattutto il miracolo documentato nel 1278 e riscoperto nel Novecento dallo storico francescano Michael Bihl a restituire la misura della profondità del legame tra Francesco e il territorio lucano. Due operai sepolti dal crollo delle fondamenta della chiesa di San Francesco a Potenza vengono estratti vivi dopo ore di scavi e invocazioni collettive. Il dato più interessante non è tanto l’evento prodigioso in sé, quanto la sua registrazione notarile: il miracolo entra nel documento amministrativo, si fa storia pubblica, memoria civile oltre che religiosa.
Guardando oggi a questa trama di conventi, affreschi, cronache e testimonianze, appare evidente come la Basilicata custodisca una forma peculiare di francescanesimo, meno monumentale rispetto ai grandi cicli umbri o toscani, ma forse più profondamente radicata nella dimensione antropologica. Francesco diventa presenza incorporata nei paesi, nelle pietre, nei racconti tramandati oralmente. Nell’ottavo centenario del Transito, la riscoperta di questi luoghi rappresenta dunque una rilettura critica del modo in cui arte e spiritualità hanno contribuito a costruire l’identità culturale del Mezzogiorno medievale e moderno. La Basilicata francescana emerge così come un archivio diffuso di memoria europea, nel quale il confine tra storia, immagine e devozione non verrà mai dissolto.






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