
È nei primi vespri della XIX Domenica del Tempo Ordinario, la sera dell’8 agosto, festa di san Domenico di Guzman, sacerdote, e pertanto giorno onomastico per il novello sacerdote, che la nostra chiesa diocesana ha vissuto un altro momento di festa e grazia in Cattedrale: l’ordinazione presbiterale di Domenico Pepe, 27 anni, della comunità di Grottole.
Una liturgia ricca e ben curata, una cattedrale gremita di popolo festosamente partecipe: amici di seminario di tutta la regione, oltre che una rappresentanza del clero di Matera-Irsina, Tricarico e non solo.
Don Domenico da sempre presente nella vita diocesana
In massa ha partecipato la comunità di Grottole, “oggi più arricchita: questa la testimonianza che don Domenico ha iniziato questo cammino con il piede giusto”, le parole del grottolese Domenico Lamagna. Altrettanto ben rappresentate le comunità di San Giovanni Bosco in Marconia dove don Domenico è da circa un anno collaboratore e di Sant’Agnese in Matera dove il novello sacerdote ha svolto il suo tirocinio pastorale nei due anni precedenti.
“Presenza presente” quella di don Domenico da almeno dieci anni a questa parte: chi non lo ricorda da ministrante adolescente, e poi da seminarista, accanto a don Vincenzo Di Lecce, che ai tempi era delegato episcopale per i festeggiamenti in onore di Maria SS. della Bruna? È proprio la Madonna della Bruna un cardine della sua spiritualità: ecco la peregrinatio dell’effige di Maria Santissima della Bruna a Grottole, nei giorni precedenti l’ordinazione diaconale di don Domenico.
Una numerosa partecipazione anche da remoto: Grottole, Torino, Cologno Monzese… assieme a tanti ammalati. Proprio gli ammalati l’altra dimensione della spiritualità di don Domenico, legato alla realtà dell’Unitalsi. Una sensibilità per cui ha gettato in lui il germe don Arcangelo Rotunno, storico parroco di Grottole, a cui don Domenico, tra l’altro, dice di dovere la scoperta della sua vocazione presbiterale: “Don Arcangelo mi ha fatto innamorare della donazione totale alla Chiesa e a Dio”. E anche l’arcivescovo ha nominato don Arcangelo nell’omelia.

La riflessione dell’arcivescovo
Una liturgia della Parola “azzeccata” per un’ordinazione sacerdotale, capace di svelare più di qualche aspetto del ministero profetico-sacerdotale: Elia a cui Dio si rivela attraverso “un vento di brezza leggera” e Paolo che pur di vedere salvi i fratelli è disposto a farsi egli stesso “anatema”. E che dire del passo del Vangelo che parla di Pietro che cerca di camminare sulle acque o del ritornello del salmo – “Mostraci, Signore, la tua misericordia” -?
Nel ministero di pastore a cui oggi sei consacrato non ti potrai fermare sulla terraferma delle certezze. Non ti sarà dato di stare in una situazione solo positiva, post-moltiplicazione dei pani, in una situazione di comfort zone.
Che tu possa avere costantemente una mano in alto, per gridare tutti i giorni la tua preghiera personale al Padre, per essere salvato e per avere la forza di salvare i fratelli; e l’altra mano nel tuo spenderti, giorno per giorno, a servizio degli altri, a salvarli nelle loro mille sfaccettature di difficoltà.
Ci sono onde di povertà, onde di assenza di relazioni, onde della sensazione che la vita sia inutile per certe persone, onde di fallimento. E ti chiederanno aiuto. Noi chiediamo per te oggi questa forza interiore
le parole che il vescovo Benoni ha indirizzato nell’omelia all’ordinando.
E l’altra preghiera che facciamo per te oggi è che tu possa sposare e abbracciare pienamente i sentimenti di Paolo, che dice: «Vorrei essere io anatema», cioè: «Ho un dolore grande nel mio cuore perché vedo i miei fratelli separati dal Signore. Vorrei essere separato io, vorrei fare cambio io di separazione, purché loro possano appartenere pienamente a Dio».


la consegna delle mani del candidato all’ordine nelle mani del vescovo e l’invocazione dei santi nelle litanie
La liturgia di ordinazione
Sempre pregni di significato i segni della liturgia. L’imposizione delle mani, da parte prima dell’arcivescovo e poi di tutti i presbiteri, simbolo eloquente dell’invocazione e della discesa dello Spirito Santo, ricca di rimandi alla comunità apostolica: uno di quei segni senza tempo, come Dio, di cui Domenico da sabato scorso è ministro. E, poi, la preghiera consacratoria, una bellissima invocazione ricca di rimandi alla storia della salvezza, in particolare al sacerdozio di Aronne, di cui – è orami tradizione – il vescovo Benoni canta l’ultima parte – quella che è propriamente l’epiclesi.

“Don Domenico è sacerdote per sempre” la dichiarazione centrale della celebrazione pronunciata dal seminarista Manuel Bastiano all’ambone, a cui il coro diocesano “Magnum Signum”, che ha animato la liturgia, ha risposto con il canto e l’assemblea con uno dei tanti partecipati applausi con cui ha accompagnato la celebrazione. Hanno fatto eco le campane.
Un rito espressivo quello di ordinazione vissuto pienamente sabato scorso, anche grazie alla monizione introduttiva che ha introdotto alla celebrazione, anche nella parte dei riti esplicativi:
- la vestizione del neo-sacerdote, per mano del parroco della comunità di origine di don Domenico, don Saverio Susai, rimando a quella veste candida battesimale e a quelle tuniche con cui Dio ridava dignità a Adamo ed Eva nell’Eden;
- l’unzione con il crisma, l’olio con cui don Domenico era stato già unto sulla fronte nel Battesimo e nella Cresima, e questa volta ha ricevuto sulle palme delle mani, che tanti hanno baciato in questi giorni, segno di conformazione a Cristo, l’unto per eccellenza;
- la consegna del pane e del vino dal vescovo al novello sacerdote, con l’esortazione ricca di significato: “Ricevi i doni del popolo santo di Dio: renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebri, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo”;
- lo scambio di pace, con l’arcivescovo e tutto il presbiterio, rito finale della liturgia di ordinazione, che sigilla la comunione con tutto il presbiterio.

La preghiera eucaristica
Poi, la preghiera eucaristica – con il “prefazio dell’ordine”, in cui si fa riferimento al sacerdozio di Cristo e al segno da poco vissuto dell’imposizione delle mani – e, per molti la sorpresa, di ascoltare la voce del novello sacerdote che interviene per la prima volta nella preghiera eucaristica.
Il giorno dopo
Domenica 9 agosto è stata la giornata del rendimento di grazie e delle prime Sante Messe presiedute da don Domenico. La prima alle ore 11 nella chiesa di Santa Maria Maggiore a Grottole, dove nasceva la sua vocazione ministeriale, tra una comunità orgogliosa di avere un altro figlio sacerdote. La seconda alle 19:30, nella chiesa di San Giovanni Bosco a Marconia, dove nell’ultimo anno ha svolto il tirocinio pastorale come collaboratore accanto a mons. Filippo Lombardi e a don Pietro Oliva.
Auguri, don Domenico!
Carissimi fratelli e sorelle, dicevo all’inizio che oggi siamo in festa, oggi siamo nella gioia dello Spirito divino, perché ancora una volta il Buon Pastore ci dice: «Io vengo a prendermi cura di voi, vengo ad annunciarvi il Regno di Dio, vengo ad annunciarvi che tutti voi siete parte dell’eredità divina, mandandovi un nuovo pastore, un nuovo sacerdote nella persona di Domenico».
Siamo in festa perché, per l’ennesima volta, siamo nella situazione di prendere atto che la misericordia di Dio ci precede, ci avvolge ed è sempre sovrabbondante. E ogni volta che, nella nostra esistenza, dovessimo dimenticare che è Dio che ha l’iniziativa, che è Lui nella sovrabbondanza dei doni, rischiamo di perdere l’afflato spirituale più sano e, quindi, di non vivere appieno quello che è l’essere figli del Padre.
E poi il leitmotiv, diciamo così, della Parola di Dio che abbiamo ascoltato, soprattutto del Vangelo, direi che potremmo riassumerlo semplicemente così: camminare sulle acque. Per quattro volte torna questa espressione: per due volte riferita a Gesù e per due volte a Pietro. Camminare sulle acque.
Il contesto del Vangelo è il contesto del lutto di Gesù per la morte di Giovanni, il Precursore, nonché suo cugino. Abbiamo ascoltato domenica scorsa come Gesù tendeva a ritirarsi un po’ in disparte dopo aver saputo di questa notizia, ma le folle lo precedevano e, quindi, semplicemente metteva da parte questa sua esigenza di ritiro.
Si dedica alle folle e poi culmina questo suo dedicarsi alle folle con l’averle nutrite con la predicazione, quindi nello spirito, e poi con il miracolo della condivisione, della moltiplicazione dei cinque pani e dei due pesci.
In questa situazione, se volete, si è venuta a creare una situazione di gloria, di successo anche pastorale per Gesù e per i suoi discepoli. Le folle addirittura vogliono farlo re, perché risolve loro i problemi. Ma sembra che Gesù si senta un po’ a disagio nel vivere una situazione di successo e «costringe», dice l’evangelista, i suoi discepoli a lasciare tutta quella situazione positiva per loro e a incamminarsi.
Li costringe, quindi, a salire sulla barca, ad andare ad attraversare il lago di Gennesaret, il mare, come viene anche chiamato, mentre Lui si ritira da solo sulla montagna.
Vedete, se dopo questo momento di gloria, di successo, di riconoscimento Gesù dicesse: «Rimaniamo qui», non avrebbe e non darebbe ancora l’occasione ai suoi discepoli di mettere in atto la fede. Perché la fede autentica si manifesta non quando positivamente è tutto a posto, non quando tutto fila liscio.
La fede si manifesta, e siamo chiamati ad attingere a piene mani alla forza e alla realtà della fede in Dio, proprio nei momenti in cui ci sono i flutti, in cui ci sono le onde.
Immaginatevi questa barchetta piena dei discepoli di Gesù, minacciata seriamente dalle onde. Ormai è notte e loro devono lottare contro i flutti, pensando alla situazione positiva che avevano lasciato e che, apparentemente, forse non è stata una scelta sensata da parte di Gesù: costringerli a lasciare la terraferma e le cose solide e belle per affrontare l’ignoto della notte, l’ignoto delle onde che rischiano di travolgerli e, quindi, di far andare a picco la stessa barca.
Ed ecco: è questo l’evento che Gesù sembra abbia preparato apposta per i suoi discepoli. La tempesta, con le onde alte; loro in balia dei flutti con il loro barchino; e Lui che non c’è, non si vede. Sembra li abbia abbandonati, sembra addirittura si sia dimenticato di loro.
Perché è così che accade.
Quante volte nella vita, carissimi, non abbiamo questo vissuto anche personalmente? Le onde della vita, le acque che sembrano stare per travolgerci, le onde che minacciano la nostra esistenza, le onde delle paure, degli insuccessi, delle delusioni, dei fallimenti; le onde dei dolori, delle difficoltà di ogni genere.
E Lui dove sta?
È bellissimo questo passaggio dei discepoli che, quando vedono Gesù, si mettono a gridare impauriti. Non è ancora preghiera. Il loro è un grido, se volete, in preda alla disperazione, perché oltre alle onde c’è anche questa specie di fantasma che li minaccia, e gridano spaventati.
E c’è un grandissimo passaggio, spiritualmente parlando, tra il loro gridare così, per lo spavento, e il gridare di preghiera, di invocazione, di Pietro. Pietro che, come abbiamo ascoltato, dice al Signore: «Bene, allora, Gesù, anch’io. Anch’io voglio camminare sulle acque come te. Vorrei sperimentare che si possono affrontare le acque, le onde della vita, senza essere sommersi, senza annegare, senza essere travolti».
È questa la speranza di tutti noi: riuscire a camminare nell’esistenza senza andare a picco.
Ed è questo che Pietro dice: «Bene, visto che tu ci sei, visto che tu lo fai, comanda che lo faccia anch’io, Gesù».
Ed è bellissimo questo: anche lui, finché guarda verso Gesù, riesce a camminare e ad affrontare le onde. Quando comincia a guardare solo le onde, quasi perdendo di vista lo sguardo di Gesù, si impaurisce.
Perché è così che accade anche nella nostra vita: quando perdiamo di vista il Signore sui flutti, in mezzo ai flutti della nostra vita, lo spavento, il gridare, a volte il terrore, potrebbero semplicemente paralizzarci, perché non è più il Signore che ci dà la stabilità.
Ci rendiamo conto della nostra debolezza e allora lì non reggiamo più.
Ed ecco Pietro che comincia a gridare: «Signore, salvami!».
È mancanza di fede questa di Pietro? Un po’, come glielo dice il Signore Gesù: «Uomo di poca fede». Pietro, che dovrebbe confermare nella fede i suoi fratelli, riceve questa bella descrizione da parte di Gesù: «Uomo di poca fede».
Ma è questo il punto: la nostra fede non è mai granitica. Siamo sempre, anche nel cammino della fede, quasi a lottare contro le onde dei dubbi, delle difficoltà, delle fatiche del credere, dell’affidarci al Signore.
E quando, a volte, sembra che le paure e la disperazione prendano il sopravvento, ci mettiamo a gridare e lì magari sperimentiamo che il Signore dice: «Sono qui. Perché gridi inutilmente? Perché non ti fidi? Uomo di poca fede».
Non ci dobbiamo vergognare. Pietro forse non si vergognava, e il fatto che gli evangelisti ci abbiano tramandato questo episodio anche con queste parole di Gesù vuol dire che va bene così.
Non ci dobbiamo né scandalizzare né rimanere male quando, nella nostra vita, i troppi flutti, le troppe onde delle paure, delle difficoltà sembrano mettere a repentaglio la fede.
Va bene così. L’importante, poi, in quella situazione, è non soltanto gridare in maniera indistinta, così, in maniera astratta, ma gridare verso il Signore.
Sì, la nostra paura e il nostro grido diventano preghiera.
Oggi abbiamo troppe persone che sono spaventate e gridano. A volte fanno solo schiamazzo; a volte semplicemente gridano, anche in maniera violenta, contro gli altri perché sono afferrate dalle paure, anziché mettersi a gridare come preghiera al Signore.
Perché un conto è gridare su te stesso, avvitato sulle tue difficoltà, e un altro conto è alzare le mani verso il Signore, dove c’è il «Tu» di Dio, che riconosci presente nella vita.
Caro Domenico, non ti illudere.
Nel ministero di pastore a cui oggi sei consacrato non ti potrai fermare sulla terraferma delle certezze. Non ti sarà dato di stare in una situazione solo positiva, post-moltiplicazione dei pani, in una situazione di comfort zone.
Perché il ministero a cui oggi sei chiamato da parte di Dio è un ministero che fa tremare i polsi. Non ti appartiene più e vivrai, e dovrai vivere – non ti illudere – tanti momenti in cui ci saranno flutti, onde alte, tempeste, minacce e la paura di fallire o di deludere gli altri.
Cosa che non devi inseguire, perché il ministero non è inseguire il consenso.
Il ministero del presbitero è affrontare in prima persona i flutti dell’esistenza, di cui non siamo mai privi – e i sacerdoti lo sanno benissimo –, ma dovrai allargare le braccia: una mano, un braccio all’insù, per gridare costantemente al Signore: «Salvami!»; e l’altro braccio all’ingiù per salvare gli altri, da pescatore di uomini.
Questo è il ministero: un braccio alzato per essere salvato costantemente e un altro braccio abbassato per salvare gli altri.
Perché il ministero del pescatore di uomini è questo. E i flutti, oggi, in questo nostro mondo, non solo non mancano, ma sono tanti, troppi.
Nei giorni scorsi una persona diceva: «Visto che io sono completamente atterrito dalla paura, dallo spavento per il domani, forse non credo più».
E io gli ho detto questo: «Questa paura trasformala in preghiera a Dio. Vedrai che ti cambia l’approccio». Non spariscono le onde, ma la tua paura e le tue difficoltà diventano grido al Signore, che non fa mancare poi la sua mano ad afferrare la nostra.
Allora, carissimo Domenico, questo io chiedo oggi, a nome di tutti, insieme a tutti i sacerdoti e a tutto il popolo santo di Dio: che tu possa avere costantemente una mano in alto, per gridare tutti i giorni la tua preghiera personale al Padre, per essere salvato e per avere la forza di salvare i fratelli; e l’altra mano nel tuo spenderti, giorno per giorno, a servizio degli altri, a salvarli nelle loro mille sfaccettature di difficoltà.
Ci sono onde di povertà, onde di assenza di relazioni, onde della sensazione che la vita sia inutile per certe persone, onde di fallimento. E ti chiederanno aiuto.
Noi chiediamo per te oggi questa forza interiore.
Non è una pastorale che spazza via tutti, per non cadere nella trappola di Elia, che ha fatto fuori i profeti pensando di fare cosa gradita a Dio, perché taglia alla radice tutto e poi si rende conto che Dio non è in quel tipo di impostazione del profeta, ma in una brezza leggera.
E l’altra preghiera che facciamo per te oggi è che tu possa sposare e abbracciare pienamente i sentimenti di Paolo, che dice: «Vorrei essere io anatema», cioè: «Ho un dolore grande nel mio cuore perché vedo i miei fratelli separati dal Signore. Vorrei essere separato io, vorrei fare cambio io di separazione, purché loro possano appartenere pienamente a Dio».
È questo il cuore di pastore che si consuma.
E io, personalmente, ti chiedo, ti suggerisco: spendi per la preghiera almeno lo stesso tempo che impiegherai per le riunioni organizzative e per le strategie pastorali.
Solo così le tue braccia saranno in maniera equilibrata. Solo così potrai reggere ed essere sacramento di salvezza per gli uomini e le donne di oggi.
Permettetemi di esprimere anche un pensiero di ringraziamento e di gratitudine a tutti coloro che hanno seguito il percorso di Domenico: dalla famiglia ai formatori, a tutto il presbiterio, alla comunità di Grottole che ti ha generato, con la presenza dei sacerdoti qui, a don Arcangelo.
E io penso che don Arcangelo festeggi oggi. Tutte le comunità parrocchiali che, lungo gli anni, ti hanno accolto e ti hanno aiutato a plasmarti ulteriormente: tutti hanno contribuito in qualche modo affinché tu possa oggi, con il cuore libero, dire a Dio:
«Ecco, Signore, fai di me un tuo strumento».
Ed è questa la grande ricompensa: fare tutto solo come strumento del Signore, senza accampare diritti, ma vivere della gioia di vedere gli altri salvati, tirati dalle acque.

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