C’è stata una fotografia che negli anni Settanta consacrò Mimmo Jodice agli occhi del grande pubblico. È stata riproposta recentemente da Repubblica ai suoi lettori; fu scattata alla Festa dell’Unità tenuta a Napoli nel 1976. È un’immagine impressionante, che riprende una folla sterminata di partecipanti a quell’evento, mentre interveniva il segretario del Pci, Enrico Berlinguer. Pare ci fosse un milione di persone. Allora Jodice riuscì molto bene, con il suo scatto fotografico, a rendere l’idea di quella moltitudine, della straordinarietà dell’evento, ma soprattutto a esprimere quella sensazione che si aveva e che il mondo potesse davvero cambiare.
Il fotografo napoletano avrebbe potuto cavalcare bene questa sua popolarità di fotoreporter; invece, intraprese inaspettatamente un percorso artistico che lo porterà molto lontano, verso una fotografia completamente diversa.
Di tutta quella vivacità che seppe cogliere nel popolo accorso quella volta a Napoli, nulla rimarrà nei fotogrammi delle pellicole che Jodice ci lascerà negli anni successivi. Fino ad arrivare, come si diceva, a qualcosa di totalmente nuovo, ma che gli ha meritato una seconda consacrazione: la collezione “Mediterraneo”, una mostra che è considerata la più alta espressione della sua fotografia, una mostra che in questi mesi è ospitata a Matera, presso il Palazzo Lanfranchi, nell’ambito delle celebrazioni della città Capitale mediterranea della cultura e del dialogo.

Nelle immagini di questa mostra ciò che balza immediatamente agli occhi è la completa scomparsa della presenza umana che invece strabordava negli epici reportage di Jodice dei primi anni, come il citato scatto alla Festa dell’Unità a Napoli.
Si è scritto tanto di questa assenza del soggetto umano nelle immagini del fotografo napoletano, deceduto lo scorso anno. Perché si sa che Napoli è una città con la più alta densità di popolazione e dove tra l’altro la presenza umana si fa sentire davvero forte. Perché Jodice invece ha finito per trascurare questo aspetto così caratteristico?
C’è da dire subito però che ciò non è del tutto esatto. Perché laddove c’è una fotografia c’è sempre un uomo. C’è sempre una presenza, anche se questa non è visibile. È ovviamente la presenza del fotografo che riprende la scena, ma anche quella di chi eventualmente osserva l’immagine.
E non soltanto questo. C’è, per esempio, una fotografia di Jodice dove si vede un’immensa distesa d’acqua, forse è il mare o un grande lago e dove a riva è poggiata una sedia. È un’immagine che non è inserita nella mostra allestita a Matera, ma che potrebbe essere una buona chiave di lettura del percorso fotografico di Jodice. Perché svela un’idea che in questo artista è diventata dominante; l’idea di collocare la presenza umana al di fuori dell’inquadratura. È un’immagine che si concentra su un’assenza e ciò rende un po’ inquieto l’osservatore, come fosse una fotografia scattata in un momento sbagliato. Prima cioè che arrivasse qualcuno a occupare quella sedia.
Eppure quella fotografia non è stata intitolata “assenza”, come sembra suggerire la scena, ma “attesa”. C’è nelle fotografie di Jodice, dunque, ancora un’altra presenza non visibile: qualcuno che potrebbe arrivare.
Noi tutti viviamo come attendendo qualcuno. E nemmeno l’uomo che vive in solitudine è veramente solo. Mai un’assenza è vera assenza. Perché sempre si attende qualcuno, sempre si è protesi verso questo qualcuno, sempre si dipende da questa presenza che dovrebbe arrivare. E anche l’uomo solo vive con questa tenace speranza, per tutto il tempo della vita, anche se in tutto il suo tempo nessuno dovesse arrivare. Perché, ci suggeriscono queste fotografie, qualcuno c’è oltre l’inquadratura del nostro sguardo, oltre le mura del nostro visibile.
Comunque, quello di Jodice è certamente un percorso fotografico “ad excludendum”, nel quale effettivamente l’uomo scompare. Forse il fotografo è pervenuto a questo dopo i suoi memorabili reportage ai tempi del colera a Napoli, nei quali – chissà – avrà intravisto qualcosa di apocalittico. E in effetti questo era il clima, l’angoscia che opprimeva allora la città partenopea, stretta nella morsa del contagio. Fu forse lì che il fotografo Jodice vide scomparire l’uomo dall’orizzonte del fotografabile. Della presenza umana non resteranno dunque che le sue sinistre ombre e i suoi inquietanti simulacri.
Nelle fotografie di Jodice che compongono la mostra “Mediterraeo” si scorgono ombre che si allungano verso lo sfondo, ruderi dell’antichità e soprattutto statue, sculture. Sembra che le figure umane ormai non siano altro che reperti archeologici di una civiltà scomparsa. Come nel caso delle famose danzatrici, una composizione di cinque pannelli fotografici che domina gli ambienti della sala dell’esposizione.
Ma se nel mondo fotografico di Jodice non è più possibile scorgere una presenza viva, se ormai a questa non ci si può riferire, se una presenza non riusciamo a riconoscerla, a cosa si deve allora guardare?
Guardiamo il mare! Questo ci dicono queste fotografie venute fuori dalla fotocamera di Mimmo Jodice. Perché è a qualcosa come il mare che tende il cuore umano. È nella vastità del mare che l’uomo può trovare il suo paragone, la sua corrispondenza. Il cuore vorrebbe dilatarsi come il mare che va oltre l’orizzonte e verso un infinito senza confini. E profondo come il mare è il cuore umano. Come l’uomo, il mare è calmo, ma un momento dopo è tempesta. Come somiglia il mare alla nostra anima!
Il mare smuove le sue onde e con questo ci ricorda che, sulla nostra panchina, possiamo aspettare che qualcuno arrivi e possa smuovere dal torpore le nostre anime.
Il mare è vita; e – ahimè – per molti il mare è anche morte. Nel Mediterraneo lo vediamo bene purtroppo nella sorte di tanti migranti. Ma né la vita né la morte è qualcosa; è invece il mare stesso che è qualcosa. Ciò che spinge con la sua potenza e con la forza del vento la nostra esile barchetta verso un misterioso destino; è questo misterioso “altro da noi” che conta più di ogni altra cosa, più della vita stessa.
È il mare inoltre che spinge ad avere fiducia, a sperare; perché il navigare non è un inutile vagare. Il mare sospinge i suoi naviganti verso una misteriosa destinazione, ma dove si approderà in porti sicuri. Mimmo Jodice dice proprio questo, in un bel video a disposizione dei visitatori della mostra materana. Dice di sentirsi come uno di quei viaggiatori di epoche passate che intraprendevano un viaggio con tante incognite, ma con la certezza di trovare alla fine un porto che li accoglierà.
Mimmo Jodice, con questa sua mostra, ci guida verso i tanti approdi che questo mare amico ha offerto agli uomini nel corso della lunga storia: Petra, Capri, Agrigento, Siracusa, Cartagine, Stromboli, Capua, Pompei, Ostia antica, Arles, Corsica, Efeso e tante altre località della Turchia, Tougga in Tunisia.
Guardiamo il mare. Se ci sembra che il tempo sia rimasto sospeso in un passato che non tornerà, se ci sembra impossibile che possano tornare gli anni in cui fummo un popolo vivo, guardiamo il mare, questo infinito che non si stanca mai di lambire le nostre vite con le sue onde vivaci.
In questo Mediterraneo amico qualcuno certamente vedremo arrivare, qualcuno spunterà, uno sconosciuto amico punterà la sua imbarcazione verso la panchina della nostra attesa. Se sapremo aprire il nostro cuore incredulo, se saremo capaci di accogliere, tutto potrà ricominciare, tutto potrà rianimarsi. E anche quella storia che ci fece sognare un mondo migliore potrà così ripartire.
“Io c’ero”: la folla silenziosa di Mimmo Jodice e i ricordi dei lettori – la Repubblica


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