«Radici e germogli», un cammino di discernimento per una Chiesa in uscita

Presentate le linee pastorali 2026-2027 dell’Arcidiocesi di Matera-Irsina. Mons. Benoni Ambarus: riconoscere dove Dio è già all’opera. Tre le priorità: fede, relazioni e corresponsabilità.

Non un programma di nuove attività da aggiungere a quelle già esistenti, ma un cammino per imparare a riconoscere dove Dio è già all’opera e come la Chiesa è chiamata a rispondere. È la prospettiva emersa dall’Assemblea diocesana dell’Arcidiocesi di Matera-Irsina, celebrata a Matera il 3 ottobre per l’avvio dell’anno pastorale 2026-2027 e la presentazione delle nuove linee pastorali.

«Radici e germogli» è l’immagine scelta per sintetizzare il percorso: essere radicati nella Parola di Dio e nello Spirito e verificare, nello stesso tempo, la fecondità dell’azione pastorale.

Il nuovo anno prosegue il cammino avviato con la conversazione nello Spirito, la fraternità responsabile e la corresponsabilità ecclesiale, ma introduce un ulteriore passaggio: il discernimento ecclesiale per la missione.

«Dio non fa preferenze di persone»

A offrire la chiave biblica dell’Assemblea è stato l’arcivescovo mons. Benoni Ambarus, a partire dall’incontro tra Pietro e Cornelio narrato negli Atti degli Apostoli.

«Mi sto rendendo conto che Dio non fa preferenze di persone» è la frase scelta per accompagnare l’anno pastorale. L’arcivescovo ha invitato però a leggerla anche come una domanda: ci stiamo realmente rendendo conto che il Signore opera nella vita delle persone e ci precede anche là dove la comunità cristiana ancora non è arrivata?

Cornelio è pagano, estraneo al popolo d’Israele, eppure Dio è già all’opera nella sua vita prima dell’arrivo di Pietro. Anche Pietro è chiamato a compiere un passaggio radicale, quella che Ambarus definisce una «grande rivoluzione, o infrazione delle leggi dei padri»: accoglie i pagani, entra nella loro casa e comprende che è lo Spirito a condurlo verso persone nelle quali Dio è già all’opera.

Da qui l’immagine di una Chiesa che non può pensarsi come un recinto chiuso e difensivo, separato da chi non crede o non frequenta, ma piuttosto come un ovile, una comunità che riceve vita da Cristo e proprio per questo è capace di uscire da sé.

Ambarus ha parlato dei molti «Cornelio» presenti oggi nei paesi e nelle città: persone che magari non frequentano la Chiesa, non si definiscono credenti, ma cercano dialogo, collaborazione, ascolto. Riconoscerli significa assumere non semplicemente uno sguardo positivo sul mondo, ma uno sguardo contemplativo, capace di cogliere l’azione di Dio anche dentro le fragilità, le divisioni, le povertà e le contraddizioni della realtà.

Accanto a questa conversione dello sguardo, Ambarus ha richiamato un altro passaggio già avviato nel precedente anno pastorale: la corresponsabilità ecclesiale. Occorre riscoprire fino in fondo la dignità battesimale che rende ogni credente sacerdote, re e profeta.

«Radici e germogli»: tre priorità

A illustrare più direttamente le linee pastorali è stato mons. Filippo Lombardi.

Il primo chiarimento riguarda proprio il metodo: le linee non sono un «manuale di cose da fare». La domanda iniziale non dovrebbe essere subito «che cosa dobbiamo fare?», ma «dove il Signore ci sta precedendo?».

Il criterio con cui verificare l’azione pastorale diventa quello della fecondità. Non basta chiedersi se un’iniziativa sia riuscita o abbia avuto partecipazione, ma se abbia generato vita evangelica, se abbia aiutato uomini e donne a incontrare Cristo e a maturare una decisione personale di fede.

Tre le priorità indicate.

La prima è essere radicati nella fede, passando dal mantenimento religioso all’incontro con Cristo. Al centro torna il kerygma, l’annuncio fondamentale: Dio ti ama, Cristo ha dato la vita per te ed è risorto, il suo Spirito può rendere nuova la tua esistenza e c’è una comunità che cammina con te.

In questa prospettiva si collocano i cenacoli della Parola, una scuola di preghiera, percorsi biblici e itinerari per adulti e per quanti desiderano ricominciare un cammino di fede. Non necessariamente nuove strutture o nuovi gruppi, ma una trasformazione missionaria di quanto già esiste.

La seconda priorità riguarda le comunità che generano relazioni, passando dall’accoglienza all’accompagnamento. Chi si avvicina a una comunità non dovrebbe rimanere anonimo o essere lasciato solo dopo il primo incontro.

Tra le possibilità indicate vi sono équipe di accoglienza, una maggiore partecipazione dei laici, attenzione alle famiglie, agli anziani, alle persone con disabilità, a chi torna in chiesa dopo molti anni. Accompagnare può significare anche una telefonata dopo un lutto, una visita, la vicinanza a una famiglia in difficoltà o a un giovane in ricerca.

In questo ambito trova spazio anche la narrazione della fede: non soltanto luoghi nei quali discutere o organizzare, ma occasioni nelle quali le persone possano raccontare come l’incontro con Dio abbia attraversato concretamente la loro vita. Una catechesi narrativa capace di mostrare il Vangelo non come un sistema astratto, ma come una Parola che abita l’esistenza.

La terza priorità è la corresponsabilità nella missione, passando dagli incarichi al discernimento condiviso.

I Consigli pastorali e i Consigli per gli affari economici vengono così richiamati alla loro natura più profonda: non semplici organismi nei quali organizzare attività, feste e calendari, ma luoghi ecclesiali di ascolto e discernimento.

Da qui l’impegno a rafforzare, rinnovare o istituire dove necessario gli organismi parrocchiali e a predisporre percorsi di formazione. Con una domanda decisiva: chi manca attorno al tavolo? Spesso mancano i giovani e la voce del mondo del lavoro.

La corresponsabilità, è stato ribadito, non elimina le differenze. Non tutti fanno tutto e non tutti decidono allo stesso modo. Ministeri, carismi, competenze e responsabilità differenti sono chiamati piuttosto a entrare in relazione in vista della missione comune.

Casalone: il discernimento non è un dibattito tra posizioni

Sul significato e sul metodo del discernimento è intervenuto il gesuita padre Carlo Casalone, a partire da un’esperienza vissuta nella Compagnia di Gesù.

Casalone ha preferito parlare di «discernimento in comune», per sottolineare che non basta riunire una comunità perché automaticamente si realizzi un discernimento. Sono necessarie condizioni precise: preghiera, ascolto, conoscenza della realtà e soprattutto libertà interiore.

Chi entra nel confronto deciso a difendere la propria posizione a ogni costo, ha osservato, rende di fatto impossibile il discernimento.

Anche il modo di comunicare cambia: non un dibattito nel quale ciascuno cerca di dimostrare la bontà della propria tesi, ma una ricerca comune.

Casalone ha descritto un metodo nel quale tutti sono chiamati prima a individuare gli argomenti favorevoli a una scelta e successivamente quelli contrari. In questo modo anche chi parte da posizioni diverse rimane dalla stessa parte nella ricerca di ciò che appare migliore.

Il discernimento, quindi, non può essere ridotto a una tecnica né alla sola conversazione nello Spirito. Richiede una vera cultura del discernimento, fatta di ascolto, libertà, conoscenza della realtà, decisione e successiva verifica.

Le domande dell’assemblea

Gli interventi dei partecipanti hanno riportato la riflessione su alcune questioni concrete: il rapporto con i giovani, la trasmissione della fede, il ruolo dei movimenti e dei carismi, l’accoglienza dei poveri e dei migranti, la necessità di non fermarsi a formule pastorali che rischiano di rimanere astratte.

È emersa anche una domanda decisiva: un cambiamento di metodo di questa portata può essere realmente realizzato nell’arco di un solo anno?

Ambarus: «È un percorso pluriennale»

Nelle conclusioni mons. Ambarus ha raccolto le sollecitazioni dell’assemblea chiarendo anzitutto un punto: il percorso sul discernimento non si esaurirà nell’anno pastorale appena iniziato.

«È chiaro che è un discorso pluriennale», ha spiegato, annunciando ulteriori incontri con i sacerdoti, momenti di formazione per i Consigli pastorali parrocchiali e veri e propri laboratori nei quali imparare a discernere partendo dall’ascolto della Parola di Dio, di sé stessi e della realtà.

Anno dopo anno potranno cambiare le priorità specifiche, ma il metodo dovrebbe diventare un modo ordinario di camminare insieme. L’arcivescovo ha utilizzato a questo proposito un’espressione particolarmente efficace: «sartoria pastorale».

Non tutte le comunità hanno infatti gli stessi problemi e le stesse risorse. Una parrocchia con una forte presenza di anziani soli non potrà ignorare quella realtà; dove ci sono scuole e molti giovani occorrerà cercare modalità concrete di incontro e collaborazione; altri territori sono maggiormente interpellati dalla presenza dei migranti, dalle povertà o dal mondo del lavoro.

Le linee diocesane offrono un orientamento comune, ma spetta alle singole comunità guardare concretamente il territorio e chiedersi: chi sono i Cornelio che vivono accanto a noi? Dove il Signore sta già operando? Dove ci sta chiamando?

Accogliere non basta: la povertà interpella l’annuncio

Nelle conclusioni è tornato con forza il tema dell’accoglienza.

L’arcivescovo ha fatto riferimento alla prospettiva di realizzare a Pisticci Scalo, insieme alla Caritas diocesana, uno spazio di accoglienza utilizzando la vecchia canonica. Ma il punto, ha sottolineato, riguarda tutte le comunità.

Dare un pacco alimentare a una famiglia povera è necessario, ma non significa aver risolto il problema. Occorre interrogarsi anche sulla possibilità di accompagnare una persona verso il lavoro, una riqualificazione professionale, una casa.

Anche questo è annuncio del Vangelo: poter dire concretamente a una persona «Dio è con te» perché trova accanto a sé una comunità che non la lascia sola.

È in questa luce che Ambarus ha richiamato il comando evangelico: «Voi stessi date loro da mangiare». Se i discepoli di Cristo sono assenti quando una persona attraversa la malattia, la povertà o la solitudine, quale credibilità può avere l’annuncio di un Dio vicino? Discernimento e missione, quindi, non sono separabili dalla vita reale.

Dalle linee pastorali al cammino concreto

La conclusione dell’Assemblea non è stata la consegna di un programma uniforme.

Mons. Ambarus ha invitato ogni comunità a ritrovarsi e chiedersi, alla luce delle linee diocesane: su che cosa possiamo lavorare di più quest’anno? Qual è il passo possibile nella nostra realtà?

Un lavoro che coinvolgerà non soltanto le singole comunità, ma anche sacerdoti, organismi di partecipazione, realtà ecclesiali e vicarie, chiamati a mettere in comune esperienze, priorità e percorsi.

Senza caricarsi dell’angoscia di dover realizzare tutto e subito, ha ricordato l’arcivescovo, ma mantenendo alta «la tensione del Vangelo e dell’evangelizzazione».

È forse questa la sintesi più efficace del percorso indicato dall’Assemblea: conservare le radici, riconoscere i germogli, verificare la fecondità.

Non disperdere quanto già esiste, ma neppure accontentarsi del «si è sempre fatto così». Non chiudersi nel recinto, ma imparare a riconoscere i tanti Cornelio che vivono oltre i confini abituali delle comunità.

E continuare a porsi la domanda che accompagnerà l’anno pastorale: ci stiamo rendendo conto che Dio non fa preferenze di persone e che è già all’opera prima di noi?

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