Il cardinale Pizzaballa a Lauria: «La prima violenza è nelle parole»

Il Patriarca latino di Gerusalemme ha incontrato giovani ed educatori nel Santuario del Beato Domenico Lentini dove è stata anche allestita la mostra Profezie per la pace.

«La violenza, prima di essere fisica, è culturale: è nel linguaggio e nelle parole che si usano». Lo ha affermato il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, nel corso dell’incontro-testimonianza con i giovani e gli educatori della diocesi di Tursi-Lagonegro, promosso dalla Commissione diocesana di Pastorale educativa presso il Santuario diocesano del Beato Domenico Lentini a Lauria.

Riferendosi alla guerra in Terra Santa, Pizzaballa ha richiamato le ferite profonde che segnano entrambe le popolazioni. «Per il popolo ebraico il 7 ottobre è stato un trauma profondissimo», mentre «per i palestinesi il trauma fondativo è la Nakba del 1948». «Entrambi i popoli, dunque, si sentono minacciati nella loro stessa esistenza, in forme e con prospettive diverse, ma con il medesimo sentimento: l’altro mi rifiuta».

«Il dolore, il rancore e le ferite sono troppo forti per dire semplicemente: “Adesso dovete parlarvi”», ha aggiunto il Patriarca. «Ciascuno è talmente preso dal proprio dolore, dalla propria fatica e dalla propria paura, che non rimane spazio per il dolore dell’altro».

Da qui il richiamo al linguaggio. «Si è talmente dentro questa guerra che l’altro non c’è più, non esiste più come persona: diventa una categoria negativa, uno stereotipo». E ancora: «Se l’altro non esiste, se il linguaggio è violento e deumanizzante, se hai deumanizzato l’altro, hai già creato il contesto nel quale la violenza fisica diventa possibile».

Pizzaballa ha sottolineato che questo non significa rinunciare a giudicare ciò che accade: «Dobbiamo chiamare le cose con il loro nome e indicare le responsabilità, senza creare nuovi nemici e nuove barriere. Lo scopo non è sostituire un odio con un altro, ma trovare un modo di ricostruire la fiducia».

Nel suo intervento il Patriarca ha raccontato anche l’esperienza della piccola comunità cristiana di Gaza, oggi composta da circa cinquecento persone, «diventata un punto di riferimento» attraverso l’accoglienza, la distribuzione degli aiuti e il sostegno alle famiglie. Ha ricordato inoltre la situazione di circa seicentomila studenti e ragazzi che non frequentano più la scuola e i tentativi di proseguire l’attività educativa «per terra, nelle tende, con ciò che si riesce a recuperare».

Particolarmente significativo il racconto dell’incontro con quasi settecento giovani musulmani di Gaza. «Uno di quei ragazzi mi ha particolarmente colpito», ha riferito Pizzaballa. La sua domanda era: «Siamo stati preparati alla guerra; non so se saremo capaci di fare la pace».

Il Patriarca ha quindi ricordato che, anche nel clima attuale, «nella società civile israeliana e palestinese non tutto è completamente radicalizzato» e ha parlato di giovani israeliani e palestinesi, credenti e non credenti, che continuano a cercare una strada comune: «Dobbiamo fare qualcosa. Dobbiamo farlo insieme. Vogliamo che sappiate che ci siamo anche noi».

«Dobbiamo creare luoghi nei quali cristiani, israeliani e palestinesi possano incontrarsi, anche criticarsi, anche non essere d’accordo e dissentire, ma nel rispetto reciproco», ha detto Pizzaballa. «Essere capaci di confrontarsi significa riconoscere che l’altro esiste, anche quando non si condividono le sue posizioni».

Infine l’appello rivolto anche all’Italia e alla Chiesa: «Ho notato che qui in Italia, a destra e a sinistra, spesso si ripetono le nostre stesse divisioni. Non va bene. Abbiamo bisogno che ci tiriate fuori dal pozzo nel quale siamo caduti; che ci aiutiate a ricomporre, non ad approfondire le fratture; che ci aiutiate ad allargare il nostro sguardo».

La conclusione è stata affidata a un segno di speranza: «Proprio in questo tempo così duro, nel quale tutto sembra chiuso e finito, attraverso tante persone – cristiani, palestinesi e israeliani – vedo prepararsi qualcosa di nuovo. Ancora non riesce a emergere, ma c’è. Il nostro compito è custodirlo insieme».

A margine dell’incontro, negli spazi del Santuario è stata inoltre allestita, a cura di Gioventù Studentesca, la mostra itinerante del Meeting «Profezie per la pace» che contiene dieci storie di “paci impossibili”, esperienze di riconciliazione nate dal basso in zone di conflitto in varie parti del mondo come Siria, Palestina, Haiti, Rwanda e Myanmar.

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