
Ci sono notizie che sembrano non avere nulla in comune. Le proteste degli studenti francesi, che chiedono di essere ascoltati e di avere un futuro, mentre altri giovani, nello stesso Paese, si ritrovano in ottantamila per incontrare il Papa. Le incredibili aggressioni compiute a Roma da due minorenni a bordo di una minicar, quasi si trattasse di un gioco. Le vicende di uomini e donne che, provati da sofferenze estreme, chiedono di poter porre fine alla propria esistenza.
E poi, quasi in controcanto, la sorprendente serenità con cui Leone XIV ha annunciato la propria malattia e la necessità di sottoporsi a un intervento chirurgico, concludendo con poche parole: «Mi affido alla vostra preghiera».
Fatti profondamente diversi, che non possono essere messi sullo stesso piano o ricondotti a un’unica spiegazione. Eppure, ciascuno a suo modo, ci interroga sul rapporto che abbiamo con la vita: sulle attese che la accompagnano, sulle contraddizioni che la attraversano, sulla possibilità di affrontarne anche le circostanze più difficili. Fino a far emergere una domanda che raramente ci poniamo in tutta la sua radicalità: per che cosa vale davvero la pena vivere?
Comprensibilmente, il dibattito pubblico si concentra sulle cause del disagio e della violenza, sulle responsabilità educative, sulle possibilità offerte dalla medicina e sulle delicate questioni etiche poste dal fine vita. Sono interrogativi necessari, che tuttavia non esauriscono la domanda sull’uomo.
La domanda sul significato della vita, del resto, non emerge soltanto nei momenti di crisi. È presente anche nelle esperienze più belle, perché nessuna felicità, per quanto intensa, sembra appagare definitivamente il cuore umano. Vorremmo che ciò che amiamo durasse per sempre, che la bellezza non svanisse, che i rapporti più cari non fossero destinati a finire.
Di questa attesa sono testimonianza la poesia, la musica, l’arte di ogni epoca. Gli uomini hanno continuamente dato voce a un desiderio che supera i confini dell’esperienza immediata, come se la vita custodisse una promessa che non siamo in grado di mantenere con le nostre sole forze.
È qui che il cristianesimo introduce nella storia una novità assoluta. Un uomo, Gesù di Nazaret, ha avuto l’ardire di affermare: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). Una pretesa senza precedenti: identificare con la propria persona la risposta all’attesa che attraversa la storia dell’uomo.
Ma come può un’affermazione pronunciata duemila anni fa riguardare la nostra esistenza di oggi? Come può diventare un’esperienza reale e non rimanere soltanto una convinzione religiosa?
Alla recente Giornata di inizio anno di Comunione e Liberazione della Basilicata, Deborah Giovanati ha raccontato l’amicizia nata con Domenico Zuccarella, gravemente malato di sclerosi multipla e deciso a ricorrere al suicidio medicalmente assistito. Deborah, affetta dalla stessa malattia, ha voluto incontrarlo. Con il marito e alcuni amici ha cominciato a frequentarlo, condividendo pranzi, conversazioni, momenti di semplice familiarità. Domenico, che si sentiva ormai inutile, aveva riconosciuto la singolarità di quell’amicizia, tanto da volerla conservare anche quando altri gli suggerivano di interromperla.
Alla fine Domenico ha confermato la propria decisione di morire. Non c’è dunque un lieto fine da raccontare. Resta però la gratuità di un’amicizia che non dipendeva dalla possibilità di fargli cambiare idea. Da dove nasce una simile disponibilità? Deborah stessa ne ha indicato l’origine nella comunione cristiana alla quale appartiene: «Non certo perché siamo più bravi, ma perché, attraverso la nostra comunione, qualcun Altro ci ha presi».
È la novità che don Luigi Giussani ha richiamato per tutta la vita: Cristo continua a essere presente nella storia attraverso la comunione di coloro che gli appartengono in forza del Battesimo.
Anche la serenità con cui Leone XIV ha comunicato la propria malattia può essere guardata da questa prospettiva. Non la sicurezza di chi possiede tutte le risposte, né la pretesa di sottrarsi alla fragilità che appartiene a ogni uomo. Piuttosto, la semplicità di chi riconosce di non essere solo e può affrontare anche una circostanza difficile affidandosi a una Presenza più grande di sé.
È una prospettiva che interpella anzitutto le nostre comunità. Mons. Benoni Ambarus, concludendo la recente Assemblea diocesana, ha posto una domanda tanto semplice quanto impegnativa: «E allora dove sta l’annuncio del Dio che è presente nella mia vita, se coloro che sono i suoi discepoli sono assenti dalla mia vita quando vivo il dramma della malattia, della povertà, della solitudine?».
Le parole del Vescovo richiamano la logica stessa dell’Incarnazione: Dio non è rimasto distante dall’uomo, ma ha condiviso la sua condizione. Per questo l’annuncio cristiano non può essere separato dalla vita concreta delle persone. Non basta offrire un aiuto, occorre condividere la loro esistenza, anche quando non siamo in grado di risolverne le difficoltà. È proprio in queste circostanze che si fa più pressante la domanda su che cosa possa davvero sostenere la vita.
Forse la questione decisiva non è soltanto che cosa possiamo fare della nostra vita, ma se esista qualcosa, o qualcuno, capace di compiere quel desiderio di pienezza che da soli non riusciamo a soddisfare.
Il cristianesimo annuncia che quel Qualcuno esiste e che ha preso l’iniziativa di venirci incontro. Oggi, come duemila anni fa, possiamo riconoscerlo nella concretezza di un incontro, di un’amicizia, di una presenza umana capace di farci scoprire che la vita è più grande di ciò che riusciamo a immaginare.

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