Don Antonio Polidoro: 25° anniversario di ordinazione presbiterale. Una solenne liturgia che ha coinvolto tutta la regione. Un clima di reciproca gratitudine

Ancora vivi i ricordi dell’Eucaristia di ringraziamento per i 25 anni di sacerdozio di don Antonio Polidoro, celebrata lo scorso 12 settembre nella chiesa madre della sua Grottole, alla presenza del Vescovo, del Vicario generale, di una rappresentanza del clero delle diverse diocesi lucane e di tutti i seminaristi del Seminario Interdiocesano di Basilicata “San Giovanni Paolo II”. Pubblichiamo il contributo inviato per l’occasione dal grottolese Giovanni Quaranta, ispirato da questa celebrazione intensa e suggestiva, insieme al ringraziamento pronunciato da don Antonio al termine della messa, che riportiamo in chiusura all'articolo.

Grazie Signore Gesù, perché ancora oggi scegli membri della tua Chiesa affinché diventino sacerdoti del tuo altare e ministri del tuo Vangelo.

Fa’ che la tua chiamata trovi ancora oggi cuori capaci di saperla accogliere e giovani disposti a dire il loro “sì” coraggioso ed incondizionato a te che sei presenza viva del Padre.

25 anni fa hai posato lo sguardo su don Antonio Polidoro, per chiedere le sue mani, perché attraverso di esse tu potessi farti carne viva nel pane spezzato e nel calice. Le mani di un sacerdote, le mani di don Antonio, quelle consacrate con il Crisma, che diventano mani di un padre, mani di un pastore, mani di un fratello.

Caro don Antonio, possiamo dire che noi, in questi 25 anni, come tua comunità di origine, ti abbiamo sentito così in mezzo a noi e sotto questa forma abbiamo continuato a conoscerti ed apprezzarti sempre di più.

Da padre, sei stato capace di aprire le tue mani per abbracciare la tua sposa, la Chiesa, nella presenza vivente dei suoi figli, il popolo di Dio. Lo hai fatto nelle comunità che in questo tempo ti sono state affidate dalla Chiesa Diocesana, in situazioni e con incarichi non sempre comodi, in posti che definiremmo di frontiera, che hai voluto portare avanti come un sacerdote dovrebbe sempre fare, caricandoti di piccole e grandi croci al pari di un buon padre di famiglia.

Oggi siamo gioiosi ed orgogliosi della tua presenza a guida del Seminario Interdiocesano di Basilicata “San Giovanni Paolo II”, comprendiamo bene quanto questa sia una sfida impegnativa, ma crediamo sia altrettanto impareggiabile ed indescrivibile vedere concretizzarsi, sotto gli occhi di padre, la bellezza della chiamata che si realizza in un giovane seminarista che raggiunge il traguardo del sacerdozio.

Le tue mani di pastore, non certo aride, ma grondanti del profumo di Cristo, simili a quelle con cui ogni sacerdote è chiamato a guidare il suo gregge, indicando sempre la buona strada, anche se questa è talvolta fatta di sentieri non sempre immediatamente comprensibili, ma che solo occhi pieni di speranza e di fiducia possono leggere.

Le tue mani di fratello. Quante volte qui a Grottole, durante tutto il tuo sacerdozio, sei stato vicino a tante situazioni belle, per condividerne la gioia, ma anche tristi e dolorose, perché anche lì era necessario piangere insieme. Oltrepassare una porta, entrare in una casa, stare in una famiglia o anche semplicemente incontrare qualcuno per strada, per far sentire il tuo generoso “Io ci sono”, è qualcosa che appartiene alla bellezza del tuo essere sacerdote ed è specchio della tua bontà di uomo.

È così che vogliamo con te, come comunità, esprimere a Dio la gratitudine per la Sua scelta, alla tua famiglia (specialmente alla tua cara mamma) per averti voluto alla vita, educato e sostenuto, e a te per tutto quanto hai fatto e continui a fare per noi, spesso nel silenzio e nell’umiltà che ti contraddistinguono.

Portaci sempre con te nelle tue preghiere.

Auguri don Antonio, la tua Grottole!

Don Antonio Polidoro con la famiglia del Seminario

Carissimi,

l’unica parola che mi sembra più appropriata in questo momento è GRAZIE: un inno di ringraziamento al Signore, a tutti voi e a quanti ho incontrato nel mio cammino. Questa sera “festeggiamo” l’amore e la fedeltà del Signore che, nonostante le mie fragilità, ha tenuto la sua mano benevola sul mio capo.

Ci sono dei momenti nella vita in cui è necessario rallentare e lasciare che riecheggi nel cuore la Parola e, attraverso di essa, alcune parole che hanno guidato e dato senso alla mia vita.

Vorrei iniziare dal passo del Deuteronomio (32, 10-11):

«Egli lo trovò in una terra deserta, in una landa di ululati solitari. Lo circondò, lo allevò, lo custodì come pupilla del suo occhio. Come un’aquila che veglia la sua nidiata, che vola sopra i suoi nati, egli spiegò le ali e lo prese, lo sollevò sulle sue ali».

Questa, molto similmente, era la situazione della mia vita quando è iniziata la mia storia vocazionale: sono entrato in seminario da bambino, all’età di 11 anni. «Lo trovò in una terra deserta»: deserta perché la morte di una giovane mamma trasforma una vita rigogliosa, bella e piena di sogni in devastazione, desolazione, lacrime, incubi.

Questo non vuol dire che non abbia avuto una famiglia che mi ha amato, educato, servito e riverito. Anzi, colgo l’occasione per ringraziare tutta la mia famiglia: mio padre, mia mamma, le mie sorelle, i nonni, nonna Camilla, gli zii e le zie, i cugini. Perdonatemi se non mi soffermo a dire una parola cara a ognuno di voi, che mi avete sempre aiutato.

Verso la famiglia e la Chiesa: profonda gratitudine

Ma c’è stata un’aquila che mi ha circondato, mi ha allevato, che mi ha custodito come pupilla del suo occhio: la CHIESA.

Sì, la Chiesa, che è Madre e Maestra, attraverso le tante persone che ho incontrato in questi anni: don Arcangelo — se sono prete è grazie al suo esempio —; i sacerdoti tutti; i seminari minore e maggiore che, con il loro percorso educativo, mi hanno fatto crescere tanto; gli animatori, i confratelli diocesani, i vescovi e oggi voi, caro Padre; e poi ancora i seminaristi, le comunità parrocchiali e in modo particolare la comunità di Scanzano Jonico, che, come si suol dire, «mi ha fatto fare le ossa». Scanzano è stato il luogo dove finora ho trascorso più tempo della mia vita. Vi porterò sempre nel mio cuore e nelle mie preghiere.

“Chi ci separerà dall’amore di Cristo?”

La seconda parola che mi ha guidato in questi 25 anni è tratta dalla lettera di San Paolo ai Romani (Rm 8, 35-37), che ho posto sull’immaginetta nel giorno della mia ordinazione sacerdotale:

«Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? […] Ma, in tutte queste cose, noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati».

In questi anni, pieni di gioia e di grazia ma anche di difficoltà, sono andato avanti in virtù di colui che mi ha amato. Il sacerdote non insegna proprie idee, ma insegna in nome di Cristo presente, propone la verità che è Cristo stesso. Il Signore non mi ha mai fatto mancare il suo amore, il suo sostegno e soprattutto la sua misericordia. Anche nei momenti più difficili, come un naufrago, mi sono aggrappato a Lui. Senza il suo amore, la sua tenerezza, la sua compassione sarei un uomo perso. Non riesco a immaginare la mia vita senza il Signore.

Il sacerdozio: il dono più grande che abbia mai ricevuto

Il sacerdozio è stato e resta il dono più grande che abbia mai ricevuto. Certamente ho attraversato momenti difficili e notti insonni, e anche in quei momenti più bui o in quelli in cui — come dice qualcuno — «da dentro di me esce l’orso», mi sono detto: ma chi me lo fa fare? Ma sono io che sono diverso? Adesso faccio la valigia… E poi, la domanda dentro di me: dove vai? Non perché non sarei capace di fare altro, anzi, ma dove potrei andare lontano da te, Signore? Perché Tu mi rendi davvero felice, la mia vita è bella perché ci sei Tu; perché, nonostante le mie cadute e le mani fragili, queste sono mani che benedicono, spezzano il pane, asciugano le lacrime, incoraggiano, condividono, sollevano e risollevano. È proprio bello essere prete.

Il modello del buon samaritano

Un’altra parola che vorrei fosse da guida è la parabola del buon Samaritano (Lc 10, 25-37):

«Ma un Samaritano, che era in viaggio, giunse presso di lui e, vedendolo, ne ebbe compassione; avvicinatosi, fasciò le sue piaghe versandovi sopra olio e vino, poi lo mise sulla propria cavalcatura, lo condusse a una locanda e si prese cura di lui».

Ho voluto riportare questa parabola sull’immaginetta di oggi perché desidero che sia programmatica per il futuro della mia vita. Forse è un po’ azzardato visto che, dopo 25 anni, faccio ancora un’enorme fatica ad attuarla. Signore, aiutami a essere e a restare umano; fa’ che il mio cuore si lasci ferire, commuovere dalle necessità e dalle sofferenze dei fratelli.

Dopo 25 anni è tempo di un primo bilancio e mi rendo conto che la grazia di Dio deve ancora lavorare tanto in me, e che il mio cammino di conversione e di conformazione a Cristo buon Samaritano procede a rilento.

Il sogno di essere un prete che si dona completamente

Il mio desiderio, il mio sogno — un giorno il vescovo ha chiesto a un gruppo di sacerdoti quale fosse il sogno di ognuno — è essere un prete che si dona completamente, senza se e senza ma, che si fa pane spezzato per i fratelli; che davvero possa ogni giorno fare una scelta preferenziale per gli ultimi: un prete per i poveri e con i poveri.

Un prete che, a partire dalla Parola, sia capace di essere voce profetica, sentinella. Un prete che sia umile, che sappia convertire i sentimenti dell’orgoglio e della vanagloria in benevolenza, in giustizia e obbedienza.

Un prete che sappia dire il suo «sì» anche quando il Signore prima ti coinvolge, ti avvolge e poi ti stravolge. Un prete che, pieno dell’amore di Cristo, raggiunga una maturità affettiva tale da essere esperto in umanità.

Ripetere quel sì di 25 anni fa oggi e ogni giorno

Sono qui oggi, con la grazia di Cristo, e come 25 anni fa voglio dire il mio sì al Signore. Un sì, speriamo, più maturo. Come la Vergine Maria, voglio dire: «sono una carta bianca nelle tue mani, Signore». Un sì da pronunciare ogni giorno, che significhi: tu non ti appartieni, tu sei chiamato a morire ogni giorno. Ma quando fai questo, risorgi continuamente. Sono fiducioso, perché non sono io, ma il Signore che agisce. Come diceva il curato d’Ars: «Se Sansone con una mascella d’asino è riuscito a battere un esercito di Filistei, chissà cosa può fare Dio con un asino intero».

Espressioni di sincera gratitudine

Grazie, Eccellenza, per la sua presenza, per il suo affetto e per la fiducia. Grazie per la sua testimonianza di amore per Cristo e la Chiesa (il Vescovo non solo non suda mai, ma ha anche le batterie sempre cariche!).

Grazie a tutti i confratelli: la vostra amicizia è preziosa per il mio sacerdozio.

Ringrazio il Sindaco che, quando ha saputo del mio anniversario, ha detto: «Vogliamo far parte di questo evento perché siamo una comunità che genera, accompagna e ama i sacerdoti». Ringrazio tutta l’amministrazione comunale e le associazioni per la stima e la collaborazione nella preparazione di questo momento di festa. Ringrazio le autorità civili e militari qui convenute.

Ringrazio tutti voi, carissimi paesani. Grazie per la gentilezza che avete nei miei confronti: non vi nascondo che mi sono sentito coccolato. Un grazie speciale ai fratelli migranti: mi sento in debito con voi, ho dato poco e ho ricevuto tanto. E grazie a tutti voi qui convenuti e a coloro che, pur impossibilitati a essere presenti, mi hanno assicurato la loro preghiera. Un grazie particolare a tutti gli ammalati.

Grazie di cuore alla famiglia del Seminario, ai vescovi, agli animatori, perché mi supportate e sopportate. Cari ragazzi, il vostro stupore e timore nel seguire Cristo mi commuovono ogni giorno: se da una parte mi fanno sentire indegno, dall’altra mi danno ancora più forza nel seguire Cristo. Cari seminaristi, nessuno vuole che siate dei superuomini. Si cade, ci si rialza, si chiede aiuto: questa è la vita reale. La via del sacerdozio, accompagnati dalla Chiesa, è la strada per diventare uomini migliori e felici.

Un ultimo pensiero a te che mi hai dato la vita: so che continui a vegliare su di me e che mi aspetti davanti all’Eterno. Mi accoglierai donandomi un sorriso. Anche tu mi hai atteso tanto!

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