Don Massimo Ferraiuolo. Era un ragazzo di 25 anni… Trent’anni di sacerdozio tra la gente di Pomarico, Montalbano Jonico e la sua Grottole

La gioia spontanea e l’umiltà, il bisogno di entrare in relazione con la “sua” gente e una naturalissima capacità di integrazione, lo spendersi quotidianamente per i giovani e la comunità che gli è stata affidata le cifre distintive di don Massimo, grottolese classe 1971, che oggi celebra i primi 30 anni di vita presbiterale. Un bene che si moltiplica.

Ho conosciuto don Massimo esattamente 30 anni fa, proprio come oggi. Mi trovavo per caso a Grottole con mons. Pietro Amenta nel giorno della sua ordinazione. Era un ragazzo di 25 anni e per tutta la celebrazione mi chiedevo chi fosse questo giovanissimo ragazzo che sceglieva la via del sacerdozio.
Poi, la sorpresa: sarebbe diventato il parroco del mio paese, Pomarico!
Eravamo poco più grandi di lui: tanti ragazzi hanno accolto questo parroco giovane – non solo anagraficamente ma anche nel cuore – come un dono. Avevamo tante speranze e il desiderio di rinnovare la nostra piccola parrocchia. E così è stato. È nata l’Azione Cattolica, di cui facevano parte tutti i giovani del paese. Sono nati i Grest, animati dalle Suore Dorotee di Cemmo, tra cui suor Luciana, arrivando a registrare oltre mille presenze tra bambini ed educatori. Don Massimo, con il suo spirito giovanile, è sempre stato capace di accogliere i doni che gli altri volevano offrire.
Sono nate amicizie meravigliose. Ero l’educatrice di bambini oggi quarantenni – Giuseppe, Davide, Ilenia… – sposati, con figli: relazioni importantissime, bellissime, che nulla potrà interrompere.
Come diceva il filosofo Bergson, «il tempo è come un gomitolo, raccoglie tutto». E infatti, nel mio cuore sono raccolti tutti questi ricordi, questi doni immensi. Ma il suo dono più grande è quello di accogliere, ascoltare. Se dovessi definire una parola per definire don Massimo, questa sarebbe “umiltà”. Gli riesce naturale, non ci pensa: è una persona umile e gioiosa. La gioia che dovrebbe essere il carattere tipico del vero cristiano, assieme a quella carità «che tutto accoglie, tutto comprende e tutto scusa». Quando don Massimo entra in una stanza, subito si percepisce la sua presenza.
A Pomarico lui è rimasto nel cuore di tanti, nessuno lo ha dimenticato e lui non ha dimenticato Pomarico: appena può ci torna volentieri e, quando passa davanti alla Chiesa Madre, tira un sospiro di sollievo e dice: “La mia amata chiesa”.

Così racconta Cinzia Spera di don Massimo, uno dei frutti del Seminario Minore di Matera dove giungeva nel 1982 per iniziare la prima media. Poi gli anni potentini – ginnasio, liceo, formazione filosofica e teologica – e l’ordinazione presbiterale, per le mani di S. E. mons. Antonio Ciliberti nella chiesa madre della sua Grottole. “Un fiume in piena” lo definiva per dire la sua vitalità lo stesso mons. Ciliberti che, solo tre mesi dopo, lo nominava parroco di S. Michele Arcangelo in Pomarico dove sarebbe rimasto per nove anni.

Giovane tra i giovani

“Abbiamo conosciuto don Massimo che aveva solo 25 anni”, raccontano altri due pomaricani, Giuseppe David e Ilenia Amati. “Un giovane sacerdote appena arrivato nel nostro paese, con quell’entusiasmo dei primi anni di ministero che chiunque incontrava coglieva e non dimenticava facilmente. Casa Rossana era il cuore pulsante di quel periodo: sempre piena, sempre in movimento, con giovani e adulti che entravano e uscivano come se quella porta non si chiudesse mai. Non era solo un luogo, era un modo di stare insieme che lui sapeva creare con assoluta naturalezza.

I Grest di quegli anni restano fra i ricordi più belli impressi nella memoria di chi li ha vissuti: settimane intere di giochi, risate, catechesi vissuta più che spiegata, dove i bambini imparavano senza accorgersene e i più grandi si ritrovavano educatori senza rendersene conto.

E, poi, i campi scuola, che erano giorni intensi di condivisione, di silenzio cercato e ritrovato, di amicizie che nascevano attorno a un fuoco o durante una veglia. E ancora le GMG, quei viaggi che sembravano avventure e che invece erano cammini di fede fatti insieme, tra pullman interminabili, notti di accampamenti e un entusiasmo che don Massimo sapeva trasmettere con la sua presenza semplice, mai distante. E che dire delle novene, quei momenti di preghiera che scandivano l’attesa delle feste più sentite e che lui sapeva rendere vive, mai ripetitive, capaci di raccogliere la comunità attorno a qualcosa di più grande!”.

“Io l’ho conosciuto – continua Giuseppe – in un modo del tutto curioso: fui tamponato dalla sua auto. Non sapevo chi fosse: non avevo mai partecipato a nulla in parrocchia. Fu per la sua voglia di accogliere i giovani che con ogni sano pretesto iniziò a cercarmi: dalle cene a casa sua per firmare l’assicurazione, a una partita interminabile a Risiko sino alle pizze e i panzerotti improvvisati. È grazie a quell’incidente, che ho incontrato lui, amico vero e ancora oggi parte della mia vita, che ho incontrato mia moglie, che ho incontrato Gesù”.

Don Massimo al matrimonio di Giuseppe e Ilenia

Ministro di unità

“Oggi – aggiunge Giuseppe – don Massimo è parroco a Montalbano Jonico, e tanti altri ragazzi hanno potuto beneficiare di quello stesso modo di essere e di fare che noi abbiamo conosciuto per primi. Ma quello che resta a noi, che lo abbiamo incontrato agli inizi del suo cammino, è la gioia di averlo avuto ed averlo tuttora nelle nostre vite. Di questo non possiamo che ringraziare il Signore”.

“Ho rincontrato don Massimo alla Casa-famiglia Arcobaleno, gestita a Montalbano da Anna Carone”, riprende Cinzia Spera. “Ho colto quanto ami quei bambini con un amore infinito, l’amore di un padre che spesso non hanno mai conosciuto”.

“Sì, sento don Massimo sempre vicino al ‘mio’ centro disabili”, conferma proprio Anna Carone. “La capacità di coinvolgere tutti, dal bambino all’adulto, è la sua cifra distintiva: ha nel DNA l’inclinazione a integrare in modo naturale e, quindi, estremamente efficace. A Montalbano don Massimo ha fatto nascere i Grest e rinascere l’Azione Cattolica e altri gruppi, tra cui l’Apostolato della Preghiera. È una persona poliedrica, che si è occupata sia del restauro straordinario della chiesa madre sia della ristrutturazione della comunità cristiana, un tempo divisa da fazioni contrapposte. La sua collaborazione con tanti sacerdoti – da quasi otto anni con il viceparroco don Valerio Latela – e con i numerosi seminaristi che hanno svolto qui il loro tirocinio pastorale, è quel segno tangibile di unità di cui Montalbano aveva bisogno”.

Ancora dopo trent’anni don Massimo è prete tra la “sua” gente

I montalbanesi riconoscono in don Massimo un vero motivatore. E nonostante il valore del suo ministero sia stato riconosciuto anche attraverso i numerosi incarichi conferitigli in questi anni – nel 2016 è stato nominato (e nel 2023 confermato) vicario foraneo della Zona Mare, dal 2023 al 2026 è stato membro del collegio dei consultori e del consiglio presbiterale, e dallo scorso mese di marzo è Canonico del Capitolo Cattedrale di Matera – in lui resta evidente il bisogno del contatto quotidiano con la “sua” gente. È quell’umiltà profonda che lo rende, da sempre, un prete tra la gente, autentico e alla mano.

“Trent’anni di sacerdozio, tanti incontri, tante comunità, tanti ragazzi diventati adulti: eppure quello che don Massimo ha saputo costruire non è mai svanito, si è solo moltiplicato. E allora, come lui ci ha insegnato un Grest, «senza amici i beni di questo mondo non sono nulla».
E in tanti, in questi trent’anni, da un bene così grande siamo stati arricchiti”.

Buon anniversario, don Massimo!

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