
Un’esperienza nata dall’idea di due giovani della Parrocchia “San Giovanni Bosco” di Marconia quella di vivere quest’estate un’esperienza missionaria in Africa. Appena espresso il desiderio a sr. Grazia Anna Morelli, missionaria marista (SMSM) che opera in parrocchia, la voce è subito corsa tra altri giovani e altri due ragazzi hanno aderito alla proposta.
Ecco il gruppetto formato da Gabriella Lauria, Francesco Natale, Cristina Vena e Nicola Zaffarese che da febbraio ha iniziato a prepararsi a questa esperienza seguendo delle lezioni di francese. A giugno, poi, i ragazzi si sono sottoposti alle necessarie vaccinazioni e il 7 luglio è stata celebrata un’eucaristia di mandato: una messa commovente, “durante la quale – racconta Gabriella – tutta la comunità di Marconia ci ha voluto accompagnare con la preghiera, a partire dal parroco mons. Filippo Lombardi che l’ha presieduta, ai giovani di Azione Cattolica e agli amici del Rinnovamento nello Spirito. Il 10 luglio eravamo pronti a partire: un lungo viaggio in cui abbiamo preso tre aerei: da Bari a Roma, da Roma ad Addis Abeba, da Addis Abeba a Bujumbura”.
L’11 luglio il gruppetto è giunto a destinazione: aeroporto di Bujumbura.
La valigia di Gabriella non era arrivata: una disavventura che proprio a lei piace raccontare, vissuta con la dolce consolazione delle parole che Gesù rivolge ai discepoli quando li inviava in missione: “Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l’operaio ha diritto al suo nutrimento” (Mt 10, 9-10), nella certezza che Gesù non affida difficoltà o prove insormontabili a coloro che non hanno la forza o la capacità di affrontarle”.
“Usciti dall’aeroporto – ricorda ancora Gabriella – ci hanno accolti con i tamburi e delle danze, suor Gisèle SMSM, responsabile del Centro “Giriteka” – alla lettera “riacquista la tua dignità”, dov’eravamo diretti – e alcuni ragazzi del Centro. Già durante il tragitto abbiamo colto la povertà che ci circondava: alcuni ragazzi si arrampicavano dietro i camion in movimento per avere un passaggio”.
La sorpresa che coglie i ragazzi all’arrivo a Ngozi, dove le suore mariste danno loro la casa in cui abitare è stata l’assenza della luce: erano necessarie le torce… anche questo fa parte della missione.

“Un’altra cosa che ricordo di quella sera – ancora Gabriella – è la voce di un bambino di nome Tony che correva e urlava la parola ‘abazungu’ che significa ‘bianchi’.
L’indomani abbiamo conosciuto i bambini e i ragazzi che vengono accolti nel Centro, gestito da cinque suore mariste. Questi ridevano, scherzavano… ‘Ma perché sono così contenti? Non sanno che non hanno nulla?’, chiesi a sr. Grazia Anna, che mi ha risposto: ‘Vuol dire che non è l’avere tante cose che ti rende felice: quello che noi abbiamo non è la vera felicità e i molti bambini che abbiamo incontrato non hanno quasi nulla ma hanno una gioia di vivere quasi soprannaturale’”.
“Al Centro Giriteka abbiamo svolto tanti servizi: preparare torte, biscotti, pane e pizza, tagliare la legna, cucire vestiti, stare con i ragazzi a scuola, aiutarli a portare qualche secchio di acqua, scegliere i chicchi di soia buoni e buttare quelli non buoni, incontrare i giovani, giocare con i ragazzi, danzare e cantare con loro… abbiamo fatto tante cose”.
“Poi – ancora il racconto di Gabriella – siamo stati per un paio di giorni in un villaggio dove opera un signore di Brescia, Luciano, che ormai vive lì per aiutare quelle persone: sante mani d’oro tuttofare le sue. Mai avrei immaginato il mondo che brulica nella foresta: una piccola scuola con dei ragazzi in divisa, signore che con le loro mani senza attrezzature costruiscono dei cocci perfetti, ragazzi che imparano l’alfabeto cantando, un bambino che non mangiava i biscottini che avevamo distribuito perché, ci ha spiegato Luciano, doveva portarli al fratellino più piccolo. Una civiltà che, ci ha raccontato Luciano, recupera tanti stracci per fare una coperta. Bambini che giocano con delle macchinine di cartone, le cui ruote sono fatte con tappi di bottiglia: e una mattina, Francesco e io abbiamo visto che si era rotto lo spago che tirava una di queste macchinucce, abbiamo aiutato il bambino che n’era il proprietario ad aggiustarla e lui è stato felicissimo”.




“Un giorno dovevamo andare a vedere il ponte ‘sospeso’, fatto dai cinesi e sospeso a cordoni di acciaio. Il mio ginocchio – ancora il racconto di Gabriella – non mi ha permesso di arrivare sin lì, così sono tornata vicino la macchina, dove ho vissuto un momento veramente bello. Ero circondata da circa 50 bambini che mi fissavano. Abbiamo iniziato a giocare a ‘mano rossa’ e toccando le mani di questi bambini, le sentivo ruvide, come fossero adulti che avevano lavorato da una vita: anche le mie mani si sono sporcate di terra rossa. Nel mio zaino avevo dei salatini, ma come ‘sfamare’ tutti con i soli miei due pacchetti? Allora ho iniziato con la prima bustina: ho fatto il primo giro, il secondo e anche il terzo, una cosa meravigliosa, sembrava il miracolo ‘dei pani e dei pesci’. Poi ho iniziato il secondo pacco: alla fine i salatini sono anche rimasti. Anche il bambino più piccolo, un anno in braccio alla sorellina, con la sua manina voleva i salatini e con il suo sorrisino mi ha ringraziato, tutti mi hanno ringraziato ed io quel ringraziamento l’ho fatto a Dio, perché i salatini di certo non li ho moltiplicati io.
Sono stati giorni belli, la missione per me ha dei volti, dei nomi: Tony, Darsi, Arsen… che porterò per sempre nel cuore”.




“Durante il soggiorno – raccontano i ragazzi – abbiamo fatto l’esperienza di stare senza elettricità, di passar meno tempo sui social e sul cellulare e di lavare tutto a mano”.
Un ultimo ricordo che Gabriella ci trasmette: “Sr. Jacinta, nel ringraziarci per aver condiviso con loro la missione, ci ha cantato una canzone: ‘Andate, ditelo sui monti, sulle colline e ovunque, andate, ditelo sulla montagna che Gesù è a Giriteka’. Sì, Gesù è anche lì!
A chi ci chiede se un giorno ritorneremo, io rispondo: come vuole Dio”.
La comunità di San Giovanni Bosco ha accompagnato non solo al momento della partenza Francesco, Cristina, Nicola, Gabriella e sr. Grazia Anna ma per tutti i 27 giorni della permanenza è stata presente con videochiamate, messaggi, reazioni a foto e con la preghiera.
Così, qualche sera fa, il gruppetto tornato dal Burundi ha riportato in parrocchia i racconti e ha proiettato le foto di questa esperienza tra i bambini di strada del Centro Giriteka che – le parole di tutti – “ci ha cambiato profondamente”.








Scrivi un commento