I bambini non pensano alla separazione etnica

Bambine e bambini vanno aiutati a crescere per il futuro del paese, non vanno educati a trovare un nemico nei loro coetanei. Un bambino che siede a un banco dovrebbe essere, prima di tutto, semplicemente un bambino.

Il DL Scuola n.170 del 2026, che introduce un limite del 30% riferito agli alunni con cittadinanza non italiana delle classi della scuola primaria e secondaria, non in possesso di una precedente frequenza della scuola d’infanzia o del sistema scolastico, riguarderà solo lo 0,13% delle classi, ovvero meno di 500 su 369mila. Va evidenziato che costruire l’organizzazione didattica intorno alla ricerca di un presunto equilibrio numerico tra studenti italiani, studenti cresciuti in Italia da genitori stranieri e studenti neoarrivati rischia di affermare il concetto che le differenze siano un problema da contenere attraverso la separazione.

Nel condividere l’importanza dell’apprendimento della lingua italiana, la scuola rappresenta il luogo fondamentale per l’incontro e per la costruzione della comunità, capace di riconoscere e valorizzare le diverse esperienze, favorendo il dialogo e rafforzando la coesione sociale. Per questo è necessario investire maggiori risorse, oltre alla collaborazione tra scuole, servizi e realtà del territorio, per riaffermare il ruolo formativo della scuola. L’Associazione Genitori Scuola Di Donato di Roma ha rivolto un appello, condiviso e sottoscritto da tante altre realtà, al Capo dello Stato e ai parlamentari sottolineando che la presenza di bambini stranieri non deve essere considerata come qualcosa da contenere perché quelli italiani (veri) possano continuare a sentirsi maggioranza e non sentirsi in pericolo. Siamo, purtroppo di fronte, ed è preoccupante, a unaversione contemporanea della logica delle leggi razziali del ventennio.

Se il problema è la lingua, si dovrebbe investire di più nell’insegnamento dell’italiano e non ricorrere a quote in base alla cittadinanza. E’ evidente che le scuole hanno bisogno di strumenti per insegnare l’italiano a chi arriva senza conoscerlo. La politica dovrebbe dare alla scuola più insegnanti, una conoscenza linguistica fluida, il tempo pieno e investimenti per affermare il diritto all’istruzione per tutti. Se alcune scuole hanno più difficoltà, la domanda dovrebbe essere: quali risorse servono per garantire a tutti un’istruzione di qualità?

I bambini possono parlare perfettamente l’italiano, essere nati in Italia, avere gli stessi bisogni educativi dei compagni di banco e avere una famiglia italiana da generazioni; per il DL 170, tutto questo diventa secondario rispetto alla categoria razziale assegnatagli. Nella scuola italiana il bambino straniero (inteso dal primo ministro del governo italiano) non esiste. Esistono bambini con dei bisogni. Bambini che devono essere messi in condizioni di raggiungere quegli obiettivi che possono fornire loro gli strumenti per accedere alla cultura e alla piena alfabetizzazione. I bambini nati e cresciuti in Italia, pur non avendo la cittadinanza parlano italiano. I bambini trasferitesi da poco in Italia, non parlano italiano, per cui creare la categoria di “bambino straniero” è, ribadiamo, una discriminazione razzista che non può essere accettata. Forse qualcuno ha dimenticato l’articolo 34 della Costituzione: “La scuola è aperta a tutti”.

Gli striscioni che non smettono di apparire sui cancelli delle scuole in questi giorni “Qui nessuno è straniero” sono un modo per ricordare che bambini e bambine non possonoo essere mai rappresentanti di maggioranze o minoranze. Bambini e bambine vanno aiutati a crescere per il futuro del paese, non vanno educati a trovare un nemico nei loro coetanei. Un bambino che siede a un banco dovrebbe essere, prima di tutto, semplicemente un bambino. non titolare solo di una nazionalità, non la quota da distribuire dentro un’aula. E allora dobbiamo chiederci quale insegnamento, quale tipo di istruzione questo governo vuole trasmettere? Al bambino italiano diciamo che trovarsi in minoranza è un pericolo da cui lo Stato deve proteggerlo. Al bambino straniero insegniamo che la sua presenza è un pericolo da contenere.

I bambini non pensano alla remigrazione. Giocano. Si abbracciano. Litigano. Sono curiosi. Fanno amicizia. Non c’è nulla di più razzista di un criterio che, nell’organizzare l’educazione di un bambino, smette di chiedersi di cosa quel bambino abbia bisogno e comincia invece a chiedersi a quale categoria etnica appartenga. Stiamo arrivando a normalizzare le classi scolastiche organizzate su base etnica. Il tetto al numero di bambini stranieri nelle classi italiane non trova copertura alcuna da tutto il mondo della scuola, dalla società civile e da parte dei vescovi. E’ pura propaganda per non parlare dei veri problemi che attagliano il nostro Paese. È netta la risposta indiretta del presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Matteo Zuppi, al disegno di legge annunciato a Roma dalla premier alla festa di Gioventù Nazionale, di Fratelli d’Italia: “Non possiamo accettare che il luogo di nascita, la condizione economica, fisica o il contesto sociale determinino le opportunità di apprendimento di un ragazzo. Una scuola autenticamente inclusiva è uno dei più potenti strumenti di giustizia e di pace”. E, per essere ancora più incisivo, data la fresca apertura dell’anno scolastico, Zuppi ha lanciato un augurio che sa di ferma presa di posizione: “Auguriamo alle nostre scuole di essere luoghi in cui nessuno si senta escluso” (21 settembre 2026 durante il suo discorso di apertura della sessione autunnale del Consiglio episcopale permanente a Roma citando la ‘Magnifica Humanitas’ in cui Leone XIV indica “sfide non più rinviabili” cfr. 143-146)

E non possiamo non menzionare le parole del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, all’inaugurazione dell’anno scolastico ad Amatrice: “La scuola è la più efficace leva di integrazione per chi viene da altri Paesi e per i giovani nati in Italia che sono figli di emigrati. La scuola prepara tutti, è “aperta a tutti”: così dispone l’art. 34 della Costituzione. Deve stabilire legami, conquistare la fiducia delle famiglie, aiutare a non formare ghetti, a non alzare barriere, a rendere più sicure le nostre comunità, a unire e a non lacerare, superando i muri della diffidenza e dell’incomunicabilità. La scuola è chiamata a produrre coesione sociale”. Conoscenza e studio sono importanti per la vita. Non un sapere astratto o soltanto astratto, teorico. Ma un sapere che si unisce all’amicizia, alla premura per chi ci sta accanto, alla responsabilità verso gli altri. Questa è la strada della libertà. La nostra libertà è autentica se la libertà esiste per tutti”.

Non lasciamo cadere la questione e parliamone in ogni luogo, nelle parrocchie e anche nelle omelie delle messe, facendo riferimento al Vangelo, dove Gesù dimostra un amore profondo e una cura speciale per i bambini, considerandoli simboli di purezza e modelli per entrare nel regno dei cieli:

  • Matteo (19,13-14): Gesù accoglie i piccoli e dice: «Lasciate che i bambini vengano a me, e non glielo impedite, perché di questi è il regno dei cieli». Quando i discepoli cercavano di allontanarli, Gesù si indignò.
  • Matteo (18,2-3): Egli mette un bambino in mezzo ai discepoli e spiega che, senza un cambiamento di cuore per diventare come i bambini, non si può entrare nel regno dei cieli.
  • Marco (9,36-37): Gesù prende un bambino in braccio e insegna che accogliere un bambino nel Suo nome significa accogliere Lui stesso.

E’ nostro dovere, continuare a sostenere le dichiarazioni del Cardinale Zuppi (tutte le Diocesi dovrebbero far sentire la propria voce nei territori che rappresentano) e del Presidente Sergio Mattarella.

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

For security, use of Google's reCAPTCHA service is required which is subject to the Google Privacy Policy and Terms of Use.