I ragazzi che soffrono non vanno trattati come adulti

Nella Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio è importante ricordare che un adolescente non è un adulto piccolo, e i servizi territoriali devono saper dare risposte adeguate.

Di Stefano Vicari dal sito di Avvenire del 10 settembre 2026

Il 10 settembre si celebra la Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio, promossa dall’Organizzazione mondiale della sanità. Il tema scelto, “Cambiare la narrazione”, ci chiede di rompere il silenzio e superare i pregiudizi che ancora circondano questo gesto estremo. Ma c’è un’altra idea da cambiare ed è quella che lo considera un dramma che riguarda soltanto gli adulti, non bambini e adolescenti. Non è così. Il suicidio è tra le principali cause di morte dei giovani tra i dieci e i venticinque anni. E dietro ogni morte c’è un numero molto maggiore di ragazze e ragazzi che pensano di togliersi la vita, tentano di farlo o arrivano in Pronto soccorso dopo essersi feriti con l’intenzione di morire. La bambina più piccola ricoverata per un comportamento suicidario nel reparto di Neuropsichiatria infantile da me diretto all’Ospedale Bambino Gesù aveva nove anni. Un’età nella quale vorremmo immaginare soltanto scuola, giochi e desideri sul futuro.

Non dobbiamo trasformare un caso estremo in una regola né alimentare allarmismi, ma riconoscere ciò che i servizi incontrano ogni giorno. Al Bambino Gesù, ben oltre la metà degli accessi in Pronto soccorso per un problema psichiatrico riguarda comportamenti autolesivi con finalità suicidarie. In dieci anni le consulenze neuropsichiatriche urgenti sono aumentate di undici volte; quelle per tentato suicidio di trentatré. La pandemia ha aggravato il fenomeno, ma la crescita era iniziata molto prima. Non esiste una causa unica. Tra i fattori che possono accrescere la vulnerabilità c’è anche la difficoltà di trovare relazioni capaci di offrire ascolto e sostegno. Essere in contatto con molte persone non significa avere qualcuno a cui affidare la propria sofferenza. Un uso problematico di Internet e dei social può accentuare il confronto, l’esclusione e l’esposizione a contenuti autolesivi. Anche l’intelligenza artificiale generativa può diventare rischiosa quando un ragazzo affida il proprio dolore a un programma che simula l’ascolto, ma non può sostituire un adulto capace di riconoscere il rischio e intervenire.

Ideazione suicidaria, tentativo di suicidio e autolesionismo non suicidario non sono la stessa cosa, ma possono sovrapporsi. Non ogni ragazzo che si procura ferite vuole morire, tuttavia l’autolesionismo è un importante indicatore di rischio. Nessuna richiesta di aiuto dovrebbe essere liquidata come provocazione o ricerca di attenzione. Anche quando un gesto comunica un dolore, quel dolore resta reale. Cambiare la narrazione significa imparare a parlarne. Chiedere a un ragazzo se pensa alla morte non gli mette in testa l’idea del suicidio, ma può offrirgli le parole per raccontarsi. Significa ascoltare senza giudicare, prendere sul serio il ritiro, la disperazione, le frasi sul non voler più esserci e intervenire prima che l’urgenza diventi l’ultimo tratto visibile di una sofferenza che dura spesso da mesi. Ma non possiamo chiedere soltanto alle famiglie di capire e agire. Quando un genitore cerca aiuto, troppo spesso incontra servizi territoriali di Neuropsichiatria infantile che per carenza di risorse non riescono a offrire una risposta tempestiva e adeguata alla gravità del problema. Così ragazzi e ragazze finiscono per essere ricoverati in reparti di psichiatria per adulti. Manderemmo nostra figlia di tredici anni, nel momento più fragile della sua vita, in un reparto costruito per adulti? Non metto in discussione chi vi lavora, spesso chiamato a colmare con professionalità le lacune del sistema. Ma un adolescente non è un adulto più piccolo. Ha bisogno di spazi protetti, competenze specifiche per l’età e continuità con la famiglia e con la scuola.

Stiamo davvero garantendo a questi ragazzi il diritto alla salute? Un diritto esiste solo se può essere esercitato. Quando mancano risposte tempestive e luoghi di cura adeguati, la salute mentale dei minori resta tutelata sulla carta, ma non nella realtà. E le differenze tra territori e famiglie diventano disuguaglianze di cura. Parliamo molto dei ragazzi quando commettono reati o partecipano a una rissa. Li descriviamo come violenti, irresponsabili, privi di regole. Ne parliamo molto meno quando si chiudono in camera, smettono di progettare, si feriscono o pensano che la loro vita non meriti di continuare. È più facile invocare punizioni che promuovere benessere, prevenzione e accesso alle cure. La prevenzione comincia nelle relazioni quotidiane. Servono famiglie sostenute, scuole capaci di riconoscere il disagio e adulti realmente presenti. A loro spetta anche il compito di mostrare nei fatti che il futuro può offrire possibilità, legami e occasioni per ricominciare. E serve una risposta politica: rafforzare i servizi territoriali, assumere professionisti, creare posti letto dedicati e garantire continuità dopo la dimissione. Altrimenti continueremo ad accorgerci dei ragazzi soltanto quando la sofferenza sarà diventata un’emergenza. Il 10 settembre non sia soltanto una ricorrenza. Sia un richiamo e un impegno per noi adulti, troppo spesso distratti. I ragazzi non devono essere ricordati solo quando fanno paura. Hanno bisogno che ci occupiamo di loro quando sono loro ad avere paura, perché nessuno arrivi a nove anni pensando che morire sia l’unico modo per smettere di soffrire.

Stefano Vicari è professore ordinario di Neuropsichiatria infantile all’Università Cattolica del Sacro Cuore e Direttore della Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma

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