Il problema dei ticket sui farmaci in Basilicata

Dal 1° ottobre i cittadini lucani pagheranno una quota di 2,50 euro per ricetta. Le ragioni di chi considera il provvedimento necessario e di chi, invece, lo giudica iniquo.

Dal 1° ottobre 2026 in Basilicata entrerà in vigore una compartecipazione alla spesa farmaceutica di 2,50 euro per ogni ricetta del Servizio sanitario regionale. La quota sarà applicata alla prescrizione nel suo complesso, indipendentemente dal numero di confezioni indicate, e non sarà dovuta dai cittadini appartenenti alle categorie esenti.

La decisione ha suscitato un confronto acceso. Da una parte c’è chi la considera una misura necessaria per contenere la spesa e salvaguardare l’equilibrio del sistema sanitario; dall’altra chi ritiene ingiusto chiedere un contributo economico proprio a chi ha bisogno di curarsi.

Per comprendere le ragioni del provvedimento occorre distinguere due livelli: le regole stabilite dallo Stato e la scelta concreta compiuta dalla Regione.

I limiti stabiliti a livello nazionale

Ogni anno lo Stato assegna alle Regioni le risorse destinate alla sanità e fissa dei tetti per la spesa farmaceutica. La spesa viene suddivisa principalmente in due grandi ambiti.

Il primo è quello della farmaceutica convenzionata, cioè dei medicinali ritirati nelle farmacie territoriali con la ricetta del Servizio sanitario. Il secondo riguarda gli acquisti diretti effettuati dalle aziende sanitarie e dagli ospedali, che comprendono anche farmaci innovativi, oncologici, biologici e destinati alla cura di patologie complesse.

Le Regioni che superano i limiti devono adottare misure di contenimento e dimostrare di essere in grado di mantenere in equilibrio i propri conti sanitari. Il rispetto di questi obblighi è collegato anche all’accesso a una parte dei finanziamenti statali.

Le norme nazionali, dunque, condizionano fortemente le decisioni regionali: stabiliscono quante risorse sono disponibili, fissano i tetti e richiedono interventi correttivi quando la spesa li supera. Non prescrivono, però, necessariamente l’introduzione di un ticket. La scelta dello strumento, del suo importo e delle categorie da esentare appartiene alla Regione.

La Basilicata era pertanto chiamata a intervenire, ma disponeva di un margine politico e amministrativo per decidere come farlo.

Una sanità nazionale, ma ticket diversi

La compartecipazione alla spesa farmaceutica riguarda l’intero Paese, ma non assume ovunque la stessa forma. In tutta Italia può restare a carico del cittadino l’eventuale differenza tra il prezzo del farmaco prescritto o scelto e quello dell’equivalente rimborsato dal Servizio sanitario. A questa somma, molte Regioni aggiungono un proprio ticket, calcolato per ricetta o per confezione, mentre altre hanno abolito le quote regionali; la Basilicata ha scelto la prima strada.

Importi, criteri di applicazione ed esenzioni cambiano quindi sensibilmente da un territorio all’altro. La mappa pubblicata sul sito di Federfarma rappresenta con una diversa intensità di colore l’incidenza dei ticket sulla spesa farmaceutica e lascia in bianco le Regioni che non applicano proprie forme di compartecipazione. Selezionando ciascuna Regione è possibile consultare anche le quote previste e le relative categorie di esenzione. La pagina generale risulta aggiornata al 3 giugno 2024 e deve perciò essere letta tenendo conto dei provvedimenti adottati successivamente, compresa la nuova decisione della Basilicata.

Ne deriva una conseguenza concreta: di fronte alla stessa prescrizione, due cittadini italiani possono pagare somme differenti soltanto perché risiedono in Regioni diverse. Anche le condizioni per ottenere l’esenzione possono variare, poiché alle categorie tutelate dalla normativa nazionale possono aggiungersi agevolazioni stabilite localmente. Per esempio, il quadro riportato da Federfarma segnala in Toscana l’abolizione del ticket regionale dal settembre 2020, mentre in Campania sono previste quote per ricetta e per confezione, accompagnate da un sistema articolato di esenzioni e riduzioni.

È uno degli aspetti più controversi del regionalismo sanitario: il Servizio sanitario è nazionale e il diritto alla salute è riconosciuto a tutti, ma l’onere economico effettivamente sostenuto per accedere ai farmaci può dipendere dal luogo di residenza. I cittadini, dunque, non sono tutti uguali davanti al costo della stessa cura. Le norme statali fissano il quadro generale, ma le decisioni regionali producono differenze che incidono direttamente sulla vita delle persone.

Quanto spende la Basilicata per i farmaci

Gli ultimi dati disponibili mostrano che la spesa farmaceutica regionale supera i limiti assegnati.

Per la farmaceutica convenzionata, l’incidenza risulta pari a circa il 7,45 per cento del Fondo sanitario regionale, a fronte di un tetto nazionale del 6,80 per cento. Lo scostamento è di circa otto milioni di euro.

La situazione più rilevante riguarda però gli acquisti diretti delle strutture sanitarie. Al netto dei gas medicinali, questa voce si attesta intorno all’11,88 per cento, rispetto a un limite dell’8,30 per cento, con uno sforamento superiore ai 44 milioni di euro.

Più dell’80 per cento dello scostamento complessivo deriva quindi dagli acquisti diretti e non dai medicinali ritirati dai cittadini nelle farmacie.

Questo dato non significa automaticamente che negli ospedali si sprechino risorse. La crescita della spesa può essere legata all’introduzione di farmaci innovativi, all’aumento dei pazienti trattati, all’invecchiamento della popolazione e al costo elevato delle terapie per le malattie più gravi. Indica, tuttavia, la necessità di verificare con attenzione l’appropriatezza delle prescrizioni, i prezzi di acquisto e l’organizzazione dei servizi.

Perché la Regione ha scelto la compartecipazione

La Regione considera il ticket uno degli strumenti utili a recuperare risorse e a ridurre il disavanzo. La quota di 2,50 euro dovrebbe assicurare nuove entrate senza gravare sulle categorie considerate più fragili.

Secondo le valutazioni regionali, circa il 40 per cento delle ricette sarebbe già coperto dalle esenzioni. Non dovrebbero pagare, tra gli altri, i cittadini esenti per reddito, età, invalidità o patologia cronica, secondo i requisiti stabiliti dalla normativa.

La quota è inoltre applicata alla ricetta e non a ogni singola confezione. Se nella stessa prescrizione sono indicati più medicinali, il contributo resta quindi di 2,50 euro.

Il provvedimento viene presentato anche come temporaneo e sottoposto a verifiche periodiche. L’efficacia della misura e l’andamento della spesa dovrebbero essere esaminati ogni sei mesi, con la possibilità di modificarla o revocarla qualora vengano raggiunti gli obiettivi previsti.

Le ragioni dei favorevoli

I sostenitori della compartecipazione partono dalla necessità di garantire la sostenibilità del Servizio sanitario regionale. Se la spesa cresce oltre le risorse disponibili, la Regione deve reperire nuove entrate oppure ridurre altri costi.

Una quota contenuta, applicata soltanto ai cittadini non esenti, viene considerata preferibile rispetto a misure più pesanti, come l’aumento delle imposte regionali, la riduzione dei servizi o l’avvio di procedure di rientro più rigide.

Tra le argomentazioni favorevoli vi è anche quella secondo cui una compartecipazione minima potrebbe avere una funzione educativa, richiamando cittadini e prescrittori a un uso più consapevole e parsimonioso dei farmaci. L’obiettivo non sarebbe ridurre le terapie necessarie, ma limitare prescrizioni, richieste e consumi non giustificati da una reale esigenza clinica, contrastando l’idea che ogni disturbo debba trovare automaticamente risposta in un medicinale.

In questa prospettiva, il ticket rappresenterebbe non soltanto una fonte di entrate, ma anche un segnale del valore economico e sociale delle prestazioni garantite dal Servizio sanitario. Le risorse pubbliche non sono illimitate e il loro impiego responsabile permetterebbe di continuare a sostenere le cure più costose e indispensabili, soprattutto per le persone affette da patologie gravi o croniche.

I favorevoli sottolineano inoltre l’ampiezza delle esenzioni e il fatto che il contributo venga richiesto per ricetta. Il peso economico del provvedimento sarebbe così concentrato sui cittadini che dispongono di una maggiore capacità contributiva.

Le ragioni dei contrari

I contrari contestano innanzitutto il principio secondo cui una difficoltà dei conti sanitari debba essere affrontata chiedendo un ulteriore contributo ai malati. Il cittadino, infatti, non decide autonomamente quali farmaci assumere: li acquista sulla base di una prescrizione medica.

Anche una somma apparentemente modesta può diventare significativa per chi segue più terapie o deve ritirare medicinali con frequenza. Non tutti i cittadini con un reddito limitato rientrano inoltre nelle soglie previste per le esenzioni. Il rischio è che alcune persone rinuncino o rinviino l’acquisto dei farmaci, con possibili conseguenze sulla salute e con costi futuri più elevati per il sistema sanitario.

Un’altra obiezione riguarda la composizione dello sforamento. La parte più consistente della maggiore spesa si concentra negli acquisti diretti di ospedali e aziende sanitarie, mentre il ticket viene riscosso sulle ricette utilizzate nelle farmacie. Per i critici, sarebbe quindi necessario intervenire prioritariamente sull’organizzazione degli acquisti, sull’appropriatezza prescrittiva e sui meccanismi di controllo.

La compartecipazione rischia, inoltre, di sommarsi alla differenza di prezzo che il cittadino già paga quando sceglie un medicinale di marca al posto dell’equivalente meno costoso.

I finanziamenti statali non sono scomparsi

Nel 2020 la Basilicata aveva abolito la quota fissa sui farmaci. La legge statale aveva contemporaneamente istituito un fondo nazionale destinato a sostenere le Regioni che eliminavano o riducevano i ticket.

Quelle risorse continuano a essere previste. Alla Basilicata spettano circa 5,94 milioni di euro all’anno.

La reintroduzione della compartecipazione non nasce quindi dalla cessazione di quel finanziamento, ma dall’aumento della spesa farmaceutica e dalla necessità di rispettare gli equilibri economici imposti alle Regioni.

Resta aperta una questione di trasparenza: occorre chiarire in che modo saranno impiegate le risorse statali già assegnate, quale gettito produrrà il nuovo ticket e quali interventi verranno realizzati sulle voci che determinano la parte maggiore dello sforamento.

Una decisione condizionata, ma anche politica

La Regione non può ignorare i limiti nazionali né lasciare crescere indefinitamente il disavanzo. Allo stesso tempo, l’introduzione del ticket non rappresenta l’unica risposta possibile.

Si sarebbero potuti valutare, da soli o insieme, altri interventi: un maggiore controllo sull’appropriatezza delle prescrizioni, gare di acquisto più efficienti, un più ampio impiego dei farmaci biosimilari quando clinicamente indicato, la revisione dei percorsi terapeutici e il recupero degli sprechi.

Per i farmaci equivalenti dispensati nelle farmacie, invece, il Servizio sanitario rimborsa già il prezzo di riferimento più basso: la scelta del prodotto meno costoso evita soprattutto al cittadino di pagare la differenza richiesta per quello di marca.

Il confronto, pertanto, non riguarda soltanto la necessità di mettere in ordine i conti, sulla quale difficilmente possono esserci divergenze, ma il modo in cui distribuire il peso delle misure necessarie.

Le norme nazionali delimitano lo spazio entro il quale le regioni devono muoversi. Spetta però alla politica regionale scegliere chi deve contribuire, in quale misura e attraverso quali strumenti. Per questo il ticket non può essere presentato né come una decisione completamente imposta dallo Stato né come una misura priva di ragioni economiche.

La sua valutazione dipenderà dalla capacità della Regione di proteggere davvero le persone più fragili, intervenire anche sulle cause strutturali dello sforamento e rendere pubblici i risultati delle verifiche promesse. L’equilibrio dei bilanci è necessario, ma rimane uno strumento: il fine del Servizio sanitario è garantire a tutti il diritto alla cura.

Alla fine di una estate caldissima la decisione della regione Basilicata di reintrodurre i ticket sui farmaci

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