
Un incontro interdiocesano per gli operatori di carità che agiscono nei contesti più diversi delle due diocesi non poteva che aprirsi con la preghiera per la beatificazione di mons. Giovanni Nervo, primo presidente di Caritas Italiana – scomparso proprio il 21 marzo, nel 2013 – oltre che con la consueta invocazione allo Spirito Santo.
No alla filantropia: la carità nasce dal sapersi amati da Cristo
“Se il nostro operare non è vera carità ma semplice filantropia, presto le nostre energie si esauriranno e le motivazioni verranno meno”: con questa puntualizzazione l’arcivescovo ha dato avvio alla mattinata.
La riflessione è partita dalla parabola del Buon Samaritano (Lc 10,25-37). I briganti incontrati dall’uomo ferito rappresentano le profonde sofferenze dell’uomo di oggi: “situazioni di vita difficili, perdita della speranza, sofferenze fisiche, fallimenti, croci visibili e invisibili, le più pesanti, quelle di cui spesso non abbiamo il coraggio di parlare”.
Il testo evangelico invita a riconoscersi in più di uno dei personaggi della parabola e a non ridurre la carità a un semplice “cerotto”, limitandosi a fasciare le ferite. La carità autentica implica coinvolgimento personale, capacità di “compromettersi”, disponibilità a interrompere ciò che si sta facendo. E, come il Samaritano, a un certo punto occorre chiedere aiuto: non si agisce da soli.
Come il Samaritano: no alla carità in solitaria
Il Samaritano è Cristo, che affida l’uomo ferito alla locanda, immagine della Chiesa: una Chiesa che cura e che deve anche educare all’aiuto reciproco. È questo il compito degli operatori della carità: animare la comunità ecclesiale, suscitare la “fantasia della carità”.
Gesù – ha ricordato il vescovo – è un “iperattivo del cuore”: la sua passione è l’amore immenso di Dio che, nell’incarnazione, si china su ogni uomo. Il beneficiario della parabola siamo noi: Cristo non è “passato oltre”, ma ci viene a cercare. «Si mise in cammino», leggiamo spesso nel Vangelo; e nella Crocifissione dell’Altare di Isenheim, proiettata durante la meditazione, Cristo appare con i piedi deformi per il tanto camminare.

Ancora, l’arcivescovo ha auspicato che, talvolta, durante la messa domenicale, dopo la comunione, sazi di grazia, si possano dedicare alcuni minuti alla testimonianza di un’esperienza di carità vissuta.
Riconoscere le nostre ferite più intime è il modo giusto per accostarci a chi ci chiede aiuto. E riconoscere il volto di Cristo nel bisognoso, ascoltandolo con pazienza, può suscitare in lui – anche lentamente – il desiderio di Cristo. Infine, ha osservato mons. Ambarus, la frustrazione e il dolore che talvolta proviamo davanti a chi soffre diventano “motore della fantasia della carità”.
Dopo la meditazione, è stato proiettato il filmato Memoria e profezia, che ripercorre le origini e la storia della Caritas Italiana, da mons. Giovanni Nervo a Giuseppe Pasini, fino a Elvio Damoli.

Il confronto nei gruppi
A seguire, il lavoro nei gruppi ha offerto l’occasione per interrogarsi: quali situazioni di vita incontriamo sulle nostre strade? Quali difficoltà proviamo nell’accoglierle? In che modo possiamo “accompagnare” i nostri poveri invece di lasciarli andare soli?
Una breve restituzione del confronto nei gruppi ha preceduto le conclusioni dell’arcivescovo: la carità è annuncio del Vangelo e, come ricordava Papa Francesco nella Evangelii Gaudium, «i poveri sono i primi destinatari del Vangelo». La carità è camminare insieme, creare relazioni, entrare in amicizia.
Nel ringraziare tutti i presenti, l’arcivescovo ha richiamato le parole di Gesù: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8).

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