Di Matteo Severgnini* da Repubblica on line del 21/10/2026
Davanti alle immagini delle violenze e dei disordini scoppiati nel fine settimana a Milano, a Torino e a Bologna, per certi versi simili a quelle già viste in Francia, è doverosa una reazione di condanna: la violenza va fermata ed è giusto che chi l’ha esercitata ne risponda. Eppure, nelle ore successive, più emergevano i contorni di quanto accaduto, più si rimaneva senza parole: molti di coloro che hanno preso d’assalto i negozi, devastato tutto ciò che incontravano e seminato il panico tra i passanti sono ragazzini giovanissimi, tra i 12 e i 15 anni. Inoltre, come racconta don Claudio Burgio che ha incontrato i fermati al carcere Beccaria, «non hanno nulla a che fare con le manifestazioni studentesche e dei centri sociali. Questi fermati per le devastazioni non sanno niente di politica». È legittimo interrogarsi sulle possibili strumentalizzazioni e sulle radici ideologiche di questi gesti, ma occorre riconoscere che siamo di fronte a un fenomeno nuovo: l’esplosione di una rabbia muta, di una violenza a metà tra il gioco e lo sfogo senza freni, sintomi di un disagio profondo che deve interrogare tutti noi adulti.
Già anni fa Pasolini parlava di «giovani insieme presuntuosi e frustrati a causa della stupidità e insieme dell’irraggiungibilità dei modelli proposti loro dalla scuola e dalla televisione» (oggi moltiplicata nelle mille forme della rete), che «tendono inarrestabilmente ad essere o aggressivi fino alla delinquenza o passivi fino alla infelicità». Oggi questi giovani li vediamo con i nostri occhi.
Nei ragazzi protagonisti dei disordini vedo lo smarrimento di chi non trova accanto a sé nessuno con cui dialogare, nessuno a cui domandare, nessuno con cui prendersela. Bambini sperduti che vengono da un’isola che non c’è, senza nessuno con cui immaginare il futuro e che finiscono per parlare solo il linguaggio della violenza. Non mancano i genitori all’anagrafe, ma forse mancano adulti capaci di generare, di accompagnare, di indicare una strada percorrendola per primi. Ma se non c’è qualcuno a cui porre le proprie questioni radicali, i dubbi rimangono senza orizzonte e scoppia la rabbia, perché non c’è nessuno che ascolti o perché quanto il mondo sa offrire è troppo meschino (o irraggiungibile) rispetto all’attesa del cuore.
L’altro giorno una madre, accompagnando in auto il figlio malato a una seduta di radioterapia, ascoltava alla radio le notizie delle devastazioni. Il ragazzo, turbato dai messaggi violenti comparsi nella chat di classe che rispondevano all’odio con l’odio, a un tratto ha detto alla madre: «Sarebbe bello se il prof d’italiano leggesse ai miei compagni le pagine dei Promessi Sposi sulla rivolta del pane».
Impressiona che un giovane, in un momento in cui avrebbe avuto ogni motivo per ripiegarsi su di sé, avesse a cuore i propri compagni, desiderando per loro un’alternativa alla furia cieca. Impressiona anche che, cercando questa alternativa, abbia pensato proprio alla scuola, a quel passo del romanzo in cui Manzoni descrive con amara lucidità il paradosso della folla che tenta di rispondere alla carestia assaltando i forni, distruggendo proprio ciò di cui ha disperatamente bisogno. Allora mi chiedo: che esperienza di scuola fa questo giovane? E che esperienza di famiglia deve vivere, per dialogare così con sua madre?
Credo che la violenza di questi giorni non descriva fino in fondo chi sono questi ragazzi. Il loro cuore è fatto, come quello di chiunque, di un desiderio radicale di bene, di verità, di giustizia. Quella violenza manifesta piuttosto un’assenza: l’assenza di uno scopo per cui valga la pena impegnarsi, insieme. Quando manca un orizzonte di senso, quando manca una speranza, diventa impossibile costruire: si distrugge e basta. E la narrazione catastrofista con cui spesso si parla del futuro del mondo, che affligge soprattutto le nuove generazioni, non fa che alimentare questa spirale.
Perché un ragazzo non si limiti a rompere ciò che ha davanti, deve incontrare qualcuno che gli mostri che vale la pena costruire. Così è capitato a me quando ero adolescente. In questo senso, la vera emergenza educativa non è solo la confusione dei ragazzi, ma soprattutto lo smarrimento di noi adulti, troppo spesso presi da “cose più importanti”. Non servono adulti perfetti ma, per dirla con Winnicott, «sufficientemente buoni», cioè in grado di comunicare una fiducia verso la vita: padri, madri, insegnanti, educatori «sufficientemente buoni» non perché hanno tutte le risposte, ma perché sono in cammino, vivono con un’ipotesi di senso, non hanno smesso di domandare, e proprio per questo sanno accogliere il dubbio, la domanda e anche la rabbia, senza rinunciare a provare a distinguere cosa è bene da cosa è male. È una responsabilità da cui non possiamo più sottrarci.
C’è un’immagine biblica che Leone XIV ha posto al centro dell’enciclica Magnifica humanitas: quella di Neemia, che non si limita a piangere sulle macerie di Gerusalemme, ma convoca le famiglie e affida a ciascuna di esse un tratto di muro da ricostruire. Nessuno può risolvere da solo una crisi come questa, ma ciascuno ha il “suo” pezzo di muro da curare: il genitore a casa, l’insegnante in classe, l’imprenditore nella sua azienda, l’educatore in oratorio o nell’associazione. Per questo è importante raccogliere l’invito del Papa a dar vita ad «alleanze educative» in cui anche i ragazzi hanno il loro pezzo di muro da costruire. Insieme.
* Responsabile di Gioventù Studentesca (Comunione e Liberazione)


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