Zuppi e il referendum: basta polarizzazioni. È il tempo del dialogo responsabile

Il cardinale presidente apre il Consiglio permanente della Cei mentre è in corso lo scrutinio del referendum. «No al disimpegno dei credenti nella società. E no alla politica che pretende di arruolare la Chiesa». La comunità ecclesiale, presenza viva e vitale per l'Italia.
Il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, durante il Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana / SICILIANI

Mentre è ancora in corso lo scrutinio delle schede per il referendum sulla giustizia, la Chiesa italiana mette in guardia dalle «pericolose polarizzazioni» che hanno accompagnato la campagna elettorale e che segnano la vita politica del Paese. E invita a scegliere «la via di un dialogo responsabile e costruttivo tra le forze sociali e culturali e le diverse parti politiche, nella ricerca dell’indispensabile consenso possibile attorno a soluzioni di bene». Il richiamo arriva dal presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, nell’intervento di apertura del Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana. Apertura che avviene questo pomeriggio, in concomitanza con la diffusione dei primi risultati usciti dalle urne, e che diventa, quindi, occasione per ricordare come «in ogni epoca la Chiesa sia chiamata a ridire la dimensione sociale della fede cristiana», spiega Zuppi nella sua Introduzione che dà il via alle tre giornate di lavori nella sede di Circonvallazione Aurelia a Roma. No al «disimpegno» e a un «modo di essere Chiesa» che «ci può vedere chiusi in sacrestia», avverte il cardinale presidente. Anche se «non spetta direttamente alla Chiesa fare politica», aggiunge. E no al «rischio di una politica o di organizzazioni sociali che pretendano di arruolare la Chiesa, di piegarne la libertà, di cercarne l’avallo, di utilizzarne la voce per i propri schieramenti. Quando questo accade, si fa male alla politica e si fa male alla Chiesa», afferma Zuppi.

La Chiesa e l’importanza della partecipazione politica

Il presidente della Cei, insieme a tutto l’episcopato italiano, aveva esortato alla partecipazione nella tornata referendaria. E il dato dell’affluenza, che sfiora il 60%, conferma che la comunità ecclesiale ha avuto uno sguardo lungimirante. Il cardinale presidente ricorda che proprio la partecipazione «sta al cuore della nostra Costituzione e, pur tra le differenze, permette a tutti e a ciascuno di esprimersi al meglio. Il dibattito che ha preceduto il referendum e i dati di affluenza confermano l’importanza di ragionare sull’esercizio concreto della giurisdizione nel nostro Paese, snodo importante per la custodia del bene comune e il perseguimento della giustizia, che soffre per molte difficoltà». Il cardinale arcivescovo di Bologna rimarca l’importanza dell’«equilibrio tra poteri dello Stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che tutti devono preservare» e ammonisce che il clima teso non ha aiutato «a comprendere la materia di fondo e quella opinabile».

Così la Chiesa contribuisce al bene dell’Italia

È una Chiesa italiana che «cammina insieme a tutta l’umanità» e che ha a cuore il bene del Paese quella che descrive il presidente della Cei citando anche Leone XIV. Una «presenza viva nella vita» nazionale, la definisce Zuppi, che tuttavia «non nasce dalla ricerca di spazio, ma da una responsabilità evangelica. Non è un’occupazione del sociale, ma una forma dell’annuncio. Non è l’aggiunta pratica a una fede privata, ma il modo con cui la carità rende visibile il Vangelo». Ecco perché, ammonisce, «chi pensa di capire la Chiesa con misere letture politiche o le attribuisce intenzioni di parte non la conosce così come ignora la sua libertà di indicare e vivere l’unica parte che cerca: la difesa della persona». Al tempo stesso Zuppi respinge chi vorrebbe una comunità ecclesiale fuori dell’arena pubblica. «No, non ci rinchiuderemo in un’irrilevanza pigra, per conservare noi stessi, per farci proteggere dal freddo della storia! La Chiesa è ben di più che un museo di un’antica storia di fede e di cultura, ben di più di un’agenzia di valori, ben di più di un’organizzazione di servizio sociale o educativo». Anzi, rivendica il cardinale presidente che «la vita ordinaria delle nostre Chiese continua a custodire una trama di bene che tiene insieme il Paese molto più di quanto spesso si riconosca. Penso alla prossimità verso gli anziani soli, alla cura delle famiglie ferite, all’accompagnamento dei giovani (moltissimi dei quali emigrano, basta pensare che solo nel 2025 gli italiani che hanno lasciato l’Italia sono stati 142.000), al sostegno a chi perde il lavoro o non riesce a trovarlo, all’attenzione verso chi si trova ad affrontare l’annoso problema abitativo, verso chi è povero, verso chi vive condizioni di marginalità, verso chi affronta prove interiori che non sempre hanno nome, verso chi emigra a causa delle guerre, delle violenze e delle catastrofi ambientali». Poi ribadisce «la nostra sofferenza per le tragedie che non smettono di consumarsi nel Mediterraneo a cui non ci possiamo mai abituare e a cui occorre continuare a dare risposte adeguate». Infatti, tiene a evidenziare, «la Chiesa non farà venir meno l’attenzione su temi su cui si gioca il futuro della nostra civiltà».

Perciò, è l’appello di Zuppi, la Chiesa può contribuire a favorire una logica “altra” rispetto a quella dello scontro che si vede «nella vita politica, nel dibattito generale, sui social e ovunque» e che «lacera la società». Richiamando papa Giovanni, il presidente della Cei chiede di «mettere da parte ciò che divide e cercare quello che unisce, non giustificare mai la divisione e la malevolenza, cercare sempre la via della riconciliazione». E sottolinea: «La presenza ecclesiale nel tempo e nella storia è l’opposto della contrapposizione sterile, della polemica permanente, dell’irrigidimento che difende ma non genera, che delimita ma non incontra. Il dialogo non annacqua la verità. Al contrario, la rende ospitale, la rende credibile, la rende prossima. Una Chiesa che parla senza ascoltare finisce per non dire nulla. Una Chiesa che ascolta senza avere più nulla da dire tradisce il Vangelo. Una Chiesa che entra nel dialogo evangelicamente sa invece incontrare ogni persona senza perdere nulla della propria identità». E indica «uno dei compiti più urgenti oggi» che impegna la Chiesa ma anche l’intera società: «Custodire e promuovere uno stile capace di incontro, di ascolto, di amicizia sociale, di pazienza, di umiltà, di libertà interiore». 

Formare coscienze libere, mature, coraggiose

Una delle sfide ecclesiali è quella di «formare coscienze laicali libere, mature, coraggiose, capaci di discernimento e di responsabilità». Così Zuppi ammonisce che vescovi e preti non possono «sostituirsi impropriamente alla responsabilità dei laici, intervenendo direttamente là dove invece è decisiva la libertà della coscienza cristiana nella costruzione del bene comune». Al tempo stesso, però, «è importante non far mancare il nostro impegno di cristiani che credono nella vita umana, nella famiglia, nell’educazione, nel volontariato, nella pace, nel lavoro degno, in un’economia per l’uomo, nella cura del creato, nell’inclusione dei poveri». Non solo. «Le trasformazioni in corso dal punto di vista sociale e politico, le guerre e le disuguaglianze, i benefici e i pericoli che provengono dall’intelligenza artificiale e da chi detiene il controllo degli algoritmi possono accrescere contrapposizioni piuttosto che generare unità». Anche i conflitti che insanguinano il mondo entrano nell’agenda della Chiesa italiana. «Ferite» che «interrogano la coscienza di tutti». E riferisce della lettera inviata alla Cei dal patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, in cui ha ringraziato per «la vicinanza che la Chiesa in Italia continua a esprimere verso le comunità cristiane del Medio Oriente, culla della fede», aggiungendo parole che evocano con forza il dramma di questo tempo: «Non mancano le minacce di Erode e non mancano neppure le grida degli innocenti». E ancora: «La guerra non può risolvere le contese, né tantomeno aprire orizzonti di speranza»; «Dio è con chi sta morendo e la manipolazione del nome di Dio è il peccato più grande che possiamo commettere». Quindi anche la Chiesa italiana intende dare «voce all’anelito di pace e di libertà di tanti che non hanno voce, che non hanno possibilità o libertà per esprimere la loro grande sofferenza e le loro aspirazioni alla fine della violenza». 

Il Cammino sinodale e le priorità ecclesiali

All’ordine del giorno del Consiglio permanente c’è l’eredità del Cammino sinodale che ha impegnato per quattro anni le diocesi italiane. Nelle giornate di lavori saranno discusse le Linee di orientamento che porteranno poi all’Assemblea generale dei vescovi italiani a maggio. «Il testo, che non sostituisce il Documento di sintesi del Cammino sinodale e non si sovrappone al discernimento delle Chiese locali, indica alcune priorità che dovranno illuminare la vita ecclesiale negli anni a venire. Su tutte rimane l’annuncio del Vangelo nel mondo di oggi, proprio come ci ha sollecitati papa Leone XIV incontrandoci lo scorso 17 giugno», ricorda Zuppi. C’è un popolo «in ricerca», rimarca il cardinale presidente. Come mostrano le oltre 370mila persone che in un mese sono giunte ad Assisi per l’ostensione delle spoglie di san Francesco. Un popolo che «si incontra ancora troppo poco con i binari della vita ordinaria della Chiesa, che appaiono non sempre attrattivi, forti, luminosi». Da qui la necessità di «un’estroversione missionaria» per essere «una Chiesa che si orienta tutta nella missione». Il cardinale esorta a ripartire da una riflessione sull’Evangelii gaudium, che «resta il testo base per la missione della Chiesa in questi primi decenni del XXI secolo». E sprona a «costruire comunità vere nelle nostre parrocchie» dal momento che «nella nostra società, di fronte alle difficoltà della famiglia, alle grandi solitudini, che – in modo diverso – toccano giovani e anziani, c’è fame di comunità». Perché l’Italia ha bisogno di una Chiesa che abiti «in mezzo alla gente per essere segno di speranza» e che «continui a essere casa, fraternità, compagnia, consolazione, responsabilità».

Di Giacomo Gambassi da Avvenire del 23 marzo 2026

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