I cattolici, la politica, Trump. Un ritorno alle origini

Il difficile rapporto della Chiesa cattolica con il potere politico sulla libertà religiosa

Le ripetute, surreali contestazioni mosse recentemente al Santo Padre dal presidente americano Donald Trump, al di là della generale indignazione che hanno sollevato e sulle quali non è il caso di tornare, meritano alcune considerazioni sul compito che spetta ai laici cattolici riguardo alla necessità di una responsabilità politica nella difesa di ciò che un tempo si chiamava la “libertas ecclesiae”.

È una libertà che, come è facile comprendere, non si traduce sic et simpliciter come “libertà della Chiesa” dal momento che non si riferisce certo alla tutela delle istituzioni ecclesiastiche, quanto alla difesa del sentimento religioso degli uomini e alla sua insindacabilità da parte del potere politico o di un qualsiasi altro potere.

Difendere, anzi sottrarre il senso religioso degli uomini dall’influenza del potere e in particolare della politica è il primo dei doveri “sociali” di un cristiano e, in fondo, di ogni uomo libero. Perché qui risiede il nesso dell’agire umano con la propria coscienza. Ed è in questo nesso ciò che chiamiamo etica che, inoltre, è il campo proprio della libertà. Come si vede, parlare di libertà di coscienza, diritto supremo di ogni uomo, significa parlare in concreto di libertà religiosa.

Diritto universale, se è vero che il senso religioso consiste nella ricerca ultima del significato dell’esistenza. Esso appartiene, pertanto, anche a chi non professa alcuna fede religiosa, compreso chi si dichiara apertamente ateo. Infatti, se pure può esserci una vita senza una fede religiosa, non è possibile concepire una vita priva di senso, non ordinata a un destino ultimo.

Come è stato rilevato da molti osservatori, su questo la Chiesa cattolica non poche volte nella storia è entrata in attrito con il potere politico; quello di Trump non è l’unico caso e non è assolutamente il più grave. Si pensi, per esempio, a quello che è avvenuto nel nostro paese ai tempi dell’Unità d’Italia, con la perdita del potere temporale dei papi, delle leggi eversive sulle proprietà della Chiesa, eccetera. O, peggio ancora, quello che accadde in Francia e nel resto dell’Europa con la rivoluzione del 1789 e poi con Napoleone.

Però, come non è il caso di tornare sulle dichiarazioni del presidente americano, così non è il caso di andare a rivangare queste drammatiche vicende che tra l’altro, paradossalmente, hanno prodotto insperati vantaggi alla stessa libertà della Chiesa cui allora si attentava.

Sono tutte circostanze che infatti hanno spinto i cattolici a un salto di maturità e che hanno mostrato tutta la positività di questo passaggio. Una maturità che ha orientato i cattolici più attivamente verso la vita politica. Un fatto tutt’altro che scontato un tempo, quando i cattolici dell’Italia postunitaria erano tenuti per esempio all’obbedienza del “non expedit” disposto dal Papa, che li escludeva dalla partecipazione attiva e passiva alle elezioni politiche e alla politica in genere.

Con il non expedit certamente si voleva dichiarare la non disponibilità dei cattolici verso il Regno d’Italia che dopo la Breccia di Porta Pia teneva prigioniero il papa nelle mura vaticane. Ma forse vi era nella Chiesa anche il tentativo di contenere la veemenza dei cattolici del tempo, dichiaratamente ostili verso le nuove istituzioni dello Stato italiano, sentimento particolarmente vivo in uno dei più attivi esponenti cattolici come il marchigiano Romolo Murri che diventerà il leader di quel movimento dei cattolici che si chiamerà Democrazia cristiana – da non confondere con l’omonimo partito politico della Prima repubblica.

Queste insorgenze non erano prive di valide motivazioni; gli ultimi anni del XIX secolo, infatti, erano stati segnati in Italia da una violenta repressione verso la Chiesa, con la soppressione di giornali cattolici e con numerosi arresti, tra i quali quello più clamoroso di don Davide Albertario, uno dei sacerdoti maggiormente impegnati nel dare concretezza alla Dottrina sociale di papa Leone XIII.

Probabilmente, di fronte a questi tristi avvenimenti, la Santa Sede mostrò di apprezzare la composta reazione dei vertici cattolici riuniti nell’Opera dei Congressi, “braccio secolare” – si diceva un tempo – della Chiesa italiana. Tanto da far decidere il Papa a fare i primi passi per superare lo stallo del non expedit. Leone XIII aspettò il Congresso dell’Opera – una specie di Settimana sociale dei cattolici – che si sarebbe tenuto a Taranto nella prima settimana di settembre del 1901 per formulare un’iniziale dispensa dei cattolici dal divieto di partecipare alla vita politica.

Erano gli ultimi anni del lungo pontificato leoniano e forse il papa non voleva consegnare al successore questo nodo irrisolto. Comunque, come ricordava Luigi Ambrosoli in un vecchio libro intitolato “Il primo movimento democratico cristiano in Italia”, Leone XIII volle manifestare in quella occasione all’arcivescovo di Taranto la sua simpatia verso i giovani della Democrazia cristiana e invitare la Chiesa italiana ad aver fiducia nella «loro giovanile forza ed alacrità».

A questa forza giovanile il papa consegnava un compito di non trascurabile valore. Quello della cosiddetta Questione romana. Certo, in loro non era sopita del tutto una certa animosità verso lo Stato italiano e, come ricorda sempre l’Ambrosoli, «il Murri, come al solito, era il più bersagliato dalle accuse di disobbedienza», tanto che, avendo ricevuto nel frattempo l’ordine sacro, il sacerdote marchigiano sarà sospeso a divinis per essersi fatto eleggere in parlamento. A parte questi incidenti di percorso, la presenza dei cattolici in politica si farà sempre più consistente. 

È molto interessante che i rilievi che venivano mossi a Romolo Murri all’interno dell’Opera dei Congressi riguardavano il suo progetto politico con il quale egli non si limitava alla Questione romana, a rivendicare la difesa dei superiori principi della libertà religiosa, ma una più ampia “questione sociale”. In sostanza, Murri spingeva per la creazione di un soggetto politico di cattolici che si ponesse in opposizione al socialismo di Turati. Insomma, il sacerdote operava una scelta di campo. Una scelta che non era condivisa da quanti ritenevano – e questa fu la posizione vincente – che, come fu per le comunità di fedeli fin dai primissimi tempi dell’era cristiana, comunità che si distinguevano per la loro inclusività, similmente un partito democratico-cristiano non poteva fare propria la parzialità che caratterizza i partiti politici. Non potevano i cattolici far consistere la propria azione politica nel contrastare il blocco sociale del socialismo o porre altra formula pregiudiziale verso chicchessia.

Fu questa un’idea che Alcide De Gasperi volle che fosse rispettata nella sua DC – l’idea di un partito interclassista e che non si ponesse in opposizione a qualcosa. Per questo, De Gasperi non fu mai anticomunista, nonostante vedesse quale fosse la realtà del comunismo nel mondo. La DC degasperiana non fu un partito “anti” qualcosa e per questo non si chiamò nemmeno partito.

La lezione di De Gasperi, alla luce di tutto ciò, appare quanto mai attuale in un contesto che sembra non riuscire ad andare oltre il posizionamento politico, oltre la presunta necessità di fare una scelta di campo. Soprattutto se, come oggi, questo significa decidere da che parte stare negli infuocati campi di battaglia, come sembrava pretendere, con le sue parole, il presidente Trump.

I cattolici sono chiamati piuttosto a difendere la libertà dei popoli e le libertà individuali. E prima di ogni altra, la libertà religiosa, come fu tanto tempo fa, tra gli uomini che si sono battuti per la Questione romana, per la libertà della fede cristiana. Sono chiamati piuttosto a seguire ciò che suggerisce la coscienza e a difendere ciò che chiamiamo verità.

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

For security, use of Google's reCAPTCHA service is required which is subject to the Google Privacy Policy and Terms of Use.