Evitiamo la “Sindrome di Babele”. Scegliamo la “Via di Neemia”

Presentata la prima Enciclica di Leone XIV, ‘Magnifica humanitas’. “Oggi siamo di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme”.

“Pace a voi”, il primo saluto di Papa Leone XIV

A poco più di un anno dalla sua elezione a Vescovo di Roma, a successore di San Pietro, tornano con forza degli obiettivi, dei concetti di riferimento che hanno condotto papa Leone XIV a scelte programmatiche specifiche: pace e Intelligenza Artificiale (IA) sui quali è opportuno cogliere alcune riflessioni. Il suo primo saluto fu:

“La pace sia con tutti voi!
Fratelli e sorelle carissimi, questo è il primo saluto del Cristo Risorto, il Buon Pastore, che ha dato la vita per il gregge di Dio.
Anch’io vorrei che questo saluto di pace entrasse nel vostro cuore, raggiungesse le vostre famiglie, tutte le persone, ovunque siano, tutti i popoli, tutta la terra”.

Serata indimenticabile. Piazza San Pietro strapiena di gente esplode di giubilo, lo accoglie subito, si lascia coinvolgere e ricoprire dalla pace invocata al Cristo Risorto. Poco conosciuto da tanti, il Cardinale Roberto Prevost, è immediatamente accolto: è stato eletto papa e si è chiamato LEONE XIV. Ha fatto sentire a tutti il brivido che dà un messaggio inatteso, ma particolarmente desiderato e particolarmente sentito:

“La pace sia con voi!
Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante.
Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente”.

Potere di un aggettivo: Pace disarmata! participio passato del verbo disarmare. Ma in senso figurato: indica una persona, un’idea o una situazione, una o più nazioni che rinunciano alla violenza, alla forza e alla logica della sopraffazione. Quante nazioni devono essere disarmate nel mondo? Papa Leone le ha tutte presenti e prega, invita a pregare perché il Signore dia pace al mondo intero.

Pace disarmante: participio presente del verbo disarmare, usato come aggettivo.

Quante volte questi due aggettivi li abbiamo sentiti, sono stati usati, ripetuti, invocati in Chiesa e sulla stampa. Così Leone XIV ha salutato il popolo e impartito la prima Benedizione Apostolica “Urbi et Orbi”. Gli aggettivi, nel linguaggio, non vivono da soli, ma sono riferiti ad un soggetto, ad una causa, ad una vicenda.

Foto dal sito www.interris.it

L’Enciclica “Magnifica humanitas” una manifestazione di amore per gli uomini

Alla straordinaria, indissolubile, più che desiderata esigenza vitale di pace, presupposto e fine di ogni agire umano, oggi papa Leone XIV con forza in modo molto motivato con grande tempismo politico, al bisogno assoluto di pace nei cuori nel mondo, fra popoli e nazioni, ci invita alla grande riflessione che la sua Prima Enciclica – MAGNIFICA HUMANITAS – ci propone sull’Intelligenza Artificiale (IA).

Una continuità con la Rerum Novarum del suo predecessore LEONE XIII: dalle cose nuove di 135 anni fa alle cose nuove di oggi, dalla Rivoluzione industriale di ieri, alla Rivoluzione informatica di oggi.

“Serve una IA disarmata” per “sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare, ma economica e cognitiva”.

Quali sono le res novae del nostro tempo?

Se a suo tempo Leone XIII parlava di «nuove questioni» (rerum novarum), oggi non possiamo semplicemente ripetere i suoi preziosi insegnamenti, ma dobbiamo chiedere a Dio la saggezza per interpretare le grandi tendenze del nostro tempo, in particolare i progressi della tecnica.

Negli ultimi anni è divenuto sempre più evidente quanto rapidamente e profondamente la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale (IA) e la robotica stiano trasformando il nostro mondo. La tecnica non va considerata, in se stessa, come forza antagonista rispetto alla persona: al contrario, essa è radicata nella nostra storia fin dal principio, in quanto «fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo» (4MH).

Molto ampia la ricerca e la riflessione fatta per pervenire alla stesura di un documento che segna il bisogno della Chiesa di ridare centralità alla Dottrina Sociale, di offrire indicazioni, giudizi e riflessioni che possano aiutare l’uomo a vivere nel rispetto e nella tutela del suo diritto, ad essere considerato soggetto portatore di valori.

L’incipit dell’Enciclica coinvolge interamente le nostre responsabilità

La magnifica umanità (Magnifica Humanitas) creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme. Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile.

Ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto.

Là dove l’umanità corre il pericolo di smarrire il proprio volto, noi cristiani alziamo gli occhi verso il Dio che si è fatto carne, sapendo che «solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo». Questa magnifica umanità in Gesù Cristo diventa la Via, la Verità e la Vita, aprendo per ciascuno di noi la strada per crescere verso la pienezza.

Tra Babele e Neemia

Straordinari i riferimenti biblici, commentati con semplicità e tanta forza. Dicono cosa possiamo fare oggi, soprattutto i danni che possiamo procurarci e che dobbiamo prevenire.

Due icone bibliche hanno formato e sostenuto l’ampia riflessione di cui pace e IA necessitano.

Per rispondere a questi interrogativi e per discernere come abitare con responsabilità il tempo dell’intelligenza artificiale, vorrei richiamare due immagini bibliche (7MH):

la costruzione della torre di Babele (cfr Gen 11,1-9) e
la ricostruzione delle mura di Gerusalemme (cfr Ne 2-6)

Nel libro della Genesi, il racconto di Babele si colloca alle origini dell’umanità, subito dopo le genealogie dei figli di Noè. Gli esseri umani, stabilitisi nella pianura di Sennaar, decidono di costruire una città e una torre «la cui cima tocchi il cielo» (Gen 11,4). Vogliono così garantirsi stabilità e potere, e soprattutto “farsi un nome”, temendo di essere dispersi sulla terra.

L’impresa appare imponente: un’unica lingua, un’unica tecnologia, un’unica direzione. Tuttavia, il progetto nasconde una profonda insidia: è un’opera concepita senza riferimento a Dio, sostenuta da un’uniformità che elimina la diversità e che, invece della comunione, sceglie l’omologazione.

Quando la città si edifica sull’orgoglio e sulla pretesa di bastare a se stessa, la comunicazione si spezza, le lingue si confondono e gli esseri umani non si comprendono più.

Il risultato non è l’unità, ma la dispersione

Babele rivela così il limite di ogni costruzione che, pur grandiosa, sorge dall’assolutizzazione dell’umano e dalla sua pretesa di autosufficienza, sacrifica la dignità delle persone all’efficienza e ambisce a raggiungere il cielo senza la benedizione di Dio.

La nostra iperconnessione di cui siamo schiavi e vittime, non è forse la Babele che ci siamo costruiti? Non è forse la nostra illusione di comunicabilità? Siamo capaci di “tempo reale” anche per cose lontane e complesse, ma siamo solo vittime del caos dei linguaggi che ci isolano e ci circondano. Non è la nostra “confusione delle lingue”? Riusciamo ad ascoltarci e a capirci?

Foto Vatican Media/SIR

Ha ragione papa Leone XIV: non c’è comunione, ma omologazione!

Il libro di Neemia, a sua volta, si apre in un momento di grande vulnerabilità nella storia dell’antico Israele. Dopo l’esilio babilonese, una parte del popolo è tornata a Gerusalemme, ma la città è ancora in rovina, le mura sono crollate e le porte bruciate (cfr Ne 1-2). Neemia, un ebreo al servizio del re persiano Artaserse, riceve la notizia dello stato disastroso della città dei padri. Prima di agire, digiuna, prega, intercede per il popolo; poi chiede al re il permesso di tornare a Gerusalemme e, giunto sul posto, esamina in silenzio i luoghi distrutti.

Non impone soluzioni dall’alto. Convoca le famiglie, affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le opposizioni.

Il racconto mostra come la città rinasca non grazie all’iniziativa di una singola persona, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo: sacerdoti, artigiani, capifamiglia, donne e giovani. È un’opera che ha Dio al centro e ricostruisce i legami prima ancora delle pietre. L’antica Gerusalemme ritrova così una lingua comune, non quella dell’uniformità, ma quella della comunione: l’armonia che nasce quando ciascuno si assume la propria parte e tutto il popolo riconosce che la sua forza viene dal Signore (8MH).

Alla luce di queste due icone, lo Spirito Santo oggi ci interpella circa il rapporto con la tecnica e con la rivoluzione digitale in corso. Le scoperte scientifiche sono un talento consegnato all’umanità perché essa lo faccia fruttare (cfr Mt 25,14-30).

La tecnologia può curare, connettere, educare, custodire la Casa comune; ma può anche dividere, scartare, generare nuove ingiustizie. In astratto, essa non è di per sé una soluzione ai problemi dell’umanità, come non è di per sé un male; ma, concretamente, non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa. Per questo la prima scelta non è tra un “sì” o un “no” alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme: tra un potere che pretende di dominare il cielo e un popolo che, alla presenza di Dio, si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna (9MH).

Evitiamo, dunque, la “sindrome di Babele”: l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli, l’uniformità che appiattisce le differenze, la pretesa di un linguaggio unico – anche digitale – capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni. Questo è il rischio della disumanizzazione – costruire il futuro escludendo Dio e riducendo l’altro a mezzo –, una tentazione antica e sempre nuova, che oggi assume anche un volto tecnico. Scegliamo, invece, la “via di Neemia”, che mette in risalto il valore del lavoro condiviso per rendere sicura la città di Dio per gli esuli ritornati.

Ricostruire oggi significa riconoscere che, nella pluralità di voci e di visioni che talvolta ricorda la dispersione delle lingue, esiste comunque una possibilità luminosa: quella di edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità. E, dentro questa opera condivisa, i cristiani trovano la loro forma propria di costruire: orientare l’agire a Dio, perché alla sua luce il pluralismo non si disperda nel disordine, ma, nella pratica della sinodalità, diventi lo spazio in cui l’umanità ritrova le sue solide fondamenta e il suo fine ultimo. Nell’Apocalisse, Giovanni vede la nuova Gerusalemme «scendere dal cielo, da Dio» (Ap 21,2) come dono per tutta l’umanità. E questa visione di grazia è per noi cristiani una chiamata a lavorare insieme, coltivando una vita comune pacifica, giusta e dignitosa nelle “città” di oggi (10MH).

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