La via del Vangelo

Un popolo viene generato da madri e padri nella fede, da comunità che sanno dire, con la vita prima ancora che con le parole: «Abbiamo trovato il Messia». L’Italia ha bisogno di questa testimonianza. (Papa Leone XIV)

Sono queste le parole conclusive del discorso di Papa Leone XIV ai Vescovi italiani riuniti a Roma, dal 25 al 28 maggio, per la 82° Assemblea generale e che merita di essere ripreso nella sua interezza perché indica con semplicità e chiarezza il cammino a cui siamo invitati.

Il Pontefice esprime innanzitutto l’affetto per tutti coloro che fanno parte del popolo cristiano, a chi vive la fede nella semplicità della vita quotidiana ma anche a quanti, «magari senza saperlo, portano nel cuore una sete di Dio».

È già questa una indicazione pastorale: il Papa guarda ai vescovi come a uomini chiamati a rendere presente, nelle Chiese loro affidate, uno sguardo che non esclude nessuno ed è capace di riconoscere la domanda di senso che continua ad abitare il cuore dell’uomo.

Il Pontefice non ignora la fatica del presente, la solitudine, la frammentazione, la difficoltà di trasmettere la fede, la distanza delle nuove generazioni ma invita a non assumere la crisi come unico criterio di lettura. Gesù, davanti alle folle, non vede soltanto un problema da affrontare: vede una messe, vede il campo di Dio.

Seminatore instancabile, Dio esce ogni giorno nel mondo e sparge con generosità nei cuori il desiderio dell’infinito, di una vita piena, di una salvezza che libera.

Il nostro primo compito è questo: fare nostro lo sguardo del Signore. Non lamentarci soltanto dei terreni induriti né soffermarci semplicemente ai dati statistici, ma saper vedere, con gli occhi del Risorto, il raccolto che Dio stesso ci prepara.

Prima delle strategie viene dunque la conversione dello sguardo: imparare a riconoscere ciò che Dio sta già seminando nel cuore delle persone. Lo Spirito Santo dona cuori ardenti dello stesso slancio di Cristo e fa sì che l’annuncio del Vangelo diventi il compito, l’urgenza della vita.

Dopo aver richiamato i due principali documenti della Chiesa sulla evangelizzazione, la Evangelii nuntiandi di San Paolo VI e la Evangelii gaudium di Papa Francesco, il Santo Padre fa notare che è dal Vangelo che nasce la fede, aggiungendo la parola che ne definisce in maniera inequivocabile la natura. La fede è incontro, relazione, rapporto con una persona viva.

«È dal Vangelo che nasce la fede, come incontro vivo con Cristo, morto e risorto, presente nella sua Chiesa».

Nell’omelia per la festa della SS. Trinità Mons. Benoni si è soffermato proprio sulla specificità della fede cristiana rispetto alle altre fedi monoteiste, ebraismo e islam: “il Dio trinitario è un Dio relazionale, all’interno della Santissima Trinità c’è una circolarità relazionale d’amore, per cui Padre, Figlio e Spirito vivono in costante donazione l’uno per l’altro, in funzione dell’altro“.

Il cristiano non è uno che coltiva la beata solitudo. La fede trinitaria significa che anche la mia fede non può non avere dinamiche relazionali che significa ricerca dell’altro, accoglienza dell’altro, valorizzazione dell’altro, amore dell’altro“.

Tornando al messaggio ai Vescovi italiani, il Papa ha rivolto loro una serie di domande: «Quale volto di Dio lasciamo trasparire nella predicazione, nella catechesi, nella liturgia, nella carità, nella vita delle nostre comunità? In che modo favoriamo l’incontro con Cristo?». Sono domande che riguardano certamente la responsabilità dei pastori, ma che interpellano tutta la comunità cristiana.

In un tempo in cui molte persone non ricevono più la fede come un’eredità spontanea dell’ambiente familiare o sociale, non basta custodire ciò che esiste né limitarsi a riproporre linguaggi e consuetudini del passato. La fede rinasce quando una persona può incontrare Cristo come risposta viva alla propria domanda di felicità.

La fede viene trasmessa e cresce dove ci sono comunità vive e ospitali, capaci di pregare e di ascoltare; comunità nelle quali la Parola di Dio non resta ai margini, ma illumina le scelte, dove l’Eucaristia è davvero fonte e culmine, dove i poveri non sono destinatari esterni di un servizio, ma fratelli e sorelle nei quali il Signore ci parla;

dove i giovani sono volti e voci e storie con cui dialogare; dove le famiglie non sono lasciate sole e le ferite non vengono nascoste, ma portate davanti al Signore con umiltà; dove la fede diventa impegno effettivo nella società, nella politica, nella cultura.

Da questo primato del Vangelo e della fede deriva il criterio decisivo per giudicare l’azione ecclesiale: la Chiesa non vive anzitutto dei suoi apparati, delle sue risorse o della capacità di ottenere riconoscimento pubblico.

Il Papa lo afferma con chiarezza: la fecondità della Chiesa non si misura con i criteri del numero, della visibilità o dell’influenza. E aggiunge che la Chiesa vive della luce dell’Agnello ed è sospinta per le strade del mondo dalla potenza dello Spirito Santo.

In questa prospettiva va letto anche il richiamo all’iniziazione cristiana. Il Papa invita a non identificarla semplicemente con la preparazione ai sacramenti. L’iniziazione cristiana è il «grembo» nel quale una comunità genera alla fede e accompagna una persona dentro la vita nuova del Vangelo.

In questo cammino, la partecipazione dei laici non può essere considerata una benevola apertura concessa dall’alto. Si tratta di riconoscere che lo Spirito dona carismi diversi per l’edificazione comune e che una Chiesa realmente missionaria ha bisogno dell’esperienza, dell’intelligenza e della responsabilità di tutto il popolo di Dio.

La partecipazione non è una concessione: è un’esigenza della comunione e della missione e, perciò, deve diventare metodo, responsabilità, verifica, nel coinvolgimento dei diversi carismi e ministeri e nel rispetto del compito proprio del Vescovo. 

Per questo gli organismi di partecipazione non possono ridursi a formalità previste dagli statuti o a convocazioni occasionali senza reale incidenza sulla vita delle comunità. Consigli pastorali, organismi diocesani e luoghi di discernimento hanno senso quando diventano spazi autentici di ascolto, di corresponsabilità e di verifica. Il Papa lo dice con realismo: non basta che esistano, occorre domandarsi se funzionino davvero.

Il messaggio del Papa si conclude con un appello: «Abbiamo il coraggio dell’essenziale!». L’essenziale, nel pensiero del Papa, coincide con una Chiesa meno preoccupata di conservare tutto e più libera di annunciare Cristo, con parrocchie accoglienti e missionarie in cui le famiglie si ritrovano e si rinnovano con la linfa del Vangelo, con il coraggio di lasciarsi evangelizzare dai poveri.

È questa la conversione chiesta alle Chiese che sono in Italia: non anzitutto “fare” di più, ma “riconoscere” i segni che lo Spirito del Risorto suscita anche nei deserti della storia, come testimoniano i nostri fratelli di Terra Santa.

Anche nella nostra Chiesa locale non mancano i segni di questa Grazia che continuamente opera, ultimo dei quali l’ammissione al catecumenato di due giovani adulte mediante il rito della iniziazione cristiana, mai prima celebrato nella nostra diocesi e che inizia, significativamente, con la richiesta del nome.

Subito dopo il Vescovo domanda: Che cosa domandi alla Chiesa di Dio? La fede

E poi: E la fede cosa ti dona? La vita eterna.

Prima di segnare la fronte con il segno della croce il Vescovo ha pronunciato queste parole: Dio illumina ogni uomo che viene nel mondo e attraverso le opere della creazione gli manifesta le sue invisibili perfezioni, perché impari a rendere grazie al suo creatore. A voi, che avete seguito la sua luce, si apre ora la via del Vangelo perché, ponendo i fondamenti di una vita nuova, riconosciate il Dio vivente, che realmente rivolge agli uomini la sua parola.

Camminando nella luce di Cristo, abbiate fiducia nella sua sapienza e così, ogni giorno affidando a lui la vostra vita, possiate di tutto cuore credere in lui. Questa è la via della fede nella quale Cristo sarà vostra guida, perché possiate raggiungere la vita eterna.

Questa è la fede che siamo chiamati a rinnovare ogni giorno.

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