Giulia Mele. Il ricordo di una presenza a una settimana dalla dipartita

Spenti i riflettori sulla festa della Bruna, è giunto il tempo di dare il dovuto spazio a una figura di rilievo nel panorama caritativo di Matera città a una settimana dalla sua dipartita: Giulia Mele.
Mensa della Fraternità “Don G. Mele”, 19/07/2025: l’arcivescovo Benoni visita la Mensa nel giorno del suo ingresso in Diocesi

Il “genius loci” della Mensa della Fraternità

Era il 2000 quando nasceva a Matera, in via Marconi, la prima mensa di fraternità: era legata alla figura di don Giovanni Mele, che ne è stato di fatto il fondatore e ben sintetizzava i suoi 50 anni di apostolato, oltre a essere opera-segno del Grande Giubileo del 2000. Accanto a lui, da subito in prima linea, è sempree stata proprio la sorella Giulia, da poco andata in pensione dalle Poste – nel 2000 aveva 67 anni.

Insieme alla mensa di via Marconi, la missione si era allargata con la Casa Cea, una struttura donata a don Giovanni per l’accoglienza di famiglie in difficoltà.

La mensa aveva appena quattro anni quando, il 3 dicembre 2004, don Giovanni si spense: fu proprio Giulia a raccogliere ufficialmente il testimone di questa importante attività caritativa.

Per dare ufficialità a questa missione è nata nel tempo l’Associazione Don Giovanni Mele. Grazie alla generosità dei privati, al sostegno del Comune e alle firme, anche lo scorso anno numerose, del cinque per mille, quella prima mensa si è ampliata, fino a diventare la nuova e moderna struttura oggi attiva in via Cererie. Un luogo benedetto da Papa Francesco nel 2022, a chiusura del Congresso Eucaristico Nazionale, e capace oggi di garantire 150 pranzi al giorno e decine di buste d’asporto.

Di questo spazio, Giulia è stata a tutti gli effetti il genius loci, l’anima pulsante. Anche con il succedersi dei diversi presidenti, chi governava davvero la quotidianità era lei: decideva i menu, verificava i turni dei volontari e conosceva ogni singolo ospite per nome, cognome e vissuto personale.

E Lucia Surano, ricordando i tempi della vecchia sede in cui si serviva a tavola, racconta come Giulia controllasse tutto con occhio vigile, assicurandosi che ogni piatto uscisse dalla cucina ordinato e pulito.

Anche di recente, quando l’età e le patologie l’avevano costretta a sedersi per preparare i sacchetti da asporto, nulla le sfuggiva: mentre farciva i panini, ricordava a memoria i gusti e le esigenze alimentari di ciascuno.

Giulia con alcuni volontari e le buste con i pranzi d’asporto

Una carità intelligente tra fermezza e amore materno

Per Giulia Mele la carità non è mai stata una pratica di beneficenza spicciola o buonismo assistenzialista, ma un autentico percorso educativo. Lucia Surano ricorda ancora quando, sedute a un tavolino insieme a Sabina Calicchio, scrissero il primo regolamento della struttura. Quelle regole dovevano servire a gestire la quotidianità in modo ordinato e giusto, ma soprattutto ad aiutare gli ospiti, a educarli. Una visione decisamente moderna e lungimirante per l’epoca.

Per i volontari — che oggi sono circa una ventina, organizzati in turni di 4 o 5 persone al giorno — Giulia è stata prima di tutto una madre. E come ogni mamma, racconta Rosanna Colucci, storico pilastro della mensa, all’occorrenza sapeva anche rimproverare con fermezza. Giuseppe Santochirico, inoltre, ricorda con un sorriso quando lei pretendeva che fosse proprio lui ad accompagnarla a casa in auto – si trattava di un percorso sì e no di un centinaio di metri – al termine del servizio per “indagare” e capire cosa non andasse se l’aveva visto un po’ più scuro in volto del solito.

Nel rapporto con gli utenti, che ne ricordano la straordinaria amorevolezza, Giulia non accettava però la furbizia o le bugie. Quando serviva, sapeva essere diretta e senza filtri, ricordando a tutti: «Perché, mica mio fratello era così dolce? Se c’era pure da dare uno schiaffo o da mandare a quel paese, lui lo faceva!». Lontana da ogni forma di sterile pietismo, se a qualcuno c’era da dire un “no”, Giulia lo diceva con assoluta onestà.

Un memento di allegria a mensa

Il profondo affetto degli ospiti: la camera ardente in mensa

Che il suo bene fosse riconosciuto lo si è capito nel momento più doloroso: dopo la sua scomparsa, la camera ardente è stata allestita proprio lì, tra le mura della mensa – quale luogo, del resto, sarebbe stato più indicato? – e per 24 ore la mensa è stata un commovente e continuo via vai di ragazzi, soprattutto stranieri, accorsi per renderle l’ultimo omaggio. Alcuni di loro, sopraffatti dal dolore e dalle lacrime, non sono nemmeno riusciti a varcare la soglia, rimanendo a piangere sul piazzale esterno. Una scena toccante, che ha svelato la verità più grande: per ognuno di loro, Giulia era diventata una madre e un porto sicuro.

La mensa adibita a camera ardente (29-30/06/2026)

Gli ultimi mesi e un addio nel segno della continuità

Il declino fisico era iniziato lo scorso febbraio, a causa di una brutta caduta avvenuta proprio all’interno della “sua” amata mensa, che le era costata la frattura del femore. Nonostante i medici inizialmente tentennassero per via delle diverse patologie, Giulia, con la sua consueta tempra ferrea, firmò di proprio pugno l’autorizzazione per farsi operare.

Del resto, già qualche mese prima era nervosa perché non le avevano rinnovato la patente, privandola di una fetta di autonomia. Chi le era vicino ricorda che alle sette del mattino era già al telefono con i collaboratori, facendosi trovare sotto casa con un’ora di anticipo rispetto all’appuntamento fissato.

Dopo la riabilitazione a Tricarico, Giulia era tornata a casa, ma una bronchite successiva, combinata con alcune fragilità cardiache, l’ha progressivamente indebolita. Resta memorabile il racconto dei volontari, che un giorno andarono a trovarla: intravedendo un piccolo miglioramento, Giulia aveva già fatto preparare sul letto il vestito da indossare l’indomani, certissima di poter finalmente tornare tra i tavoli, in mezzo ai “suoi” ragazzi.

Fino all’ultimo istante la sua mente è rimasta ancorata alla mensa, come sua creatura. Continuava a gestire le cose al telefono come un manager consumato: chiedeva cosa si cucinasse, voleva informazioni sui volontari e sugli utenti, e si lamentava del semolino dell’ospedale, dicendo di preferire di gran lunga le patate al forno e i latticini che i cuochi della struttura le inviavano con amore.

La festa della Bruna

Giulia si è spenta alle 5 del 29 giugno 2026 all’Ospedale Madonna delle Grazie. Una data simbolica: il giorno in cui Matera entra nel vivo dei festeggiamenti per la Madonna della Bruna, una ricorrenza che alla mensa non passava mai inosservata.

Anzi, già molto prima che la struttura venisse istituita, don Giovanni e Giulia organizzavano, grazie a una rete di donne materane di buona volontà, un servizio di carità fatto di vaschette preparate per i poveri e per gli ambulanti della festa.

Ci piace pensare che quest’anno Giulia la sua festa della Bruna l’abbia celebrata altrove, ad un’altra mensa insieme a don Giovanni, alla sua famiglia riunita in cielo e a tanti di quei poveri che ha servito a tavola in questi anni.

Accompagnare Giulia che ci ha accompagnati

Il pomeriggio del 30 giugno, nella gremita chiesa di Piccianello, il vicario generale don Angelo Gioia ha celebrato i funerali. Nell’omelia ha offerto una bella riflessione sulla parola “accompagnare”: «Noi non la stiamo lasciando, la stiamo accompagnando, diventando suoi compagni nel prendere per mano, proprio come lei ha fatto con noi». Attorno all’altare, insieme al parroco don Giuseppe Tarasco, c’erano anche don Biagio Plasmati, don Angelo Tataranni e don Pasquale Giordano.

L’eredità: la responsabilità di fare squadra

Oggi l’eredità di Giulia si riassume in un concetto preciso: «Responsabilità. Continuare a custodire lo stile della cura», sottolinea Lucia Surano.

Un testimone raccolto con dolcezza e rispetto dalla nipote Giorgia Mele: «Continueremo a fare squadra come lei avrebbe voluto: a dare ascolto, non solo un pasto, ma a far sentire la vicinanza, come lei ha sempre fatto, in particolare il due luglio. Nel mio piccolo provo a dare continuità, per quello che posso fare». E se le si chiede quale sia il valore più grande che la zia consegna alla comunità, Giorgia non ha dubbi: «Lo sguardo… quello che lei ha sempre avuto con dolcezza e rispetto verso la persona».

I volontari sentono ancora viva la presenza di Giulia: proprio il 1° luglio, ad esempio, quando un ristoratore locale ha voluto donare alla mensa ben 170 pasti completi, arricchiti da torte, per l’indomani. Un regalo speciale che ha sollevato gli operatori dalla fatica dei fornelli e ha coccolato meglio gli utenti.

Alcuni ritengono doveroso intitolare ora l’Associazione Don Giovanni Mele anche alla sorella Giulia.

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