Sinodalità e Collegialità

Dio desidera la pace per ogni nazione e per ogni popolo. L’ampia conclusione dei lavori del Concistoro. Alcune riflessioni

Una riunione complessa e articolata: relazioni, interventi, preghiera, sintesi. Il Papa e i cardinali di tutto il mondo riuniti a Roma per discutere su problemi di particolare rilievo. Leone XIV con grande semplicità, ma con grande derminatezza e chiarezza, conclude la sua introduzione all’avvio del CONCISTORO dando una spiegazione di grande efficacia: “all’aiuto che esplicitamente potrete darmi, nell’esercizio del ministero petrino, trova in me chi chiede, non chi comanda”.

Chiedere e comandare: due verbi che racchiudono il mondo delle relazioni. Chiedere significa rispettare la libertà dell’interlocutore a cui abbiamo richiesto aiuto, collaborazione o chiesto spiegazione, valutazione. Comandare, invece, è un ordine solo da eseguire, per chi lo riceve. Un totale ribaltamento del concetto della vecchia concezione dell’autorità: il potere posseduto da chi impartiva ordini.

Nella Chiesa, ha detto Papa Leone XIV, non è così:

“Lavorando insieme, la nostra collegialità fa sintesi della sinodalità alla quale tutti i battezzati partecipano, nell’unità del popolo di Dio. Sinodalità e collegialità sono forme della fraternità cristiana, che ci lega come battezzati e come vescovi. Perciò l’aiuto che potrete darmi, nell’esercizio del ministero petrino, trova in me chi chiede, non chi comanda. L’autorità del primato, infatti, è propria di chi ascolta e solo perciò guida, di chi apprende e solo perciò insegna.”

Riflessione posta, offerta dal Papa alla riflessione del Concistoro richiamando i veri destinatari, cioè tutti i battezzati e i vescovi. E i Vescovi possono guidare solo se ascoltano, cioè se con il proprio gregge, con i battezzati sono in dialogo.

I documenti pontifici, gli interventi del Papa, sono sempre ricchi di tanti insegnamenti, sempre si rifanno al Vangelo, alla Parola di Dio. Spesso, però, non sono conosciuti, perché non sono letti, sono subito archiviati, non formano oggetto di analisi, di riflessione, di meditazione, di preghiera da parte di chi ai diversi livelli ha la responsabilità di “apprendere e insegnare”.

Quante Comunità e Parrocchie, hanno avuto già un primo significativo impatto con l’Enciclica Magnifica Humanitas che tanto ha fatto parlare di sé? Tutto rinviato a settembre?

Proprio riferendosi alla sua recentissima prima Enciclica, il Papa ha detto, rivolgendosi ai Cardinali di tutto il mondo:

“Mi interessa soprattutto ascoltare
come queste pagine risuonano nelle vostre Chiese,
quali interrogativi suscitano,
quali prospettive aprono,
quali passi suggeriscono.
Una enciclica continua infatti il suo cammino quando viene accolta, interpretata e incarnata nella vita concreta delle Chiese”.

Domande precise che presuppongono altrettanto lavoro, fatto in profondità.

Dopo il grande clamore e la particolare attenzione riservata dalla stampa alla nuova Enciclica dal Papa un invito solenne, diretto e chiaro: “ditemi, leggendo e riflettendo nelle vostre realtà, cosa è stato detto nelle vostre Chiese, quali interrogativi ha suscitato, verso quali obiettivi e prospettive intendete avviare il vostro impegno, che cosa suggerite di fare, cosa proponete”? Queste precise domande, questo invito, fatto da quel solenne consesso, è un invito espressamente posto a tutta la Chiesa, ad ogni singola Chiesa. Nessuna è escluso:

“Lavorando insieme, la nostra collegialità fa sintesi della sinodalità alla quale tutti i battezzati partecipano, nell’unità del popolo di Dio.
Sinodalità e collegialità sono infatti forme della fraternità cristiana, che ci lega come battezzati e come vescovi”.

Quale significato si può attribuire alla sinodalità? E’ forse il cammino, l’ascolto di tutto il Popolo di Dio, il suo stile di essere Chiesa, il modo di porsi di tutti i battezzati? Il famoso “Camminare insieme” pronunciato da Papa Francesco?  

E la collegialità non è certamente un lavoro per equipe anche se magari può essere per piccoli gruppi. Invece no. Trattasi di lavoro per il tutti devono coinvolgersi, tutti i battezzati, più volte richiamati.

“Perciò l’aiuto che potrete darmi, nell’esercizio del ministero petrino, – dice Papa Leone XIV – trova in me chi chiede, non chi comanda.

Ci si chiede. È così nelle nostre Chiese?  Quante volte ci imbattiamo, invece, in risposte del tipo “Così ha stabilito il Vescovo!”? Con chi è stato stabilito? Chi è stato coinvolto? Dibattito stroncato. Si fa così! “… e più non dimandar!”. Questo avviene quando non si accetta aprioristicamente alcun dibattito. Chi guida davvero non usa il comando per farsi servire, ma chiede collaborazione, e si pone sullo stesso piano di chi lavora per un obiettivo comune. Un bel cammino da fare.

Tutto questo ci fu chiaramente indicato già da Papa Francesco:

«Gli enormi e rapidi cambiamenti culturali richiedono che prestiamo una costante attenzione per cercare di esprimere le verità di sempre in un linguaggio che consenta di riconoscere la sua permanente novità» (Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium, 41).

L’Esortazione Apostolica Evangelii gaudium  (il Vangelo della gioia) è stata firmata e promulgata da Papa Francesco il 24 novembre 2013. Il documento delineò il programma per il suo pontificato.

Tornando a Papa Leone XIV: “La domanda della sinodalità non sia anzitutto: “Chi ha il potere di decidere?”. La domanda è più profonda: “Come custodiamo insieme il dono che il Signore ha affidato alla sua Chiesa?”. Quando questa domanda diventa il centro del nostro discernimento, anche le questioni dell’autorità, della corresponsabilità e delle decisioni trovano il loro giusto posto, illuminate dalla missione e dalla comune fedeltà al Vangelo. Così, desidero affidarvi ancora una volta il cammino di attuazione del Sinodo. Vi chiedo di accompagnarlo con convinzione nelle Chiese che servite, favorendone una comprensione autentica e incoraggiando tutti a prendervi parte: si tratta di aiutare le nostre Chiese a crescere in uno stile sempre più evangelico”.

Mi raccomando, come abbiamo sentito dal Card. Grech, la sinodalità non è un insieme di riunioni, né un metodo di lavoro.

  • È uno stile spirituale.
  • Nasce dall’incontro,
  • cresce nell’ascolto e
  • matura nel discernimento.

La vera domanda non è quante conversazioni sapremo organizzare, ma quale qualità evangelica avranno i nostri incontri. Quando ci ascoltiamo con umiltà e libertà, lasciando spazio allo Spirito, le nostre conversazioni non rimangono uno scambio di idee, ma diventano un luogo di conversione, nel quale cresciamo insieme nella fedeltà al Signore.

Ripensando alle conversazioni di questi giorni, Papa Leone XIV ha detto:

  • porto anzitutto con me lo sguardo con cui avete contemplato il mondo nella prima sessione. Molti di voi hanno raccontato le sofferenze provocate dalle guerre, dalle violenze, dalle povertà e dalle tante ingiustizie che segnano la vita dei popoli. Non vi siete fermati però a descriverle. Dietro questi drammi avete riconosciuto una sofferenza ancora più profonda: la solitudine, la crisi delle relazioni, la perdita della speranza, la difficoltà di riconoscersi reciprocamente come fratelli e sorelle.
  • Mi ha colpito, in particolare, il modo con cui avete parlato dei giovani.

Nelle loro domande, ma anche nella sofferenza che talvolta li conduce fino alla disperazione e a volte fino alla disperazione estrema di togliersi la vita – avete riconosciuto una delle ferite più profonde del nostro tempo.

  • Molti di voi hanno ricordato anche la famiglia. Là dove essa è sostenuta e accompagnata, cresce una scuola di relazioni, di solidarietà e di speranza; là dove è ferita o isolata, tutta la società ne porta le conseguenze.
  • Avete così cercato di ascoltare ciò che le ferite del mondo rivelano del cuore dell’uomo. È proprio lì, nel cuore, che si decide anche la pace. Prima di manifestarsi nella storia, la guerra nasce dentro di noi.
  • Mi sembra che abbiate colto con grande chiarezza una delle intuizioni della Magnifica humanitas: la guerra non è soltanto un conflitto tra gli Stati. Nasce molto prima, da una cultura della potenza che attraversa il nostro modo di pensare, di vivere le relazioni, di esercitare il potere, di usare l’economia, la tecnologia e perfino la religione.

Se questa è la radice della crisi, la risposta domanda di ricostruire una cultura della cooperazione e del dialogo, capace di dare nuova forza anche al multilateralismo, perché i popoli imparino nuovamente a cercare insieme il bene comune dell’intera famiglia umana. In questo cammino.

  • Il contributo dei fedeli laici impegnati nella vita pubblica è essenziale.
  • Ho trovato poi particolarmente prezioso il modo con cui alcuni di voi hanno affrontato il tema della risposta nonviolenta di fronte alle molte forme di violenza.

È questa la forza del Crocifisso risorto: una forza che non distrugge il nemico, ma rende possibile ritrovare un fratello.

  • Ho accolto con particolare interesse anche la vostra insistenza sulla Dottrina sociale della Chiesa. Avete espresso il desiderio che diventi sempre più patrimonio vivo delle nostre comunità, criterio ordinario di formazione delle coscienze e di discernimento pastorale.
  • Mi ha colpito anche un’altra convergenza. Molti di voi hanno osservato che oggi il bene comune non è semplicemente un obiettivo da perseguire: è una realtà da riscoprire insieme.
  • Da molte delle vostre riflessioni è emersa con forza anche un’altra convinzione.

Mentre ci interrogavamo sulle responsabilità della Chiesa nel mondo di oggi, avete richiamato continuamente l’importanza della testimonianza, della prossimità, della formazione delle coscienze e della costruzione di comunità fraterne e credibili.

  • La Chiesa è chiamata a diventare sempre più ciò che proclama. Anche il modo con cui la Chiesa ascolta e dialoga diventa parte del suo annuncio.
  • Non soltanto per ciò che abbiamo condiviso, ma per il modo in cui lo abbiamo fatto.

In un tempo segnato dalla polarizzazione.

  • Credo che, poco alla volta, stiamo riscoprendo il significato più autentico del Concistoro: il radunarsi del Collegio dei Cardinali attorno al Successore di Pietro perché, nell’ascolto reciproco e nel discernimento comune, lo Spirito Santo aiuti il Papa a guidare la Chiesa.

Non un parlamento, non un congresso nel quale prevalgono opinioni o interessi, ma un’esperienza di comunione al servizio della missione.

–    È uno stile che siamo chiamati a promuovere in tutta la Chiesa, perché ogni battezzato, secondo la propria vocazione e responsabilità, partecipi alla costruzione della civiltà dell’amore e al servizio del bene comune.

  • In tutta la Chiesa desideriamo promuovere spazi nei quali il Popolo di Dio possa ascoltarsi, pregare, discernere e camminare insieme. È questa l’anima del percorso di attuazione del Sinodo. Ciò che conta non è moltiplicare gli incontri, ma imparare a vivere incontri nei quali, ascoltandoci reciprocamente, impariamo insieme ad ascoltare il Signore.
  • Diciamolo ai nostri confratelli Vescovi, alle Chiese affidate al nostro ministero e a tutti i popoli della terra: Dio desidera la pace per ogni nazione e per ogni popolo.

Per questo non dobbiamo rassegnarci alla violenza. La violenza non avrà l’ultima parola.

Così, questi giorni rafforzano la mia speranza. Guardo al lavoro che dobbiamo intraprendere con grande fiducia.

Il Papa non ha trascurato nulla di quanto è stato detto nel Concistoro. La lettura integrale del testo delle Conclusioni è di una ricchezza da non perdere. Su ogni aspetto evidenziato ha espresso la sua valutazione e l’invito a proseguire nella riflessione.

Credo che questo caldo invito del Papa debba essere ben accolto da parte di tutti partendo con l’aiutare tutti a venirne a conoscenza il prima possibile.

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