Scuola, cantiere del futuro comune: l’educazione al centro della convivenza

A inizio anno scolastico un appello a riscoprire il valore educativo: inclusione, rapporto con la tecnologia e capacità di pensare le tre sfide da affrontare. Intervengono sull'inizio dell'anno scolastico, in separate sedi, il presidente della Conferenza Episcopale Italiana card. Matteo Zuppi ed il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella.

Nel suo intervento al Consiglio Episcopale Permanente del 21-23 settembre a Roma, il card. Matteo Zuppi indica come priorità la continuità e l’attuazione del Cammino sinodale (Lievito di pace e di speranza), richiamando la comunione tra i vescovi come parte integrante dell’annuncio, non semplice premessa organizzativa. L’argomento su cui ci soffermeremo in questa occasione è quello che ha trattato per ultimo nella sua introduzione cioè la scuola all’inizio dell’Anno scolastico 2026-2027.

Secondo il card. Zuppi con la riapertura dei cancelli delle scuole tornano domande che riguardano tutti, non soltanto chi insegna o studia. La questione educativa, si sottolinea, non è un tema tra gli altri e non si riduce a programmi e metodologie: tocca il cuore della convivenza civile. Educare significa accompagnare una persona a diventare libera, capace di cercare la verità, riconoscere il bene, entrare in relazione con gli altri e assumere responsabilmente il proprio posto nel mondo. Di fronte ai recenti episodi di violenza, l’invito è a una presenza rinnovata nel mondo educativo.

Nella Magnifica Humanitas, Leone XIV indica tre sfide non più rinviabili. La prima è quella delle disuguaglianze educative: non si può accettare che il luogo di nascita, la condizione economica o il contesto sociale determinino le opportunità di apprendimento di un ragazzo. Una scuola autenticamente inclusiva è uno dei più potenti strumenti di giustizia e di pace.

La seconda sfida è pedagogica e riguarda il cambiamento tecnologico. L’intelligenza artificiale può offrire risorse preziose, ma non sostituisce l’opera educativa: la scuola non compete con le macchine nel fornire risposte rapide, ma insegna a porre le domande che rendono umana la vita. Nessun algoritmo può prendere il posto dello sguardo di un insegnante che incoraggia, corregge, comprende e accompagna.

La terza sfida, forse la più profonda, è custodire la capacità di pensare. In un mondo saturo di stimoli, informazioni e connessioni, servono luoghi dove imparare a sostare, approfondire, distinguere il vero dal falso. I giovani hanno bisogno di adulti che testimonino che la vera conoscenza non è accumulo di dati, ma sapienza per la vita.

All’inizio dell’anno scolastico non si augurano soltanto buoni risultati, ma che le scuole siano comunità capaci di generare fiducia, passione e responsabilità: luoghi in cui nessuno si senta escluso, laboratori di umanità in cui la tecnologia sia al servizio della persona. A loro si augura di custodire il tempo lento dell’ascolto, dello studio e della meraviglia, senza i quali nessuna libertà interiore può crescere. Perché la scuola non è uno spazio da attraversare in fretta: è, ancora oggi, un cantiere decisivo del futuro comune.

Il card. Zuppi presiede il Consiglio Episcopale Permanente del 21-23 settembre a Roma

Contemporaneamente, da altro pulpito, aprendo l’anno scolastico nell’istituto di Amatrice ricostruito dopo il sisma, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella diceva a proposito della scuola: “È aperta a tutti”, così dispone l’articolo 34 della Costituzione”. Ha poi aggiunto: “Deve stabilire legami, conquistare la fiducia delle famiglie, aiutare a non formare ghetti, a non alzare barriere, a rendere più sicure le nostre comunità, a unire e a non lacerare, superando i muri della diffidenza e dell’incomunicabilità. La scuola è chiamata a produrre coesione sociale”.

E poi ha aggiunto: “Deve stabilire legami, conquistare la fiducia delle famiglie, aiutare a non formare ghetti, a non alzare barriere, a rendere più sicure le nostre comunità, a unire e a non lacerare, superando i muri della diffidenza e dell’incomunicabilità. La scuola è chiamata a produrre coesione sociale”.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ad Amatrice

Entrambe le riflessioni non lasciano dubbi sulla loro interpretazione, in particolare in rapporto agli altri interventi autorevoli governativi che quasi contemporaneamente venivano pronunciati in altre sedi annunciando provvedimenti restrittivi sugli studenti stranieri sul divieto di burqa e niqab nelle aule (per il quale esiste già una legge del 1975 che li vieta genericamente quali strumenti di nascondimento del viso) e del tetto del 30% di studenti stranieri nelle classi italiane (che peraltro è già esistente con una circolare ministeriale del 2010).

Viene da pensare che tanta preoccupazione istituzionale andrebbe posta invece per altre problematiche operative che affliggono la scuola italiana, come: Il precariato docente che comporta discontinuità didattica con conseguenze sulla inefficienza dell’azione e la qualità educativa. Il basso livello retributivo dei docenti che comporta perdita di motivazione e prestigio sociale. L’edilizia scolastica molto vecchia, carente nella normativa antisismica, con bassa efficienza energetica (calda nei mesi prossimi all’estate e fredda in inverno. La dispersione scolastica molto rilevante al Sud e forte divario territoriale nelle competenze.

Nei piccoli comuni delle aree interne, a causa del calo demografico e dell’emigrazione, le classi non riescono a formarsi con la conseguenze che i bambini sono costretti a spostarsi dai comuni più piccoli a quelli più grandi sin dalla scuola primaria se non addirittura da quella dell’infanzia. Carenza endemica di continuità e di efficienza nella inclusione degli alunni disabili. Carenza forte nella capacità della scuola italiana di integrare gli alunni stranieri nel sistema scolastico italiano.

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