Un bambino escluso è un bambino a cui si rischia di togliere il futuro

Pubblichiamo un contributo di Mariella Laviola sulla grave e attuale problematica dell'esclusione dei bambini dai vari contesti. Il ruolo dei genitori che spesso stanno a guardare o fanno peggio.

A volte mi chiedo dove sia finita la socialità di una volta, quando ci si fermava a parlare davanti a un portone, si andava a trovare un vicino e i rapporti umani nascevano con semplicità. Oggi siamo sempre connessi, ma sembriamo sempre meno capaci di guardarci negli occhi, ascoltarci e rispettarci.

A preoccuparmi, soprattutto, è ciò che sta accadendo intorno ai bambini. Sempre più spesso capita di vedere piccoli giudicati, etichettati ed esclusi dalla scuola, dai compagni e dalle occasioni di socialità, come se non avessero il diritto di sbagliare e di essere accompagnati nella crescita.

Ma cosa impara un bambino quando viene messo da parte? Che non è accettato, che non c’è posto per lui. E cosa imparano gli altri osservando questa esclusione? Che chi è diverso o più fragile può essere allontanato.

C’è poi il ruolo degli adulti. I bambini litigano, si arrabbiano e fanno pace: è parte della loro crescita. Spesso, però, siamo noi genitori a trasformare piccoli contrasti in conflitti più grandi, attraverso messaggi, gruppi WhatsApp e giudizi che finiscono per coinvolgere anche chi non dovrebbe.

Proteggere i propri figli non significa alimentare rancori o parlare male dei loro compagni. Significa insegnare loro a gestire le difficoltà, rispettare gli altri e trovare soluzioni. I bambini imparano soprattutto dall’esempio: non possiamo chiedere loro rispetto se siamo i primi a giudicare ed escludere.

Le conseguenze possono essere profonde. Un bambino continuamente criticato o lasciato fuori può perdere fiducia in sé stesso, sentirsi inadeguato e arrivare a vivere la scuola e le relazioni con paura e sofferenza.

Parliamo tanto di inclusione, soprattutto quando si affrontano disabilità e fragilità, ma siamo davvero capaci di praticarla? L’inclusione non si misura con un video sui social o con un gesto raccontato pubblicamente. Si dimostra ogni giorno: in una classe, durante un gioco, in un invito a una festa. Significa far sentire ogni bambino parte del gruppo, non un ospite tollerato.

Winnicott, Vygotskij e Bowlby, attraverso prospettive diverse, ci ricordano quanto l’ambiente, le relazioni e il senso di sicurezza siano fondamentali per lo sviluppo. Un bambino non cresce da solo: ha bisogno di adulti capaci di comprenderlo, guidarlo e correggerlo senza umiliarlo.

Questo non significa giustificare ogni comportamento o rinunciare alle regole. Significa distinguere un comportamento sbagliato da un bambino, che sta ancora imparando a conoscere sé stesso e gli altri.

Forse dovremmo chiederci che esempio stiamo dando e quale comunità vogliamo costruire. Servono una scuola capace di includere, genitori disposti talvolta a fare un passo indietro e adulti pronti a confrontarsi senza trasformare ogni difficoltà in una condanna.

Perché proteggere un bambino significa anche insegnargli a rispettare gli altri, senza permettere che venga privato del diritto di sentirsi accolto.

Un bambino escluso oggi è un bambino a cui rischiamo di togliere fiducia, serenità e opportunità per il domani. E di questo noi adulti siamo tutti responsabili.

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