26 settembre – 107a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2021
La Chiesa celebra la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato dal 1914. Ć sempre stata unāoccasione per dimostrare la preoccupazione per le diverse categorie di persone vulnerabili in movimento, per pregare per loro mentre affrontano molte sfide, e per aumentare la consapevolezza sulle opportunitĆ offerte dalla migrazione.
MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA 107ma GIORNATA MONDIALE DEL MIGRANTE E DEL RIFUGIATO 2021
[26 settembre 2021]
āVerso un noi sempre più grandeā
Cari fratelli e sorelle!
Nella Lettera Enciclica Fratelli tutti ho espresso una preoccupazione e un desiderio, che ancora occupano un posto importante nel mio cuore: Ā«Passata la crisi sanitaria, la peggiore reazione sarebbe quella di cadere ancora di più in un febbrile consumismo e in nuove forme di auto-protezione egoistica. Voglia il Cielo che alla fine non ci siano più āgli altriā, ma solo un ānoiāĀ» (n. 35).
Per questo ho pensato di dedicare il messaggio per la 107a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato a questo tema: āVerso un noi sempre più grandeā, volendo cosƬ indicare un chiaro orizzonte per il nostro comune cammino in questo mondo.
La storia del ānoiā
Questo orizzonte ĆØ presente nello stesso progetto creativo di Dio: Ā«Dio creò lāuomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: āSiate fecondi e moltiplicateviāĀ» (Gen 1,27-28). Dio ci ha creati maschio e femmina, esseri diversi e complementari per formare insieme un noi destinato a diventare sempre più grande con il moltiplicarsi delle generazioni. Dio ci ha creati a sua immagine, a immagine del suo Essere Uno e Trino, comunione nella diversitĆ .
E quando, a causa della sua disobbedienza, lāessere umano si ĆØ allontanato da Dio, Questi, nella sua misericordia, ha voluto offrire un cammino di riconciliazione non a singoli individui, ma a un popolo, a un noi destinato ad includere tutta la famiglia umana, tutti i popoli: Ā«Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterĆ con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarĆ il Dio con loro, il loro DioĀ» (Ap 21,3).
La storia della salvezza vede dunque un noi allāinizio e un noi alla fine, e al centro il mistero di Cristo, morto e risorto Ā«perchĆ© tutti siano una sola cosaĀ» (Gv 17,21). Il tempo presente, però, ci mostra che il noi voluto da Dio ĆØ rotto e frammentato, ferito e sfigurato. E questo si verifica specialmente nei momenti di maggiore crisi, come ora per la pandemia. I nazionalismi chiusi e aggressivi (cfr Fratelli tutti, 11) e lāindividualismo radicale (cfr ibid., 105) sgretolano o dividono il noi, tanto nel mondo quanto allāinterno della Chiesa. E il prezzo più alto lo pagano coloro che più facilmente possono diventare gli altri: gli stranieri, i migranti, gli emarginati, che abitano le periferie esistenziali.
In realtĆ , siamo tutti sulla stessa barca e siamo chiamati a impegnarci perchĆ© non ci siano più muri che ci separano, non ci siano più gli altri, ma solo un noi, grande come lāintera umanitĆ . Per questo colgo lāoccasione di questa Giornata per lanciare un duplice appello a camminare insieme verso a un noi sempre più grande, rivolgendomi anzitutto ai fedeli cattolici e poi a tutti gli uomini e le donne del mondo.
Una Chiesa sempre più cattolica
Per i membri della Chiesa Cattolica tale appello si traduce in un impegno ad essere sempre più fedeli al loro essere cattolici, realizzando quanto San Paolo raccomandava alla comunità di Efeso: «Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo» (Ef 4,4-5).
Infatti la cattolicitĆ della Chiesa, la sua universalitĆ ĆØ una realtĆ che chiede di essere accolta e vissuta in ogni epoca, secondo la volontĆ e la grazia del Signore che ci ha promesso di essere con noi sempre, fino alla fine dei tempi (cfr Mt 28,20). Il suo Spirito ci rende capaci di abbracciare tutti per fare comunione nella diversitĆ , armonizzando le differenze senza mai imporre una uniformitĆ che spersonalizza. Nellāincontro con la diversitĆ degli stranieri, dei migranti, dei rifugiati, e nel dialogo interculturale che ne può scaturire ci ĆØ data lāopportunitĆ di crescere come Chiesa, di arricchirci mutuamente. In effetti, dovunque si trovi, ogni battezzato ĆØ a pieno diritto membro della comunitĆ ecclesiale locale, membro dellāunica Chiesa, abitante nellāunica casa, componente dellāunica famiglia.
I fedeli cattolici sono chiamati a impegnarsi, ciascuno a partire dalla comunità in cui vive, affinché la Chiesa diventi sempre più inclusiva, dando seguito alla missione affidata da Gesù Cristo agli Apostoli: «Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,7-8).
Oggi la Chiesa ĆØ chiamata a uscire per le strade delle periferie esistenziali per curare chi ĆØ ferito e cercare chi ĆØ smarrito, senza pregiudizi o paure, senza proselitismo, ma pronta ad allargare la sua tenda per accogliere tutti. Tra gli abitanti delle periferie troveremo tanti migranti e rifugiati, sfollati e vittime di tratta, ai quali il Signore vuole sia manifestato il suo amore e annunciata la sua salvezza. Ā«I flussi migratori contemporanei costituiscono una nuova āfrontieraā missionaria, unāoccasione privilegiata di annunciare Gesù Cristo e il suo Vangelo senza muoversi dal proprio ambiente, di testimoniare concretamente la fede cristiana nella caritĆ e nel profondo rispetto per altre espressioni religiose. Lāincontro con migranti e rifugiati di altre confessioni e religioni ĆØ un terreno fecondo per lo sviluppo di un dialogo ecumenico e interreligioso sincero e arricchenteĀ» (Discorso ai Direttori Nazionali della Pastorale per i Migranti, 22 settembre 2017).
Un mondo sempre più inclusivo
A tutti gli uomini e le donne del mondo va il mio appello a camminare insieme verso un noi sempre più grande, a ricomporre la famiglia umana, per costruire assieme il nostro futuro di giustizia e di pace, assicurando che nessuno rimanga escluso.
Il futuro delle nostre societĆ ĆØ un futuro āa coloriā, arricchito dalla diversitĆ e dalle relazioni interculturali. Per questo dobbiamo imparare oggi a vivere insieme, in armonia e pace. Mi ĆØ particolarmente cara lāimmagine, nel giorno del ābattesimoā della Chiesa a Pentecoste, della gente di Gerusalemme che ascolta lāannuncio della salvezza subito dopo la discesa dello Spirito Santo: Ā«Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dellāAsia, della Frigia e della Panfilia, dellāEgitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Ebrei e proseliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di DioĀ» (At 2,9-11).
Ć lāideale della nuova Gerusalemme (cfr Is 60; Ap 21,3), dove tutti i popoli si ritrovano uniti, in pace e concordia, celebrando la bontĆ di Dio e le meraviglie del creato. Ma per raggiungere questo ideale dobbiamo impegnarci tutti per abbattere i muri che ci separano e costruire ponti che favoriscano la cultura dellāincontro, consapevoli dellāintima interconnessione che esiste tra noi. In questa prospettiva, le migrazioni contemporanee ci offrono lāopportunitĆ di superare le nostre paure per lasciarci arricchire dalla diversitĆ del dono di ciascuno. Allora, se lo vogliamo, possiamo trasformare le frontiere in luoghi privilegiati di incontro, dove può fiorire il miracolo di un noi sempre più grande.
A tutti gli uomini e le donne del mondo chiedo di impiegare bene i doni che il Signore ci ha affidato per conservare e rendere ancora più bella la sua creazione. Ā«Un uomo di nobile famiglia partƬ per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete dāoro, dicendo: āFatele fruttare fino al mio ritornoāĀ» (Lc 19,12-13). Il Signore ci chiederĆ conto del nostro operato! Ma perchĆ© alla nostra Casa comune sia assicurata la giusta cura, dobbiamo costituirci in un noi sempre più grande, sempre più corresponsabile, nella forte convinzione che ogni bene fatto al mondo ĆØ fatto alle generazioni presenti e a quelle future. Si tratta di un impegno personale e collettivo, che si fa carico di tutti i fratelli e le sorelle che continueranno a soffrire mentre cerchiamo di realizzare uno sviluppo più sostenibile, equilibrato e inclusivo. Un impegno che non fa distinzione tra autoctoni e stranieri, tra residenti e ospiti, perchĆ© si tratta di un tesoro comune, dalla cui cura come pure dai cui benefici nessuno devāessere escluso.
Il sogno ha inizio
Il profeta Gioele preannunciava il futuro messianico come un tempo di sogni e di visioni ispirati dallo Spirito: Ā«Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioniĀ» (3,1). Siamo chiamati a sognare insieme. Non dobbiamo aver paura di sognare e di farlo insieme come unāunica umanitĆ , come compagni dello stesso viaggio, come figli e figlie di questa stessa terra che ĆØ la nostra Casa comune, tutti sorelle e fratelli (cfr Enc. Fratelli tutti, 8).
Padre santo e amato,
il tuo Figlio Gesù ci ha insegnato
che nei Cieli si sprigiona una gioia grande
quando qualcuno che era perduto
viene ritrovato,
quando qualcuno che era escluso, rifiutato o scartato
viene riaccolto nel nostro noi,
che diventa così sempre più grande.
Ti preghiamo di concedere a tutti i discepoli di Gesù
e a tutte le persone di buona volontĆ
la grazia di compiere la tua volontĆ nel mondo.
Benedici ogni gesto di accoglienza e di assistenza
che ricolloca chiunque sia in esilio
nel noi della comunitĆ e della Chiesa,
affinchƩ la nostra terra possa diventare,
cosƬ come Tu lāhai creata,la Casa comune di tutti i fratelli e le sorelle. Amen.
Roma, San Giovanni in Laterano, 3 maggio 2021, Festa dei Santi Apostoli Filippo e Giacomo
Francesco

Nellāenciclica Lumen fidei, la prima enciclica di Papa Francesco, iniziata da papa Benedetto XVI, ritroviamo un passaggio in cui si legge come una caratteristica della fede sia portarci Ā«al di lĆ del nostro āioā isolato verso lāampiezza della comunioneĀ» (L.F. 4). Questa caratteristica della fede di costruire un ānoiā Papa Francesco la riprende nellāenciclica Fratelli tutti e nel Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2021, dove si afferma non solo che la fede ĆØ fondata sul ānoiā, sulla comunione, ma anche che la fede ĆØ impegno a creare Ā«un noi sempre più grandeĀ». Pertanto il ānoiā ĆØ a fondamento non solo della fede, ma anche della speranza e della caritĆ : caratterizza lāabito cristiano, la nostra responsabilitĆ e i nostri progetti. E il ānoiā ecclesiale ā ci ricorda ancora Papa Francesco – non ĆØ impoverito, ma arricchito dalla ricchezza della diversitĆ che i mondi migranti ci fanno incontrare, e riceve una nota nuova, quella della cattolicitĆ , dellāuniversalitĆ .
Il Papa sembra ricordarci che il rifiuto, i muri, lāabbandono, i respingimenti, il disprezzo, le violenze non solo impoveriscono il ānoiā del mondo, ma impoveriscono anche il ānoiā della fede, che per sua natura ĆØ cattolica. La fede ĆØ ferita tutte le volte che hanno il sopravvento i nazionalismi ā come ci ha insegnato la storia del Novecento -, tutte le volte che ha il sopravvento lāindividualismo o lāautoreferenzialitĆ nella vita ecclesiale e sociale. Ā«Il tempo presente ā scrive Papa France-sco nel Messaggio riprendendo la āFratelli tuttiā ā ci mostra che il ānoiā voluto da Dio ĆØ rotto e frammentato, ferito e sfigurato⦠E il prezzo più alto lo pagano coloro che più facilmente possono diventare gli altri, gli stranieri, i migranti, gli emarginati, che abitano le periferie esistenzialiĀ».
Le migrazioni per la Chiesa sono una provocazione a non indebolire la cattolicitĆ , per ciascuno di noi ad essere ācattoliciā, cioĆØ aperti, capaci di riconoscere gli altri come fratelli e sorelle, di affermare concretamente la dignitĆ di ogni persona e di vivere la fraternitĆ come stile. I fedeli cattolici ā scrive ancora Papa Francesco ā Ā«sono chiamati, ciascuno a partire dalla propria comunitĆ in cui vive, affinchĆ© la Chiesa diventi sempre più inclusivaĀ». Un impegno allāinclusione che da ecclesiale deve diventare anche impegno e progetto politico, per una nuova cittĆ , per un nuovo mondo. Ā«Oggi, e sempre di più, ci sono persone ferite. Lāinclusione o lāesclusione di chi soffre lungo la strada ā leggiamo nellāenciclica Fratelli tutti – definisce tutti i progetti economici, politici, sociali e religiosi. Ogni giorno ci troviamo davanti alla scelta di essere buoni samaritani oppure viandanti indifferenti che passano a distanzaĀ» (F.T. 69).
La Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato diventi, questāanno, una tappa per una Chiesa comunione e una cittĆ più inclusiva, una tappa nella costruzione di un mondo fraterno che vede la responsabilitĆ di tutti. E preghiamo il Signore, con le parole di Papa Francesco, perchĆ© Ā«la nostra terra possa diventare, cosƬ come Tu lāhai creata, la Casa comune di tutti i fratelli e le sorelleĀ».

Il messaggio per la 107a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato trae ispirazione da una preoccupazione e da un desiderio che papa Francesco aveva giĆ espresso nella sua enciclica Fratelli tutti. La preoccupazione che, Ā«passata la crisi sanitaria, (ā¦) di cadere ancora di più in un febbrile consumismo e in nuove forme di autoprotezione egoisticaĀ», e il desiderio che alla fine non ci siano più āgli altriā, ma solo un ānoiā. Egli cosƬ ci ha voluto Ā«indicare un chiaro orizzonte per il nostro comune cammino in questo mondoĀ». Dio infatti ha creato lāessere umano come un noi: Ā«Dio creò lāuomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò.
Dio li benedisse e disse loro: āSiate fecondi e moltiplicateviāĀ» (Gen 1,27-28). Dio ci ha creati maschio e femmina, esseri diversi e complementari per formare insieme un noi destinato a diventare sempre più grande con il moltiplicarsi delle generazioni. Dio ci ha creati a sua immagine, a immagine del suo Essere Uno e Trino, comunione nella diversitĆ . Ed ĆØ ancora verso un noi che ĆØ orientata la storia umana, destinato ad includere tutti i popoli: Ā«Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterĆ con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarĆ il Dio con loro, il loro DioĀ» (Ap 21,3). Tuttavia Ā«il tempo presente ci mostra che il noi voluto da Dio ĆØ rotto e frammentato, ferito e sfiguratoĀ». Lāimmagine di Dio, a causa del peccato, dellāindividualismo radicale e di nazionalismi chiusi e aggressivi, si ĆØ frantumata. Agostino esprime bene questa nostra condizione, cosƬ come pure lāopera di Dio, con un gioco di parole indimenticabile: Ā«Il nome stesso di Adamo, lāho detto più di una volta, significa lāuniverso secondo la lingua greca. Comprende infatti quattro lettere: ADAM.
Ora in greco il nome di ognuna delle quattro parti del mondo comincia con una di queste quattro lettere: lāOriente si dice AnatolĆØ, lāOccidente Dy-sis, il Nord Arctos, e il Mezzogiorno Mesembria; ciò che fa ADAM. Adamo stesso dunque ĆØ sparso ora su tutta la superficie della terra. Concentrato una volta in un solo luogo, ĆØ caduto e, spezzandosi, ha riempito tutto lāuniverso con i suoi frammenti. Ma la misericordia divina ha riunito da ogni parte questi frammenti, li ha fusi al fuoco della sua caritĆ , ha ricostituito la loro unitĆ spezzata. Opera immensa, ĆØ vero, ma nessuno ne disperi, ĆØ unāopera che Egli sa fareĀ» (In Ioannem, trat.9 n.14). E noi tutti siamo chiamati a collaborare con Dio in questāopera, a ricostruire lāunitĆ spezzata, Ā«a impegnarci perchĆ© non ci siano più muri che ci separano, non ci siano più gli altri, ma solo un noi, grande come lāintera umanitĆ Ā».
A questo scopo in occasione della GMMR il Papa lancia un duplice appello. Anzitutto ai fedeli cattolici. A vivere quello che il loro nome esprime. Essere cattolici significa saper riconoscere e accogliere il bene ovunque esso sia, e rallegrarci di esso; significa essere docili allo Spirito che Ā«ci rende capaci di abbracciare tutti per fare comunione nella diversitĆ , armonizzando le differenze senza mai imporre una uniformitĆ che spersonalizzaĀ». E proprio nellāincontro con la diversitĆ dei migranti, nel dialogo interculturale e interreligioso ci ĆØ data lāopportunitĆ di crescere in questa dimensione. Dobbiamo dunque rendere più cattoliche le nostre parrocchie, le comunitĆ in cui ognuno di noi vive. Il secondo appello il Papa lo rivolge a tutti gli uomini e le donne del mondo perchĆ© imparino a vivere insieme in armonia e in pace, ad abbattere muri e a costruire ponti, per fare delle frontiere luoghi privilegiati di incontro e non di separazione. Ma tutto questo potrĆ avvenire solo se saremo capaci di sognare un futuro a colori per le nostre societĆ .
Ogni cambiamento ha inizio da un sogno, se no resta solo un sogno individuale, ma fatto insieme. Ć quel sogno di fraternitĆ annunciato dai profeti, e più vicino a noi da Martin Luther King in quel famoso discorso dellāagosto 1963 con cui mi piace concludere queste mie brevi riflessioni: Ā«E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperitĆ di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno, I have a dream. Ć un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverĆ in piedi e vivrĆ fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa veritĆ , che tutti gli uomini sono creati uguali. I have a dream, ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza. I have a dream, ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dellāarroganza dellāingiustizia, colmo dellāarroganza dellāoppressione, si trasformerĆ in unāoasi di libertĆ e giustizia. I have a dream, ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualitĆ del loro carattere (ā¦).
Ć questa la nostra speranza. Questa ĆØ la fede con la quale io mi avvio verso il Sud. Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza. Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertĆ , sapendo che un giorno saremo liberiĀ».

Ā«Verso un ānoiā sempre più grandeĀ» ĆØ il titolo scelto da Papa Francesco per il suo messaggio per la Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato che si celebrerĆ domenica 26 settembre. Il richiamo evidente ĆØ allāenciclica āFratelli tuttiā, perchĆ© alla fine non ci siano più āgli altriā, ma solo un ānoiā universale. Il papa invita a Ā«camminare insieme verso un noi sempre più grande, a ricomporre la famiglia umana, per costruire assieme il nostro futuro di giustizia e di pace, assicurando che nessuno rimanga esclusoĀ».
Il messaggio di papa Francesco ĆØ un invito rivolto a tutti. Cosa significa per la Chiesa italiana?
«à un appello a pensarci sempre più come famiglia umana, vedendo in ciascuno ā soprattutto negli ultimi e nei bisognosi ā un fratello. La pandemia ci ha ricordato, in modo inequivocabile, che nessuno si salva da solo e che, come dice il Papa, siamo tutti sulla stessa barcaĀ», dice in questa intervista il card. Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza Episcopale Italiana: Ā«dobbiamo fare tesoro di quello che questa terribile prova che stiamo ancora vivendo ci ha insegnato, impegnandoci a ogni livello per combattere il virus dellāindividualismo, che genera processi di disgregazione e ci rende incapaci di disegnare un futuro degno per tuttiĀ».
Ogni uomo e donna, dovunque si trovi, ĆØ membro della societĆ . Questo non sempre ĆØ realizzato anche in Italia. Come accogliere nella Chiesa per non escludere nessuno?
Ā«Innanzitutto mettendo al centro la persona umana, che ĆØ creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio, a prescindere dalla sua condizione sociale, dalla provenienza e dal colore della pelle. In secondo luogo, sconfiggendo la paura che paralizza, fa perdere la speranza, porta a stare sulla difensiva: avere paura significa chiudersi, alzare muri, togliere terreno a quel ānoi sempre più grandeā di cui parla il Papa. Infine, bisogna ricordare che lāinclusione non ĆØ solo una questione sociale, progettuale, educativa ma ĆØ un fatto che affonda le sue radici nella mistica e nellāumanesimo cristiano. Nessuno può dirsi cristiano se esclude il proprio fratelloĀ».
Che vuol dire una Chiesa che esce allāincontro senza pregiudizi e paure?
«à una Chiesa del Vangelo sine glossa, che ĆØ capace di uscire da sĆ© stessa, dalle proprie zone di comfort per andare a curare chi ĆØ ferito, a cercare chi ĆØ smarrito, a sorreggere chi ha bisogno di aiuto. Proprio come il Buon Samaritano che non ha avuto paura di avvicinarsi allāaltro, di chinarsi su di lui e di farsi prossimo al giudeo ferito, andando oltre qualsiasi barriera storica e culturale. Gesù ci invita a fare lo stesso, a superare la diffidenza per farci vicini a chiunque si trovi in difficoltĆ Ā».
Come essere vicini a chi oggi soffre a causa di guerra e povertĆ che arrivano sulle nostre coste?
Ā«Dobbiamo imparare a riconoscere in chi arriva sulle nostre coste, a volte dopo essere stato strappato alla morte in mare, il volto di Cristo. Bisogna scrollarsi di dosso il pregiudizio che porta a etichettare il migrante come un problema o, peggio ancora, un nemico che viene a toglierci qualcosa, un usurpatore, unāinsidia. Chi scappa dalla guerra, dalla fame, dalla violenza ĆØ un fratello e sulla nostra capacitĆ di amarlo, accoglierlo, proteggerlo saremo giudicati. Tra le opere di giustizia infatti vi ĆØ anche quella dellāaccoglienza nei confronti degli stranieriĀ».
La Chiesa italiana ĆØ impegnata anche sul fronte dei ācorridoi umanitariāā¦
Ā«Tra gli ultimi corridoi umanitari della CEI sono giunte in Italia, 43 profughi dal Niger. Qualche mese fa altre famiglie sono giunte dalla Giordania, in fuga dalla martoriata Siria, dallāIraq e dal Pakistan dove hanno subito una feroce persecuzione religiosa in quanto cristiani convertiti. Sono solo le ultime, in ordine di tempo, di una serie di operazioni umanitarie che la Chiesa che ĆØ in Italia, insieme al Governo e allāUnhcr, ha voluto assicurare in questi anni a tante persone e famiglie che si trovano in condizione di particolare vulnerabilitĆ . Attraverso il lavoro della Chiesa Italiana sul territorio ĆØ stato possibile trasferire in sicurezza oltre mille profughi dalla Turchia, Giordania, Etiopia e Niger. Può sembrare una goccia in mezzo al mare, di fronte al grande bisogno di sicurezza che si registra in tutto il mondo, ma si tratta di uno sforzo capace di cambiare il paradigma dellāimmigrazione nel nostro Paese e in EuropaĀ».
Come formare i sacerdoti su questi temi?
Ā«Don Primo Mazzolari, grande sacerdote del Novecento, in uno dei suoi scritti, ricordava che āsi cerca per la Chiesa un uomo capace di vivere insieme agli altri, di lavorare insieme, di piangere insieme, di ridere insieme, di amare insieme, di sognare insiemeā. āInsiemeā ĆØ la parola chiave, lāorizzonte che deve guidare il pensiero e lāazione di ogni cristiano e, dunque, dei sacerdoti. āSogniamo ā dice Papa Francesco nellāEnciclica Fratelli tutti ā come unāunica umanitĆ Ģ, come viandanti fatti della stessa carne umana, come figli di questa stessa terra che ospita tutti noi, ciascuno con la ricchezza della sua fede o delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, tutti fratelliā. Il sacerdote per primo deve esse re capace di condividere, di stare con gli altri, di mettere sĆ© stesso a servizio del prossimo. Non cāĆØ evangelizzazione senza fraternitĆ Ā».
Lei recentemente ha inviato un messaggio, attraverso Rai Italia, ai nostri emigrati italiani: come la Chiesa segue questa āporzione di popolo di Dioā?
Ā«Come una mamma che ha cura dei suoi figli, anche di quelli che abitano lontano, cosƬ la Chiesa ĆØ vicina ai tanti italiani ā circa 5,5 milioni ā che vivono allāestero attraverso i missionari, i religiosi e le religiose, i laici che dedicano il loro tempo e le loro energie nelle Missioni Cattoliche di Lingua Italiana coordinati dalla Fondazione Migrantes. La cura di ogni persona migrante, qualsiasi sia la direzione del suo andare e il passaporto in suo possesso, ĆØ sempre doverosaĀ».

Le ore drammatiche che hanno vissuto e vivono le persone nelle cittĆ e nei paesi in Afghanistan sono sotto gli occhi di tutti. Eā un dramma che dura da anni e che si ĆØ aggravato nelle ultime set-timane portando molti afghani a fuggire dal proprio paese con ogni mezzo e a raggiungere anche lāItalia ā dove la comunitĆ afgana ĆØ formata da 15.000 persone ā e lāEuropa. Molti Paesi aprano le porte a Ā«quanti cercano una nuova vitaĀ», offrendo loro Ā«accoglienza e protezioneĀ», ĆØ stato lāappello di Papa Francesco durante lāAngelus del 5 settembre scorso auspicando che tutti gli afghani, Ā«sia in patria, sia in transito, sia nei Paesi di accoglienzaĀ», possano Ā«vivere con dignitĆ , in pace e fraternitĆ coi loro viciniĀ».
In Afghanistan, oltre a donne e bambini sono presenti anziani, disabili che non possono, come altri, mettersi in fuga e in cammino, ma hanno bisogno da subito di un ponte aereo e poi di corridoi umanitari che possano dare loro accoglienza sicurezza in uno dei Paesi dellāEuropa e del mondo che fino ad ora erano stati presenti in Afghanistan solo attraverso i militari e gli eserciti. La Chiesa ā ha detto il card. Gualtiero Bassetti, presidente della Cei parlando al convegno di Pax Christi ā Ā«non ha mai smesso, in questi anni, di mostrare la sua maternitĆ verso i poveri.
E anche lāiniziativa sul Mediterraneo promossa dalla Cei va in questa direzione: trasformare il Mare nostrum in una frontiera di paceĀ». Per il cardinale la pace Ā«si prepara con pazienza, premura, amore, fatica, umiltĆ e coraggio Per questo ĆØ necessario farsi operatori di pace in tutti i momenti della vitaĀ». Le Chiese in Italia, come ha detto la Cei in una nota della Presidenza, continueranno lā accoglienza degli afgani e di tutti coloro che chiedono una protezione internazionale, collaborando con le istituzioni, ma anche continuando a sollecitare una politica migratoria che esca dalle pieghe ideologiche e si apra alla concretezza dellāaccoglienza, della tutela, della promozione e dellāintegrazione di ogni migrante.






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